L’opposizione alla Buona Scuola. Prospettive e limiti delle lotte.

[Nella carenza di mobilitazioni di massa che ha contraddistinto gli anni della crisi, il mondo della scuola e dell’università ha rappresentato una felice eccezione. Pur essendo stati sconfitti, il movimento dell’Onda e il ciclo di lotte 2008-2010 da un lato, e la grande protesta degli insegnanti contro la Buona scuola di Renzi del maggio-giugno 2015 dall’altro, hanno fatto emergere la possibilità e la volontà di opporre un rifiuto ai tagli, alla privatizzazione dei saperi, alla tendenza a omologare anche il mondo della conoscenza ai parametri di mercato.

Dopo l’approvazione della Buona Scuola quali sono i margini di lotta rimasti? È possibile sabotare la riforma renziana? Quali prospettive per i movimenti studenteschi e le mobilitazioni degli insegnanti? Per rispondere a queste domande abbiamo intervistato Leonardo e Tommaso del Collettivo Autonomo Studenti Lucchesi e Rino Capasso e Sebastiano Ortu dei Cobas.]

1)Partiamo dalla Buona Scuola. Potreste dirci quali sono in sintesi i cambiamenti più sostanziosi che questo provvedimento ha introdotto nell’istituzione scolastica?

R: Il senso più profondo di questa riforma è quello di far fare un salto di qualità in pejus a un processo che è cominciato con l’autonomia delle istituzioni scolastiche e che sostanzialmente crea un modello di scuola di tipo aziendale, con una forte gerarchizzazione interna e con la competizione individuale tra docenti e tra le scuole. Docenti in competizione individuale per accaparrarsi il premio di merito o per ottenere incarichi triennali; scuole in competizione per accaparrarsi clienti e finanziamenti sul mercato delle donazioni e, inoltre, per collocarsi meglio nelle varie classifiche che ormai vengono fatte sulla base di parametri non condivisibili e che creano effetti negativi sulla qualità della scuola. Se possiamo dirlo in estrema sintesi il senso della riforma si può racchiudere in uno slogan: “un uomo solo al comando”, che è sostanzialmente il dirigente o la dirigente scolastica che sceglie i docenti più bravi a cui attribuire il premio, sceglie i docenti per la sua scuola con la chiamata nominativa e per mezzo di incarichi triennali, solo triennali: vale a dire che dopo tre anni se non gli vai bene ti rimette nel calderone degli albi territoriali. Si può così creare un nuovo ossimoro, quello dei precari di ruolo: di ruolo perché hanno la garanzia dello stipendio, ma precari perché non hanno più garantita la continuità di insegnamento in quella scuola, e possono così essere sbalzati da una scuola all’altra, con un’estrema flessibilità sia del posto di lavoro, sia della materia da insegnare; infatti, il dirigente ti può mandare ad insegnare materie affini alla tua classe di concorso senza che tu sia abilitato, e possiamo immaginare cosa questo significhi per la qualità dell’insegnamento. Il dirigente scolastico può infine scegliere fino al 10 % dei docenti per il suo staff e decide sull’esito dell’anno di prova e alla fine del secondo periodo di prova può licenziare in tronco il docente.

