Manifesto fondativo de Il Tafferuglio – Cronache dal mondo di sotto

Giornalismo è pubblicare ciò che altri non vogliono sia pubblicato.

Il resto sono pubbliche relazioni.”

(George Orwell)

Potremmo partire, nello scrivere il manifesto fondativo de “Il Tafferuglio. Cronache dal mondo di sotto”, da alcune domande che in fondo non sono troppo diverse dalle cinque W che costituiscono l’Abc del giornalismo: chi siamo, da dove veniamo, dove ci troviamo, verso dove vogliamo andare e perché.

Siamo studenti, lavoratori, disoccupati, precari. Paghiamo ogni giorno il costo di una crisi che non abbiamo creato, in termini di sottrazione di diritti, taglio del welfare, aumento dello sfruttamento lavorativo, impoverimento. Su di noi, come su tutti i soggetti subordinati, vengono dette e spese molte parole da chi ci governa e dai loro organi mediatici, senza che questi soggetti siano capaci di imporre un proprio punto di vista autonomo e conflittuale rispetto alla narrazione oggi dominante.

Questo sito vuole dunque essere uno strumento di presa di parola da parte di tutti quei soggetti sottoposti a processi di impoverimento, sfruttamento, discriminazione (lavoratori, studenti, precari, migranti, LGBT ecc.) e che decidono di associarsi per cambiare l’esistente.

Un qualcosa di cui oggi avvertiamo la necessità e l’urgenza, tanto più in una città come Lucca, dove l’apparato politico-mediatico ignora, strumentalizza, distorce o comunque non permette l’emergere di punti di vista realmente non omologati. Quello che in particolare manca oggi nell’informazione, a Lucca e non solo, sono dei filtri riconoscibili, che rendano possibile interpretare ciò che accade, ricondurlo a dinamiche e processi strutturali di tipo sociale, politico ed economico. Dei filtri necessari, senza cui rimaniamo sommersi da un diluvio di fatti e notizie, incapaci di metterli in relazione, incapaci dunque di capire veramente il reale per trasformarlo. Se la comprensione della realtà dipende in massima parte dal punto da cui la si osserva, rivendichiamo il carattere partigiano del nostro sguardo. Di contro ai media generalisti, che vogliono qualificarsi come organi di un’informazione imparziale e oggettiva per occultare il loro essere megafono di diffusione delle idee dominanti (e, Marx ce lo ha insegnato, le idee dominanti in una data epoca sono quelle delle classi sociali dominanti), nascoste sotto le vesti del “buon senso comune” o del pensiero unico, noi ci proponiamo di raccontare e di indagare il presente nel e dal mondo di sotto.

Non veniamo dal nulla. Se nelle scuole il secolo che abbiamo alle spalle ci è stato raccontato, senza troppe distinzioni, come il secolo del sangue, dei totalitarismi, come un secolo brutto che è bene esserci lasciati alle spalle, noi guardiamo al Novecento come al secolo che ha fatto vivere a centinaia di milioni di persone in ogni angolo del pianeta la speranza di spezzare rapporti di subordinazione e sfruttamento millenari, che ha prodotto un movimento reale che per 70 anni ha fatto tremare i palazzi dei re e dei possidenti, che ha imposto quel compromesso sociale che va sotto il nome di Welfare State, che ha costretto a democratizzare i benefici materiali resi possibili dal progresso tecnico e scientifico, e che sarebbero altrimenti rimasti un privilegio di un’ élite ristretta.

Ci riconosciamo nelle lotte del movimento operaio, che di questa storia è stato il principale protagonista. Ci riconosciamo nella Resistenza che ha combattuto e vinto il nazifascismo, lo strumento più feroce a cui il capitalismo ha fatto ricorso in chiave anti-operaia per perpetuare il proprio dominio. Ci riconosciamo nelle lotte di liberazione dei popoli oppressi dal colonialismo e dall’imperialismo, nelle lotte dei movimenti studenteschi.

