Referendum sulle trivelle. Ragioni, obiezioni e contro-obiezioni a favore del Sì

A cura di “Sasso nello Stagno”

Per quanto in extremis, abbiamo deciso di offrire ai nostri lettori il nostro punto di vista sul referendum di domani. Abbiamo suddiviso per punti la nostra riflessione in modo da favorire una più agevole comprensione di quella che secondo noi è la posta in gioco della giornata di domani.

1)Referendum tecnico o referendum politico?

La portata giuridica del referendum di domani, è vero, è molto limitata. è in questione lo stop alle trivellazioni di petrolio e gas. Ma non a tutte le trivellazioni di petrolio e gas. Solo a quelle in mare. Ma non a tutte quelle in mare. Solo a quelle entro le 12 miglia dalla costa. Ma non da subito, solo alla scadenza del contratto (tra 5, tra 10, tra 20 anni, a seconda dei casi).

Un po’ astruso e complicato, è vero.

Va però detto che non era questo il referendum a cui avremmo dovuto votare. I quesiti promossi dalle regioni erano inizialmente sei, e avrebbero avuto una portata più articolata e complessiva. Temendo la portata di questo referendum, il governo Renzi è corso ai ripari inserendo nella legge di stabilità 2016 delle modifiche allo Sblocca Italia che hanno reso inammissibile 5 dei 6 quesiti referendari promossi. Ne è rimasto questo referendum un po’ monco, sicuramente limitato, ma che conserva comunque un valore politico (e non tecnico) niente affatto da disprezzare.

Perché che tipo di fonti energetiche vogliamo impiegare per il nostro fabbisogno, chi decide in materia di ambiente e territorio (lo Stato, le Regioni e le comunità locali), a che punto siamo disposti a sopportare dei rischi ambientali in nome di un certo numero di posti di lavoro, oppure che tipo di favori o meno è giusto concedere all’industria estrattiva in nome della suddetta creazione o mantenimento di alcuni posti di lavoro, sono tutte questioni politiche e niente affatto tecniche.

Prima di ritornare sul valore politico effettivo strumento referendario, alcune considerazioni di merito, che a nostro avviso sono di per sé necessarie e sufficienti per votare sì domani.

2)è giusto privarsi di una risorsa economica come gas e petrolio?

Si è detto: “è assurdo dismettere delle attività estrattive”, anche se inquinanti e produttrici di fattori di rischio ambientali. Certo, le rinnovabili piacciono a tutti, come no, ma “non siamo ancora pronti, ci vuole tempo, intanto usiamo gas e petrolio, se smettiamo subito sarebbe un disastro, perderemo molti posti di lavoro, non facciamoci spaventare dai pasdaran dell’ambientalismo”.

Si tratta di una posizione assurda e contraddittoria. Chi accusa i comitati No Triv di mentire quando questi scelgono come slogan “Ferma le trivelle!”, non può fare a meno di autoaccusarsi di falsità. Se infatti è falso dire che se vince il Sì al referendum saranno fermate le trivellazioni di gas e petrolio in Italia, non può non risultare altrettanto falso affermare che in caso di vittoria del Sì ci aspetta un’apocalisse occupazionale. Ragioniamo: se l’eventuale vittoria del Sì stabilisce che questi impianti estrattivi verranno dismessi tra 5, 10 o 15 anni, alla scadenza naturale dei contratti firmati, ciò significa che c’è tutto il tempo necessario e sufficiente perché il governo italiano metta in campo un piano energetico e industriale che unisca il sostegno alle energie rinnovabili a nuove prospettive occupazionali. Se questo piano energetico non ci sarà, la colpa sarà del governo, non di chi avrà democraticamente espresso l’indirizzo politico da percorrere.

Si è detto che è comunque sbagliato sprecare delle risorse energetiche che abbiamo a disposizione. Quando anche mettessimo da parte la questione ambientale, considerandola come secondaria (e certamente noi non la consideriamo così) poniamoci due domande:

a)A quanto ammontano i benefici effettivi che lo Stato e i contribuenti italiani ricavano da queste attività?