Ora se noi mettiamo insieme tutte queste cose è evidente che si crea un sistema di tipo gerarchico che entra nel merito di quello che si fa in classe, del cuore del fare scuola. Stiamo cercando di far capire, e non è facile, che qui non è in gioco una difesa corporativa degli insegnanti, ma è in gioco un modello di scuola pubblica basata sulla democrazia collegiale, sul pluralismo (dei contenuti, dei saperi disciplinari, dei criteri di valutazione, degli approcci didattici) e sulla libertà di insegnamento. Possiamo immaginare due scenari. Il primo è quello che viene in mente in maniera più immediata: lobbismo, servilismo, la promozione dei docenti che stanno sempre dalla parte dei dirigenti… Ma anche se mettiamo da parte questo scenario peggiore e proviamo a immaginare lo scenario migliore, quello di un dirigente che sappia effettivamente capire chi sono i docenti più bravi e lo sappia fare in riferimento al lavoro in classe, inevitabilmente questo che cosa creerebbe? In un consiglio di classe, in un collegio docenti, noi abbiamo spesso idee diverse su come impostare, per esempio, i saperi disciplinari: pensiamo ad esempio alle teorie economiche, al metodo di ricostruzione della storia. Inevitabilmente, si creerebbe un meccanismo per cui io tenderei ad assorbire le idee, gli approcci didattici di chi mi deve valutare, e questo significherebbe far venir meno il pluralismo, la possibilità per gli studenti di venire a contatto con diverse visioni dei saperi, del mondo, della società, della natura, che è l’essenza della scuola pubblica. È in gioco qui il diritto alla formazione plurale da parte degli studenti. Questo è il punto fondamentale che cercheremo di far capire, a partire dalla campagna referendaria contro la Buona Scuola, di cui magari parliamo dopo.

2)Lo scorso anno la riforma renziana ha incontrato una opposizione netta e di massa da parte del corpo docente, con un’adesione molto alta agli scioperi che sono stati indetti. Come attivisti sindacali vi aspettavate una reazione di questa entità? Quali sono stati i punti della Buona Scuola che più hanno suscitato la rabbia degli insegnanti?

S: In parte sì, ce l’aspettavamo, anche perché come Cobas l’avevamo preparata. Quando a settembre 2014 era uscito il dossier governativo sulla Buona Scuola avevamo organizzato convegni di approfondimento, fatto controinformazione e promosso uno sciopero a novembre. La reazione c’è stata soprattutto su due punti: in primo luogo il premio di merito, in una prima versione assegnato ad assoluta discrezione del dirigente, adesso su indicazione del Comitato di valutazione; in secondo luogo il fatto che sono venute meno le regole che c’erano sempre state sulla mobilità dei docenti, quei criteri oggettivi come l’anzianità di servizio e i titoli di studio. Adesso per i neo-assunti, ma anche per i vecchi docenti in sovrannumero o che fanno richiesta di trasferimento, la scuola non viene più assegnata sulla base di criteri oggettivi, ma in base alla scelta discrezionale dei dirigenti scolastici che assegnano gli incarichi triennali. Per cui se un docente risulta troppo “contrastivo”, per usare un termine usato dall’Associazione nazionale presidi, può non ottenere il rinnovo degli incarichi triennali. Questi sono i punti che hanno scatenato la reazione degli insegnati con il 70 % di adesione allo sciopero del 5 maggio 2015, lo sciopero contro i Quiz invalsi, a cui hanno dato una mano significativa gli studenti (oltre il 25 % delle classi non hanno svolto le prove) e anche lo sciopero degli scrutini.

3)L’approvazione della Buona Scuola segna la fine di questo movimento o vedete possibile un suo risveglio, il ritorno a una disponibilità alla lotta?

R: Intanto una premessa. Il movimento della scorsa primavera-estate è stato a un punto dal vincere. Dopo l’adesione massiccia degli scioperi di maggio e dopo la sconfitta elettorale alle elezioni regionali, in cui l’opposizione del mondo della scuola ha pesato moltissimo. Renzi aveva in un primo momento dichiarato la disponibilità a sospendere l’iter parlamentare del provvedimento. Poi c’è stata una vera e propria torsione. Quello del movimento della scuola è stato il primo movimento di opposizione sociale forte alle politiche neoliberiste di Renzi e, quindi, lanciare il segnale che lui smobilitava di fronte a un movimento di opposizione è stato giudicato troppo pericoloso per l’effetto di imitazione che avrebbe potuto avere. Si è dunque verificata una forzatura enorme di quel poco di democrazia rappresentativa che resta in questo paese: da un lato un governo che sta governando col 25 % dei voti, grazie a una legge elettorale incostituzionale, dall’altro lato un provvedimento che tocca insegnanti e studenti e che vede l’opposizione del 70 % dei docenti e Ata. È stato un passaggio decisivo verso il peggioramento e lo svuotamento della democrazia rappresentativa.

