Un anno dopo il corteo No-Expo, quale prospettiva per i movimenti? Proposte per una federazione

Vorremmo proporre in questo articolo una riflessione sullo stato dei movimenti, sulle difficoltà che questi vivono in una fase così complessa e contraddittoria come quella che stiamo attraversando. Prendiamo come punto di riferimento il corteo No-Expo di un anno fa, a cui abbiamo partecipato. Pensiamo che quella data, per le profonde divisioni tattiche e strategiche fra le diverse componenti del movimento che ha fatto emergere, abbia per il momento segnato un punto traumatico circa le possibilità di costruire un movimento di massa capace di incidere sui grandi giochi della politica in Italia. Vorremmo ripartire da lì, e a partire da una serie di nodi problematici, avanzare una proposta per uscire dall’attuale impasse di cui ci piacerebbe che i soggetti di movimento, in particolare i più grandi e strutturati, discutessero.

Siamo una realtà molto piccola e giovane e scriviamo da una posizione, quella della città di Lucca, tutto sommato periferica. Pensiamo tuttavia che questa condizione di perifericità, di esternità e forse perfino di ingenuità rispetto ai “grandi giochi” delle assemblee nazionali di area o di corrente, ci permetta di individuare alcuni problemi che impediscono ai movimenti di farsi un soggetto politico capace di incidere davvero nel presente.

Speriamo che questo contributo possa servire da stimolo per una proficua discussione e, magari, per provare a percorrere delle strade inesplorate.

Un fantasma si aggira per l’Italia, il fantasma della ricomposizione della sinistra di classe, delle lotte sociali, delle soggettività politiche antagoniste. Non c’è sezione di quel che resta dei partiti della sinistra radicale che non ne abbia discusso in infinite riunioni; non esiste centro sociale che non si interroghi da anni su come ricostruire un blocco sociale conflittuale; non c’è collettivo, associazione o gruppo che non si domandi come uscire dalla propria nicchia, ora più larga e attraente ora meno, ma che sempre nicchia rimane.

Non ci stiamo naturalmente riferendo al problema, davvero misero, e che riguarda solo qualche avanzo di ceto politico alla deriva, di fare un qualche cartello elettorale capace di superare soglie di sbarramento alle elezioni e rientrare nelle istituzioni. Ci riferiamo invece a un problema che riteniamo di gran lunga più importante e decisivo: la ricostruzione di un’organizzazione politica che ambisca a suscitare e far durare nel tempo il conflitto sociale, a dargli una prospettiva generale di cambiamento che abbia delle potenzialità egemoniche, che sia un punto di riferimento realmente credibile per tutti quelle soggettività in cerca di un riscatto ma che non trovano ancora gli strumenti efficaci per costruirlo, o addirittura non lo ritengono possibile.

La presenza persistente di questo spettro nulla ci dice, se non dell’incapacità delle varie soggettività politiche e sociali che compongono quella galassia che, in mancanza di un termine migliore, chiamiamo ancora “movimento”, di affrontare e di dare una risoluzione a questo problema. Problema che, se certo non spiega del tutto la nostra debolezza e la nostra incapacità di essere percepiti dalle masse come un soggetto politico capace di incidere e di produrre un cambiamento nell’attuale corso storico, certo ne è una parte integrante.

Si propone ancora una volta l’annosa questione della (in)capacità soggettiva di sfruttare e di agire delle condizioni oggettive favorevoli o potenzialmente tali. A indurci a questa riflessione non è alcun spirito di autocommiserazione, né l’ennesimo disfattismo apocalittico, bensì la consapevolezza di un potenziale che avremmo, e la rabbia per il vederlo sprecato.

Siamo da poco entrati nel nono anno della crisi economica più grave del 1929, una crisi che come sempre il capitalismo provvede a scaricare ai piani bassi della società. Le crisi dovrebbero essere delle occasioni favorevoli per i movimenti rivoluzionari capaci di sfruttarne le crepe. Eppure, la realtà quotidiana che abbiamo modo di osservare da alcuni anni a questa parte, smentisce ogni ottimismo di accumulo lineare di forza militante, così come di rabbia disposta a tramutarsi in conflitto. Nonostante un picco di rifiuto e conflittualità su scala globale che possiamo situare attorno al 2011 (le “primavere” arabe, Occupy Wall Street, gli Indignados spagnoli, la resistenza greca, la manifestazione del 15 ottobre a Roma) e che è stato parzialmente anticipato in Italia nel 2008-2010 dal ciclo di lotte che hanno visto protagonisti il mondo della scuola e dell’università,  la crisi sta più funzionando da strumento di governo dei costi sociali di una ristrutturazione capitalistica che ha i suoi capisaldi nell’abbattimento della capacità contrattuale, dei diritti e delle protezioni del mondo del lavoro da un lato, l’abbattimento a passi accelerati degli ultimi resti del Welfare State novecentesco dall’altro.