Questa storia, con le sue pagine gloriose e terribili, pare oggi finita. Il nemico ha vinto, ha sfondato le linee, ha distrutto e saccheggiato il campo, spinto a ritirarsi e a disperdersi l’esercito che lo aveva affrontato. Questo campo, che un tempo era quello della sinistra (sociale, politica, sindacale), oggi di fatto non esiste più. Viviamo in un tempo che qualcuno ha addirittura ha definito di “fine della Storia”.

Senza sottovalutare l’entità e la gravità della sconfitta e il conseguente trionfo del neoliberismo, né indulgere in facili nostalgie improduttive, non intendiamo arrenderci all’esistente. A muoverci è la banale, materialistica considerazione che i prodotti del capitalismo (precarizzazione e sfruttamento del lavoro, impoverimento dei più a vantaggio dell’arricchimento dei pochi, privatizzazione e messa a profitto della scuola, della sanità, degli spazi sociali, inquinamento, distruzione dell’ambiente e dei territori, guerra) esercitano una violenza crescente sulle nostre vite e, se non contrastati, rischiano di far regredire l’umanità a una nuova e moderna condizione di barbarie. Per non soccombere individualmente, diventa dunque sempre più necessario organizzarsi collettivamente per preparare una contro-offensiva.

Avvertiamo l’urgenza di riscoprire il sentimento della solidarietà sul luogo di lavoro, di pensare nuove forme di mutualismo, di ricomporre la frantumazione dei soggetti, delle microvertenze e dei microinteressi, di spezzare le polarizzazioni indotte dalla governance capitalista (lavoratori contro utenti, anziani contro giovani, lavoratori garantiti contro non garantiti, meritevoli contro non meritevoli, italiani contro migranti), per riuscire a individuare in ogni luogo e in ogni aspetto della vita quelle condizioni materiali di sfruttamento, ricatto e sopraffazione che vanno sovvertite.

Partire dal riconoscimento della nostra condizioni di subordinati, di soggetti deprivati di dignità e diritti, di vite a rischio a cui il neoliberismo ci relega, per organizzare quel lento, lungo accumulo di forza collettiva capace di costruire le condizioni materiali dell’insubordinazione e riconquistare sicurezza, dignità e capacità di autodeterminare le nostre vite.

Si dice oggi che il capitalismo è in crisi, e certamente lo è. Ma il suo crollo e il suo superamento non sono iscritti in delle logiche indipendenti dall’azione di un soggetto collettivo. La crisi economica apre delle possibilità, ma da sola non basta e anzi, da sola, può persino essere sfruttata dal capitalismo per imporre nuovi e più feroci rapporti di sfruttamento, come infatti sta avvenendo in Occidente da sette anni a questa parte.

Quello che ci proponiamo di fare attraverso questo sito, è di osservare la società, le sue contraddizioni e tensioni evidenti o nascoste, per fornire degli strumenti di comprensione e di azione politica a chi oggi si ripropone di rifondare e riorganizzare quel “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”. Pensiamo che abbia ancora oggi piena validità quanto scriveva Antonio Gramsci a proposito dei rapporti di forza:

“L’osservazione più importante da fare a proposito di ogni analisi concreta dei rapporti di forza è questa: che tali analisi non possono e non debbono essere fini a se stesse (a meno che non si scriva un capitolo di storia del passato), ma acquistano un significato solo se servono a giustificare un’attività pratica, una iniziativa di volontà. Esse mostrano quali sono i punti di minore resistenza dove la forza della volontà può essere applicata più fruttuosamente, suggeriscono le operazioni tattiche immediate, indicano come si può meglio impostare una campagna di agitazione politica, quale linguaggio sarà meglio compreso dalle moltitudini, ecc. L’elemento decisivo di ogni situazione è la forza permanentemente organizzata e predisposta di lunga mano che si può fare avanzare quando si giudica che una situazione è favorevole (ed è favorevole solo in quanto una tale forza esista e sia piena di ardore combattivo); perciò il compito essenziale è quello di attendere sistematicamente e pazientemente a formare, sviluppare, rendere sempre più omogenea, compatta, consapevole di se stessa questa forza.”


Questo è il compito a cui vogliamo contribuire. Questa la nostra sfida, questo il nostro Tafferuglio.

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