A livello nazionale a partire da settembre sono un po’ scomparsi i 5 sindacati c.d. rappresentativi (Cgil, Cisl, Uil, Snals, Gilda). Noi intendevamo continuare questa alleanza, li abbiamo aspettati e pungolati a lungo, abbiamo fatto a Lucca come in tutta Italia assemblee il primo giorno di scuola con una grande partecipazione, in cui abbiamo lanciato all’unanimità la richiesta di uno sciopero unitario per ottobre e, poi, per novembre. Ma lo sciopero unitario non si è fatto, né sulla Buona Scuola, né sui rinnovi contrattuali. Lo hanno promosso solo i Cobas insieme ad altri sindacati di base. Un piccolo ma importante segnale di scuola non pacificata. C’è, inoltre, una resistenza interna alle scuole che tende al momento a ridurre i danni e a mantenere aperto il dibattito, soprattutto in merito al Comitato di valutazione. Infine, abbiamo già proclamato come Cobas lo sciopero per il boicottaggio dei quiz Invalsi per il 4 e 5 maggio alle elementari e per il 12 maggio alle medie e alle superiori. Riteniamo che mobilitazione, resistenza interna alle scuole e campagna referendaria siano i tre livelli su cui condurre in modo sinergico la lotta contro la Cattiva Scuola.

4)Veniamo agli studenti. Voi come avete vissuto la mobilitazione dei vostri insegnanti l’anno scorso? Pensate che da parte loro ci sia stata un’adeguata azione di consapevolizzazione circa gli effetti della riforma renziana sul mondo dell’istruzione? Avete ricevuto degli inviti ad affiancarli nelle mobilitazioni?

L: Limitatamente al nostro territorio, riteniamo che l’attività di consapevolizzazione degli studenti da parte degli insegnanti sia stata assai insufficiente, è mancato in molti casi il dialogo e la volontà di coinvolgerci. I percorsi di lotta degli studenti e quelli degli insegnanti sono stati in molti casi separati. È stata un po’ una pecca che indebolisce le lotte, che invece si rafforzerebbero se riuscissimo a fare fronte comune.

R: Se posso risponderti, volevo solo invitare a riflettere sul fatto che spesso risulta delicato per gli insegnanti parlare di argomenti politici in classe. Noi abbiamo ricercato il contatto con gli studenti, ma fuori dalle aule. È difficile e complicato farlo all’interno dell’aula in quanto c’è sempre il rischio che scatti la strumentalizzazione. Salvo naturalmente non ci siano richieste specifiche di chiarimento da parte degli studenti.

5)In questi ultimi anni le mobilitazioni e le occupazioni studentesche hanno costituito importanti presidi di antagonismo e opposizione in un contesto che, a dispetto del perdurare della crisi e salvo alcune eccezioni (il movimento per il diritto all’abitare e le lotte dei lavoratori della logistica) è segnato dall’assenza del conflitto sociale. Quest’anno anche a Lucca si è percepito un calo di partecipazione ai cortei e alle occupazioni, nonostante i temi le parole d’ordine con cui erano state convocate (il carotrasporti e il carolibri) toccassero senza dubbio dei problemi reali. Come spiegate questo fatto? Pensate che dipenda dall’approvazione della Buona Scuola? Oppure dalla perdita di efficacia e di attrattiva di questi strumenti di lotta?

L: Penso che il fatto che la Buona scuola sia stata approvata incide ma fino a un certo punto. Il motivo principale della flessione delle lotte è la disinformazione, l’indifferenza, la lontananza dei programmi scolastici dalla vita reale e dai problemi sociali. Va poi detto che la riproposizione delle tradizionali forme di protesta come cortei e occupazioni, non riesce più a scuotere e a fare scalpore a livello cittadino e sicuramente influisce sul calo di partecipazione degli studenti alle proteste. La capacità di inventare nuove forme di lotta è sicuramente una sfida e un compito su cui politicamente dobbiamo lavorare.