L’intensificarsi della lotta di classe dall’alto verso il basso, non ha trovato finora una adeguata risposta, per estensione, radicalità e continuità, da parte del mondo di sotto. A peggiorare il difficile quadro, nell’ultimo anno abbiamo assistito al riassorbimento dell’anomalia greca, e all’introduzione dello stato di emergenza in Francia in seguito agli attentati jihadisti di Parigi, e poi a quelli di Bruxelles. Walter Benjamin diceva che “ogni ascesa del fascismo reca traccia di una rivoluzione fallita”. La fascinazione che l’Isis esercita su fasce consistenti degli immigrati di seconda generazione da un lato, le percentuali da capogiro ottenute del Front National alle ultime elezioni in regioni che un tempo erano feudi del Pcf, e prima ancora la sua capacità di dettare l’agenda politica al presidente socialista Hollande dall’altra, sono entrambi inquietanti sintomi di quello che, ad oggi, è il rattrappirsi di una prospettiva rivoluzionaria di liberazione. Nel mezzo, il soffiare sempre più forte dei venti di guerra, lo sfacelo climatico, a possibilità concreta di una “stagnazione secolare”, l’aumento della violenza esercitata dal capitale sulle nostre vite, il riemergere di forze neofasciste e nazionaliste in reazione ai flussi migratori, la sostituzione della mediazione politica dei conflitti con l’intensificarsi della repressione.

Se abbiamo voluto ricordare qui le forze nemiche che ci assediano, la barbarie che stanno portando, non è per deprimerci, ma perché vogliamo sottolineare la tragicità della fase che stiamo attraversando e la responsabilità storica e politica che grava sulle nostre spalle. Ci rivolgiamo ai centri sociali, ai collettivi studenteschi, alle forze antifasciste e antirazziste, ai sindacati di base, ai lavoratori in lotta, a tutti coloro che credono nell’autorganizzazione e nel rifiuto della delega rappresentativa come strumento di riscatto politico. Forse non siamo così tanti, ma nemmeno pochi. Siamo consapevoli di quello che accade, facciamo controinformazione, produciamo una cultura antagonista al pensiero unico neoliberista, sperimentiamo ogni giorno nei territori forme di incontro, lotte e vertenze allo scopo di ricomporre tutti coloro che, se uniti, potrebbero di nuovo diventare quel “movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti”.

Ciò nonostante, a dispetto della generosità e della passione che anima tanti di noi, non riusciamo a fare passi avanti significativi nella direzione dello strutturarci come un soggetto politico unitario riconosciuto non solo a livello locale. I territori sono pieni della ricchezza politica, sociale e culturale dei nostri spazi e delle nostre manifestazioni, fatichiamo tuttavia a fare un salto di qualità, a costruire forme più robuste, coordinate e strutturate di contropotere. Pensiamo che il raggiungimento di questo obiettivo non possa non passare attraverso la costruzione di forme permanenti di coordinamento nazionale tra le diverse realtà locali e famiglie politiche del movimento. Cosa che ad oggi sembra avvenire di rado (e spesso male), quasi solo in preparazione di manifestazioni nazionali.