Qui, a dispetto di altri aspetti su cui la guerra delle cifre è più accesa e meno definita, la matematica canta in maniera inequivocabile: per quanto riguarda le piattaforme offshore le royalties (i contributi versati allo Stato sul totale dei ricavi dallo sfruttamento di una risorsa di sua proprietà ) si differenziano dal 2012 in due aliquote: 10% sulla quantità di gas naturale estratto e 7% sul petrolio. Cifre davvero esigue, per non dire irrisorie specie se confrontate con quelle di altri paesi, per cui rimandiamo a questo articolo. Non solo: la legislazione italiana prevede delle franchigie per le prime 50 mila tonnellate di petrolio prodotte in mare, per i primi 25 milioni di m3 di gas estratti su terraferma e per i primi 80 milioni di m3 in mare. Che in questi anni si sia fatto di tutto in Italia per attrarre investimenti esteri, compreso rendere sempre più precario il lavoro e più facilmente sfruttabili i territori, non lo scopriamo certo adesso. Ci è invece meno chiaro perché dovremmo considerare come un nostro interesse la difesa dei loro profitti.

b)di che quantità di combustibili fossili stiamo parlando?

Per quanto sussista un margine di incertezza sulla quantità potenziale di gas e petrolio estraibile dai giacimenti situati in territorio italiano, c’è un’ assoluta concordia nel riconoscere che questa contribuisce in misura minima al fabbisogno energetico italiano, in misura minore del 5 % ed è stato calcolato che, se dovessero sostenere da sole per intero i consumi energetici italiano, risulterebbero esaurite nel giro di un anno(si legga qui)

Di fronte a questi dati, risulta davvero incomprensibile il perché il governo Renzi abbia deciso, con lo Sblocca Italia, di definire le trivellazioni un investimento strategico di interesse nazionale. O meglio, diciamo che il recente scandalo di Tempa Rossa che ha portato alle dimissioni del ministro Guidi lo ha reso finalmente comprensibile.

Decisamente c’è ragione di pensare che sia opportuno per il futuro guardare a un’altra direzione.

3)Pacta sunt servanda

Si è detto che questo referendum, bloccando una parte delle trivellazioni già in atto, rischia di mandare in fumo investimenti e posti di lavoro. Nulla di più falso. In tutto il mondo gli Stati concedono alle compagnie petrolifere lo sfruttamento dei giacimenti per un determinato periodo di tempo, al termine del quale si riservano di ricontrattare le condizioni di gestione, o di affidarlo in concessione a un’altra compagnia o infine di dismetterne lo sfruttamento. Solo in Italia invece, a quanto pare, si concede alle compagnie petrolifere la possibilità di sfruttare senza limiti di tempo delle risorse naturali, fornendo in cambio allo Stato i benefici irrisori che abbiamo visto.

Proviamo a dirla con un esempio semplice. Un proprietario affitta il suo appartamento a un inquilino che intende usarlo come sede della sua attività economica. Si stabilisce un contratto di durata trentennale, con un canone di locazione assai modesto. L’attività imprenditoriale dell’inquilino rende assai bene, eppure il proprietario non esige alcun aumento del canone di affitto. Il contratto dopo trenta anni scade. Logica vorrebbe che l’affitto dell’appartamento, messo a profitto dall’attività economica dell’inquilino, venisse ricontrattato al rialzo. Il nostro proprietario invece è particolarmente generoso e galantuomo con quest’inquilino e decide di lasciargli in gestione l’appartamento al medesimo canone di affitto finché vorrà.

In genere quando come compagni parliamo del tema della casa, ci troviamo di fronte alla situazione inversa. Affitti esosi a fronte di un bene immobiliare di scarso valore per un inquilino povero. Una piccola dimostrazione di come le cosiddette regole di mercato valgano solo per i poveri. Per i ricchi, beati loro, c’è sempre stato il socialismo.

Votando Sì domani, è possibile cancellare questo inaccettabile privilegio.

4)I posti di lavoro al primo posto. A qualunque costo?

Veniamo adesso a uno degli argomenti che più sono stati usati dal fronte astensionista per boicottare il referendum di domani. In caso di vittoria del Sì, alla breve o alla lunga, andrebbero perduti un certo numero di posti di lavoro. Un numero non enorme come si paventa, ma neanche trascurabile. È certamente un tema che la sinistra di classe non può ignorare o trattare alla leggera. Abbiamo già detto sopra che è falso affermare che in caso di vittoria del Sì ci aspetta un’apocalisse occupazionale. Non è però scontato che tutti i posti di lavoro che verranno persi in questo settore verranno poi effettivamente riassorbiti in un altro. Che fare dunque?