6)Una delle novità più consistenti della Buona Scuola è l’introduzione massiccia dell’Alternanza scuola-lavoro (400 ore da svolgere nel triennio per gli istituti tecnici, 200 per i licei sempre nel triennio). Questo provvedimento è stato approvato in concomitanza con lo svolgimento di Expo 2015, che ha sdoganato il lavoro gratuito, chiamando migliaia di giovani a lavorare gratis, con la promessa che ciò avrebbe avuto delle ricadute decisive per la loro futura collocazione del mercato del lavoro. Vista anche l’entità delle ore previste, pare che l’intento del provvedimento sia quello di abituare fin da subito gli studenti a lavorare gratis, ad autosfruttarsi come presunta forma di autopromozione sul mercato del lavoro. Voi come vedete quello che si preannuncia come un cambiamento non piccolo del modo di vivere la scuola? Nelle vostre scuole sono già state predisposte delle convenzioni con le imprese in questo senso?

L: A quanto possiamo vedere al momento l’alternanza scuola-lavoro viene vista dalla maggior parte degli studenti per come viene proposta, cioè come un’opportunità. L’alternanza scuola-lavoro è qualcosa di subdolo, in quanto sembra un’esperienza che agevolerà l’ingresso nel mondo del lavoro. Il punto principale tuttavia, che non è chiaro a tutti, è secondo noi l’assurdità di voler introdurre il lavoro all’interno di una scuola, che dovrebbe essere il luogo della formazione del pensiero. L’alternanza scuola-lavoro è solo un’occasione di sfruttamento della manodopera giovanile a gratis, del tutto coerente con il modello di scuola-azienda delineata da Renzi.

T: Più che altro a mio avviso l’alternanza leva ore di insegnamento che uno studente dopo una certa età, in media, non potrà più recuperare. Uno ha tutta la vita per lavorare, perché lo deve fare durante il periodo scolastico? Uno è a scuola per formarsi come spirito critico, e non certo come manovalanza, a gratis, peraltro. Gli studenti al momento tuttavia la vivono come esperienza e non come lavoro gratuito. Ci sarà sicuramente molto da fare per demistificare tutto questo.

L: Va inoltre sottolineato che l’alternanza peserà non solo sugli studenti, ma anche sui lavoratori stessi, in quanto avendo a disposizione ogni anno una massa notevole di manovalanza gratuita proveniente dalle scuole, le aziende non saranno affatto incentivate ad assumere nuovi lavoratori regolarmente pagati.

7)Si sente spesso dire che la scuola così com’è strutturata non prepara gli studenti al mercato del lavoro. Viene da chiedersi se questa “inadeguatezza”, di fronte a un mondo del lavoro che è sempre più sfruttato, precario e ferocemente competitivo non sia un valore da rivendicare. Che cosa ne è del ruolo della scuola come luogo di formazione del cittadino e delle coscienze critiche? Il mettere l’accento sul contenuto pratico e utilitaristico del sapere non rischia di snaturare il ruolo stesso dell’istituzione scolastica, soprattutto nei licei?

R: Circa il rivendicare questa inadeguatezza italiana come un elemento di merito, con noi sfondi una porta aperta. La formazione aziendale, nella miglior delle ipotesi, è acquisizione rapida di sapere, soprattutto di saper fare, come si usa dire, assolutamente decontestualizzata. Anche accettando l’idea dell’alternanza scuola-lavoro, l’idea che tu impari lavorando, tu impari solo dei saper fare specifici, da disimparare per apprenderne rapidamente altri, in perfetta linea con la formazione di forza lavoro precaria . Questo è in contrasto con l’idea di scuola delineata dalla Costituzione, al cui centro c’è la capacità di cogliere nessi, di contestualizzare, sviluppare una visione d’insieme dei fenomeni. La scuola deve anche preparare gli studenti al mondo del lavoro, certamente, ma cercando di far capire per chi si produce, come, con che logica, con quali effetti sull’ambiente, sulla sicurezza, sui principi di giustizia sociale… Qui sicuramente c’è uno scontro evidente tra l’idea della formazione aziendale e quella che deriva dalla tradizione della scuola pubblica.