Negli ultimi anni tutti i paesi del Sud Europa sono stati investiti dalla violenza dell’austerità. Solo in Italia però, fatto salvo il ciclo di lotte 2008-2010 che ha visto protagonisti il mondo della scuola e dell’università, non si è dato alcun movimento di massa anti-austerità capace di durare nel tempo, né una qualche forza politica capace di raccoglierne i frutti, come ad esempio hanno fatto Syriza in Grecia e Podemos in Spagna. Abbiamo citato contesti assai diversi per storia e prospettive, di cui non ci sfuggono i profondi limiti (e, nel caso greco, la disastrosa capitolazione dello scorso anno). Senza cedere ad alcun entusiasmo ingenuo, è però evidente a tutti il profondo divario che c’è tra questi diversi contesti e l’Italia, tra il riemergere dello scontro politico di parole d’ordine e di proposte politiche se non anticapitaliste almeno antiliberiste, e la sostanziale assenza di questa ventata dalle nostre parti. Possiamo pensare che ciò sia indipendente dai limiti della nostra condizione soggettiva? Certamente no, e ne siamo ben consapevoli. Annaspiamo da anni alla ricerca di una prospettiva politica da dare a un conflitto sociale che ci impegniamo ad attivare e suscitare nei territori. L’ottimo lavoro politico che alcune realtà sono riuscite a fare, ad esempio per quanto riguarda il diritto all’abitare o le lotte dei lavoratori della logistica, tuttavia non riesce a sganciarsi da una doppia sacca che ne soffoca la generalizzazione: la dimensione locale e quella vertenziale. Una generalizzazione che invece era parsa possibile nelle giornate del 18-19 ottobre 2013 a Roma, che hanno segnato il punto più alto (e però, purtroppo, isolato), del movimento antagonista in Italia.

Come fare sintesi, come costruire piattaforme rivendicative che connettano le diverse lotte e vertenze e che siano in grado di esercitare egemonia su quelle a venire? Su questo punto, ogni volta, ci andiamo a sfracellare. Forse nulla lo dimostra in maniera più evidente delle contraddizioni che emergono puntuali ogni volta che si deve convocare una manifestazione nazionale. Le tensioni e le lacerazioni che si danno tra le diverse anime del movimento sul significato politico da dare alla giornata, tanto nella preparazione e nella contrattazione tra le diverse famiglie, correnti e strutture sul modo di stare in piazza, quanto nel commentarne poi a colpi di comunicati gli esiti, sono sintomi evidenti di una disabitudine alla cooperazione, alla solidarietà, alla messa da parte di rivalità di piccolo calibro a favore della causa comune. Il risultato di tutto ciò, quando i numeri scarseggiano e veniamo mediaticamente criminalizzati (e spesso purtroppo le cose vanno a braccetto), è un dilagare di distinguo, di analisi a volte anche interessanti e stimolanti ma che, per il modo in cui vengono fatte, finiscono spesso col produrre frammentazione, spaccature, inutili esibizioni narcisistiche, sospetti, diffidenza, rancori. Il passo successivo è spesso la divaricazione incomponibile delle opzioni strategiche, con un ulteriore indebolimento e dispersione delle nostre forze. Giornate che volevano essere ricompositive e volte a innescare processi politici capaci di partecipazione e consenso di massa, finiscono così per conseguire l’effetto opposto. Tutto ciò distrugge il nostro essere una comunità e inficia la nostra capacità di essere un punto di riferimento politico credibile.

Senza andare troppo lontano nel tempo, pensiamo al corteo No Expo del 1 maggio 2015. Mentre ciascun soggetto era impegnato a produrre la sua analisi di quella giornata, il mondo della scuola assisteva alla mobilitazione sindacale più forte e diffusa dai tempi del 2008-2010, aprendo delle importanti contraddizioni all’interno del blocco sociale ed elettorale renziano. Tutti presi da noi stessi, non siamo stati in grado nemmeno di sfiorare a un livello percepibile la resistenza degli insegnanti contro la Buona Scuola. Né quel movimento ha pensato che fossimo un interlocutore politico importante con cui allearsi. Dovremmo allora chiederci perché in quelle settimane non siamo stati in grado di cogliere l’occasione, di ritrovare un’unità e una capacità di azione immediata sostenendo quel movimento, spingendo laddove possibile gli studenti a mobilitarsi e a occupare le scuole, favorendo così la saldatura di quei legami e di quelle sponde di cui oggi lamentiamo la mancanza. Il punto in questione non è la bontà o meno, la qualità o meno delle analisi e delle prese di posizione prodotte, né tantomeno che non si debba riflettere criticamente sul nostro operato, ma la necessità di trovare delle forme e dei canali che la riconducano a una dialettica anche aspra ma interna a un soggetto, e non a una resa dei conti tra fazioni.