La questione ci dà modo di riflettere su un argomento di portata più ampia, vale a dire l’accettazione passiva di un certo modello di sviluppo, che viene magari anche criticato, ma da cui alla fine si risulta schiavizzati in nome del ricatto del posto di lavoro. La contrapposizione che in questo caso si dà tra lavoro e ambiente, non è diversa da quella che si dà in altre situazioni. L’Ilva di Taranto è l’emblema tragico di questa contraddizione. Una intera città avvelenata da un sistema industriale distruttivo, sottoposta a questo desolante ricatto: se non vuoi morire di fame subito, devi lavorare per mantenere in vita la macchina che darà origine al tumore che ti farà morire tra qualche anno. Con la stessa logica si potrebbe dire: perché chiudere le fabbriche di armi? È vero, servono a uccidere migliaia di persone nel resto del mondo ma danno lavoro da noi.

Tornare a parlare di anticapitalismo, ad elaborare una teoria e una pratica per il superamento dell’attuale modello economico che sia all’altezza del nostro tempo serve anche a questo. A non mettere più contro l’altro il lavoro e l’ambiente, lo stipendio e la salute, il “benessere” di oggi e la devastazione del pianeta per le future generazioni. A non essere più costretti a scegliere a quale corda impiccarsi. Se un sistema ci obbliga a questa scelta, significa che abbiamo l’urgenza di cambiare sistema. Lottare per un reddito di base incondizionato che garantisca a tutti i mezzi di sostentamento necessari a non sottostare al ricatto di un lavoro purché sia, anche se sfruttato, malpagato, insalubre e dannoso per l’ambiente e per la società è da questo punto di vista una rivendicazione politica imprescindibile.

5)Ma questo referendum cambierà veramente qualcosa?

Torniamo al punto di partenza. Abbiamo provato a delineare una serie di ragioni a nostro avviso necessarie e sufficienti per votare Sì al referendum di domani. Resta da affrontare l’ultimo punto ovvero l’utilità reale di questo referendum, la sua portata politica effettiva.

Diciamo subito che domani è bene andare a votare, ma con laicità, senza speranze eccessive. Non tanto per via del rischio che il quorum non venga raggiunto, quanto invece per l’effettiva messa in opera dell’indirizzo politico che il referendum domani potrebbe dare, con o senza quorum.

Abbiamo già visto con il referendum sull’acqua che lo strumento referendario, se slegato da un movimento di lotta diffuso e continuo nel tempo, risulta un’arma spuntata, a maggior ragione in un periodo come il nostro di crisi del sistema democratico rappresentativo. Non bisogna dunque farsi illusioni, ma nemmeno trascurare l’utilità tattica che questo strumento ha sia come occasione per tornare a discutere di determinati argomenti su cui creare sensibilità, consapevolezza e scelte di campo, sia come occasione per rendere palese la presenza di un consenso attorno a una certa opzione politica (in questo caso l’opposizione alle trivellazioni, a favore delle energie rinnovabili) su cui poter far crescere le lotte.

Ricordiamo inoltre che proprio in queste settimane è partita la raccolta firme per i Referendum Sociali, una serie di quesiti che oltre a leggi come la Buona Scuola e il Jobs Act si propongono anche di intervenire in materia di trivellazioni, bloccandole sia in terra sia in mare oltre le 12 miglia.

Facciamo sì che quello di domani sia solo l’antipasto.

Non siamo dei cantori del voto a tutti i costi, pensiamo al contrario che l’astensione alle elezioni politiche o amministrative abbia di per sé un valore politico, inteso come rifiuto della delega al sistema rappresentativo. Il referendum di per sé non garantisce nulla, ma costituisce comunque uno strumento di democrazia diretta che pensiamo sarebbe sciocco non usare. Il recente invito di Napolitano e Renzi all’astensione dovrebbe indicarci al contrario come questo sia uno strumento che può far male al sistema di potere che si fa garante dei profitti economici dell’industria estrattiva.

Ci sarà magari tempo nei prossimi giorni per le analisi, per le valutazioni, per le prospettive, per i “non finisce qui.” Ma per adesso, pur consci della labilità di questo verbo applicato a questo strumento, proviamoci. Proviamo a vincere.

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