8)Uno dei fenomeni che più hanno investito il mondo della scuola e dell’università negli ultimi anni, è l’incremento di strumenti di valutazione della didattica e della ricerca volti a stabilire reali o presunte gerarchie di merito fra le diverse scuole e università, favorendo dinamiche competitive piuttosto che cooperative e una tendente standardizzazione della conoscenza, configurandosi in questo senso anche come strumenti di disciplinamento e controllo. Pensiamo ad esempio ai test Invalsi, al registro elettronico, e da ultimo il Comitato di valutazione previsto dalla Buona Scuola. Il corpo insegnante come percepisce il dispiegarsi normativo della “cultura della valutazione”?

R: Diciamo che ci sono delle sacche di resistenza all’introduzione della “cultura della valutazione”. Resistenza che viene percepita o rappresentata all’esterno come una difesa corporativa. “Ma come, voi non fate altro che valutare tutti i giorni gli studenti e non volete essere valutati voi stessi?”. Così ci attaccano. Come però cercavo di spiegare prima, non è di questo che si tratta. Gli insegnanti, come i loro metodi di insegnamento, sono diversi tra loro. C’è chi sa catturare l’attenzione, chi è noioso, chi riesce a coinvolgere dal punto di vista motivazionale gli studenti, chi punta di più sull’acquisizione di nozioni, chi invece vuole valorizzare lo sviluppo di capacità di analisi, della conoscenza complessiva dei fenomeni. Ci sono anche diversi criteri di valutazione nella definizione dei voti. Il problema è: marcare queste differenze, mettere in competizione individuale gli insegnanti fa migliorare o peggiorare la qualità della scuola? Noi abbiamo bisogno di competizione individuale e concorrenza tra gli insegnanti e tra le scuole o di cooperazione? Noi pensiamo che ci sia bisogno di cooperazione, di collegialità effettiva, che al momento non c’è, soprattutto alle scuole medie e superiori. La sfida dovrebbe essere quella di costruire con attività di formazione questa collegialità effettiva e non metterci in competizione, che produce un peggioramento della qualità dell’istruzione.

Un esempio emblematico a questo proposito ce lo danno i quiz Invalsi. Identificare la risposta giusta è molto più semplice che strutturare una risposta. Una serie di obiettivi che noi consideriamo come fondamentali (come la capacità di cogliere i nessi, le relazioni causa-effetto, di confrontare tesi diverse su uno stesso argomento, l’avere una visione di insieme dei fenomeni) in quanto meno misurabili, o non misurabili, vengono messi in secondo piano. Possiamo parlarne anche alla luce dell’esperienza degli altri paesi, che hanno standardizzato la formazione in funzione di questi quiz. Che cosa succede se i miei ragazzi vanno male ai quiz, perché non ho trattato un determinato argomento, o perché l’ho affrontato con un approccio didattico diverso? Se il mio stipendio, la mia carriera o i finanziamenti alla mia scuola dipendono dai risultati dei miei studenti ai quiz? Adatterò le mie scelte didattiche ai quiz, trasformerò l’insegnamento in quello che gli inglesi chiamano “teaching to test”, cioè l’addestramento ai quiz, e questo avrà un effetto dequalificante sulla scuola. L’efficacia di quello che facciamo a scuola non si misura nell’immediato, ma in un periodo più lungo, nella vita da adulto e da cittadino degli studenti. Questa è la vera posta in gioco.

9)Una delle mosse più astute del governo Renzi è stata quella di inserire nello stesso provvedimento della Buona Scuola anche l’assunzione di migliaia di precari, allo scopo di dividere il fronte opposto. Effettivamente negli ultimi anni sono tornati a svolgersi concorsi e questo sicuramente è un bene. Pensate però che essi riusciranno a risolvere l’annoso problema del precariato nelle scuole?