Lo diciamo molto chiaramente: non potremo mai essere visti come un soggetto che unisce il mondo dei subalterni e degli sfruttati se non siamo in grado di presentarci e, almeno in una certa misura, di essere uniti tra di noi. Possiamo anche formulare le più belle piattaforme, ma se per percorrerle siamo ogni volta costretti a fare da soli, a perdere compagni con cui camminare fianco a fianco, rischiamo di ridurci a giocatori d’azzardo che più perdono quote importanti di forze politiche e sociali con cui allearsi e più dissipano la propria base militante rendendola numericamente insufficiente e incapace di innescare processi politici più ampi.

Si pone dunque la necessità di costruire l’unione attraverso l’organizzazione. Ci rendiamo conto che si tratta di un processo arduo. Abbiamo ben presente che il “movimento” è diviso in almeno 4 o 5 tronconi, più una serie ampia di spazi e collettivi “non allineati”, che ci sono importanti ed enormi divisioni strategiche (rappresentanza no/rappresentanza forse; classe/moltitudine; Europa no/Europa sì ecc.) che non è affatto semplice sintetizzare. Ma abbiamo chiara anche un’altra cosa: i soggetti che si fanno portatori di tutte queste opzioni, più o meno condivisibili, allo stato attuale delle cose non hanno, da soli, una forza sufficiente per fare Storia. E noi invece nella Storia vogliamo rientrare dalla porta principale, esserne protagonisti.

La nostra incapacità di fare Storia si riflette direttamente nell’incapacità di produrre una storia della nostra attività politica recente. Riusciamo a scrivere la storia di specifiche lotte e vertenze, di un ciclo di lotta di alcuni mesi, ma non riusciamo a produrre una narrazione convincente e unitaria del conflitto sociale in Italia. Questa incapacità di scrivere una storia, di riflettere criticamente sul proprio lavoro politico, è forse uno dei sintomi più evidenti della nostra debolezza. Non possiamo accontentarci di convogliare picchi di rifiuto in singole giornate di conflittualità di piazza, di ricordare quelle date per la bellezza degli scontri o invece, più spesso, per il prezzo repressivo che alcuni compagni stanno pagando. Non possiamo accontentarci di aspettare la svolta dalla “grande data”, o peggio ancora, dalla vittoria di un partito di sinistra radicale in un paese vicino. Non possiamo più permetterci di proiettare sul futuro desideri di cambiamento che risultano velleitari, perché non fondati su un’adeguata riflessione critica dell’esperienza passata.

Per questo vogliamo lanciare un sasso nello stagno, una sfida ai movimenti. Quello che proponiamo è di unirci in una federazione, plurale e aperta a tutti coloro che vogliono promuovere e sostenere il conflitto sociale nel nostro paese. Ci piacerebbe chiamarla “gli Stati generali delle lotte sociali”. Dovrebbero parteciparvi, a nostro avviso, tramite un’adesione libera, centri sociali, spazi autogestiti, collettivi studenteschi, forze anticapitaliste, antirazziste e antifasciste, LGBT, sindacati di base, lotte autorganizzate dei lavoratori, movimenti contro le Grandi Opere e la distruzione dei territori.

Pensiamo di aver messo sul tavolo una proposta ambiziosa e modesta al tempo stesso. Ambiziosa perché, ad oggi, ogni tentativo di ricomporre fratture e lacerazioni di lungo e di recente corso, nonché opzioni strategiche spesso non poco divergenti, è un lavoro che richiede uno sforzo notevole di volontà e di umiltà. Modesta perché è una proposta che non prevede alcun “passo indietro”, nessuno scioglimento delle attuali strutture politiche di movimento.

Sentiamo il bisogno di una struttura politica che rafforzi i movimenti e il conflitto sociale. Non si tratta necessariamente di dover inventarci niente di nuovo, si tratta invece di continuare a condurre le nostre lotte, ma provando a farlo meglio, a farlo insieme, a farlo tutti. La federazione secondo noi dovrebbe essere uno strumento al servizio di questo scopo.

Si potrebbe obiettare che il rischio di una simile proposta è quello di dare vita a un “parlamentino dei movimenti”, di istituzionalizzare correnti in concorrenza tra loro che già esistono, senza creare qualcosa di veramente nuovo. Che cosa differisce la Federazione, per come qui l’abbiamo molto sommariamente delineata, da un “partito dei movimenti”? Il fatto che, secondo noi, è una forma che può unire i pregi della forma-partito (l’organizzazione strutturata, il coordinamento e la ramificazione territoriale) senza ereditarne i difetti, sempre che li si consideri a priori tali (il centralismo democratico).