S: Le assunzioni per quest’anno scolastico sono state effettivamente rilevanti. Sono infatti andate a regime 98.000 assunzioni, di cui però la metà sono in organico di potenziamento, vale a dire che non vanno in classe, ma sono a disposizione per le supplenze, per potenziare l’offerta didattica ecc. Il rischio consistente alle superiori è di avere classi di 32 alunni con docenti che stanno in sala insegnanti a leggere il giornale! E questo trasforma materialmente il lavoro dell’insegnante, che rischia di diventare un tappabuchi, una figura flessibile e saltuariamente impiegabile. Va inoltre detto che queste assunzioni straordinarie sono dovute a una sentenza della Corte di Giustizia Europea, che ha condannato l’Italia per l’abuso dei contratti precari nella scuola per un tempo superiore a 36 mesi. Il governo dunque si è trovato a scegliere tra la stabilizzazione o il risarcimento del danno, le assunzioni sono state dunque una scelta obbligata. Il problema del precariato non è tuttavia affatto risolto, la “supplentite” c’è ancora. Ci sono almeno altri 100-150.000 precari che attendono di vedere stabilizzato il proprio posto di lavoro e rischiano seriamente la disoccupazione.

10)Un’altra mossa del governo Renzi, di sicuro effetto propagandistico, è il bonus di 500 euro per i diciottenni previsto dalla legge di Stabilità 2016. Il provvedimento sembra configurarsi come una vera e propria mancia, volta non solo e non tanto a procacciarsi nuovi voti in vista delle elezioni amministrative di primavera, quanto invece ad ottenere l’acquiescenza delle nuove generazioni poste di fronte a prospettive di disoccupazione, precarietà e impoverimento. Inoltre il bonus risulta discriminatorio in quanto esclude i ragazzi e le ragazze che non hanno la cittadinanza italiana, pur vivendo in Italia da parecchi anni. Pensate che a partire da questi due aspetti sia possibile impostare una battaglia culturale volta a difendere l’autonomia politica della vostra generazione?

L: Il costo dell’istruzione, tra carotrasporti, carolibri e contributo volontario, che è diventato una vera e propria tassa, negli ultimi anni è andato via via aumentando. Come dicevi te, il bouns di 500 euro non è altro che un contentino da cui Renzi spera di trarre un ritorno in termini di consenso elettorale. Questo bonus da 500 euro, elargito per addolcire la pillola della Buona Scuola, tuttavia non compensa assolutamente i danni del provvedimento, in primo luogo lo sfruttamento dell’alternanza scuola-lavoro, ed è del tutto insufficiente a sopperire all’aumento strutturale dei costi dell’istruzione.

11)Anche per gli insegnanti è stato introdotto un bonus annuale da 500 euro valido come rimborso per spese legate al miglioramento della propria formazione professionale. Lo vedete come un piccolo riconoscimento del lavoro che l’insegnante svolge fuori dalle ore di lezione per offrire agli studenti una didattica di qualità oppure come un contentino erogato per domare la rivolta contro la Buona Scuola?

S: È evidente che il bonus ha il duplice scopo di addolcire la pillola della Buona Scuola e al tempo stesso di incentivare i consumi, dato che esso consiste in un rimborso spese. Per noi la questione centrale relativa allo stipendio degli insegnanti è il blocco del rinnovo dei contratti del pubblico impiego, scuola compresa, fermi al 2010. Per il 2016 il governo nella legge di stabilità ha stanziato in media 8 euro lordi di aumento al mese, un vero e proprio oltraggio per una categoria, quella dei lavoratori della scuola, insegnanti e ATA, che dal 1990 ha perso il 30 % del potere d’acquisto.

12)Prima accennavi alla campagna referendaria contro la Buona Scuola che dovrebbe partire a breve con la raccolta delle firme e con la costituzione anche a Lucca di un comitato promotore. Potreste dirci quali soggetti fanno parte del comitato nazionale e quali sono i punti specifici che saranno oggetto di referendum?

Nel Comitato promotore nazionale scuola vi sono 17 soggetti nazionali , tra cui Cobas , FLC CGIL, Gilda , Comitati LIP , Unione degli studenti. Oltre ai 4 quesiti scuola vi sono due referendum contro gli inceneritori e contro le trivellazioni. Infine, vi sarà una raccolta di firme su una petizione popolare a difesa del carattere pubblico dell’acqua e contro il furto istituzionale della vittoria dei SI ai referendum del 2011. Quindi, nel comitato promotore nazionale vi sono anche associazioni ambientaliste, come il Forum dell’acqua, la Campagna contro la devastazione del territorio, una parte della rete NO Waste. Infine, vi saranno 3 quesiti sul mercato del lavoro. Quindi, abbiamo messo in piedi un’ampia Alleanza sociale con l’obiettivo di creare una sinergia tra la varie tematiche e i vari soggetti, con la prospettiva di ricreare tale sinergia anche in termini di mobilitazione.

13)Dall’intervista è emerso come sia gli studenti sia gli insegnanti condividano un netto disagio rispetto alle riforme renziane e al modello di scuola che queste veicolano. Pensate che possano esserci dei terreni su cui costruire mobilitazioni comuni e alleanze durevoli nel tempo, al di là della campagna referendaria? Uno di questi potrebbe essere una campagna pubblica di sabotaggio dell’Alternanza scuola-lavoro, ricercando magari anche la partecipazione dei genitori? Prendendo spunto da un recente intervento dei Clash City Workers mi chiedevo se la rivendicazione della non obbligatorietà dell’alternanza scuola-lavoro, e la ferma opposizione a stringere convenzioni di questo tipo con aziende che licenziano e mettono i lavoratori in cassa integrazione non potessero essere due punti qualificanti di questa campagna. Voi cosa ne pensate?

R: Gli ultimi punti che citavi mi sembrano senza dubbio condivisibili. Penso che anche rispetto a questa questione sia opportuno muoversi con l’ottica con cui ci siamo mossi a proposito del Comitato di valutazione, ovvero lasciandoci aperti un ventaglio di opzioni, e a seconda delle situazioni concrete, dei rapporti di forza, dei livelli di consapevolezza, scegliere quella più efficace. Credo sia difficile che si possa praticare un c.d. sabotaggio ( anche nel senso specifico dato a questa parola dalla vicenda giudiziaria di Erri De Luca), mentre è preferibile una sorta di riduzione del danno, riducendo al minimo le ore sottratte all’insegnamento, ponendo alcuni paletti nella selezione delle aziende con cui stipulare le convenzioni, rifiutando quelle che hanno licenziato lavoratori, o che praticano il lavoro irregolare e il lavoro nero, che abusano dei voucher, preferendo, invece, quelle che si preoccupano effettivamente di fare formazione che sia complementare (e non sostitutiva) alla didattica svolta in classe, che sia strettamente legata all’indirizzo di studio …. Senza dubbio però va detto che finché incombe su di noi questo moloch delle 400 ore le possibilità di resistenza effettiva siano molto problematiche, per questo puntiamo molto sul referendum abrogativo degli elementi più retrivi della Buona scuola, tra cui quello dell’Alternanza scuola-lavoro.

L: Sicuramente vediamo come necessario un’alleanza più stretta tra studenti e insegnanti per avversare questo che forse è il punto più impattante della Buona Scuola. Aggiungo tra l’altro che le donazioni e gli investimenti fatti dai privati all’interno delle scuole, investimenti che passano per belle azioni, che creano una bella immagine di questi privati all’interno della città, rischiano di fare da apripista all’ingresso massiccio degli studenti in quelle aziende a lavorare gratis, quasi come una forma di compensazione. Per far tornare il dibattito e l’attenzione pubblica sull’argomento vedremmo con favore anche la possibilità di tornare a svolgere delle lezioni in piazza.

Lascia un commento

commenti

Shares