I conflitti tra correnti sono da sempre esistiti nella storia della sinistra politica, il frazionismo congenito dei movimenti non porta niente di nuovo sotto il sole. Il fatto però che questo conflitto tra correnti fosse all’interno di una struttura politica, faceva sì che il suo esito potesse fare una grossa differenza, spostando l’asse di azione di una forza politica considerevole. Abbiamo la volontà di costruire le condizioni per tornare a giocare nell’arena della Grande Politica? Questo l’interrogativo che poniamo. Interrogativo che poniamo a tutti, ma in particolare alle aree politiche più grosse, la cui partecipazione o meno è decisiva per l’avviamento del processo federativo.

Siamo in un periodo difficile, lo sappiamo. Ma anche i periodi più duri, se trovano la disponibilità e la ferma volontà a interrogare i propri limiti, le ragioni delle proprie sconfitte e dei propri fallimenti, e ad elaborare progettualità politiche innovative, possono preparare il terreno per le vittorie di domani. Per questo secondo noi, senza perdere assolutamente di vista le varie lotte da condurre nei territori, dovremmo sfruttare i prossimi mesi per lavorare su noi stessi e farci trovare pronti e capaci di essere riconosciuti come alleati preziosi per quei soggetti che, in un futuro forse non vicinissimo ma nemmeno così lontano, si rivolteranno e alzeranno la testa.

Se non vogliamo condannarci ad essere i detriti sempre più piccoli e dispersi della stagione degli anni Settanta, mentre il mondo attorno a noi regredisce a condizioni di vita e di sfruttamento del lavoro ottocentesche, mentre la violenza dei confini si abbatte sui migranti, dobbiamo tornare a interrogarci su come ricostruire nel nostro Paese un soggetto politico unitario che possa diventare un punto di riferimento chiaro e credibile per tutti gli sfruttati, non solo su un piano locale e vertenziale.

In conclusione vorremmo esplicitare meglio un punto che forse condensa il bisogno impellente che avvertiamo e da cui questa proposta prende le mosse. Non siamo così ingenui da pensare che la Storia debba passare per forza da noi, che da noi dipendano le sorti ultime dell’emancipazione della nuova composizione di classe. Liberiamoci pure da questo narcisismo da autonarrazione di piccolo calibro. Le rivolte ci saranno lo stesso, nuovi movimenti di massa entreranno sulla scena e magari, perché no, ci supereranno e ci metteranno ai margini. L’esempio francese della Nuit Debout è li a dircelo da settimane. La domanda però che dobbiamo porci è: queste rivolte, questi nuovi movimenti, avranno la forza, l’intelligenza, l’organizzazione sufficiente per innescare un reale cambiamento politico dopo la prevedibile e fisiologica fase di reflusso? È possibile pensare che non si debba sempre ripartire da zero? È possibile pensare di fare qualche piccolo, lento ma indispensabile passo avanti verso la ricostruzione e l’organizzazione di un soggetto rivoluzionario? Questo ci chiediamo, a noi stessi in primo luogo, e al resto del movimento. Questo sì, dovrebbe essere compito nostro, su cui ragionare. Vorremmo capire se e a che livello l’esigenza che stiamo ponendo in questo articolo risulti condivisa all’interno dei movimenti.

Come abbiamo ripetuto più volte, la fase attuale è complessa, difficile, per certi aspetti inquietante e pericolosa, per altri invece ricca di opportunità. C’è la volontà di fare qualcosa di più che l’esserne spettatori o agenti marginali? Noi diciamo, nonostante le enormi difficoltà: non è mai troppo tardi per fare una radicale autocritica circa i nostri limiti soggettivi e avviare un percorso di unità. Perché, di questo siamo assolutamente sicuri, finché restiamo così divisi e frammentati, i nostri passi avanti o indietro, giusti o sbagliati, in una direzione o nell’altra, semplicemente non si sentiranno. Abbiamo la volontà e la capacità di essere qualcosa di più che un rumore di fondo, una voce di disturbo? Abbiamo la volontà e la capacità di provare a irrompere davvero nella scena, di tornare a fare davvero rumore?

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