L’uso strumentale del concetto di terrorismo. Decostruire la narrazione dominante a partire dagli “anni di piombo”.

Il 9 Maggio ricorre da diversi anni il Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo. Non è stato scelto un giorno qualsiasi ma la ricorrenza del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, allora presidente della Democrazia Cristiana, e dal 1955 al 1976 ministro o premier dei vari governi centristi. La data è ormai un momento di cordoglio bipartisan in cui il ceto politico, militare e dirigenziale dello Stato italiano ricorda l’uccisione di un leader, dirigente e governante. Alla giornata poi è stata tardivamente associata anche la figura di Peppino Impastato, militante comunista ucciso nello stesso giorno dalla mafia di Cinisi. Sicuramente è stato fuori tempo massimo il ricordo istituzionale della sua uccisione. Per lo Stato, difatti, non avrà mai il valore fondante e strategico di Moro. Peppino fu obliato per anni dal governo democristiano che con Cosa Nostra governava, e solo grazie ad un lungo lavoro dal basso è stato portato alla memoria collettiva.

In realtà poco importa alle forze politiche di un militante ucciso dalla mafia, il 9 Maggio rimane la data in cui la classe dominante celebra la vittoria contro la lotta armata degli anni ’70. Questa guerra, perché tale termine dobbiamo usare, è stata vinta dalle istituzioni non escludendo l’uso di torture, illegalità, e omicidi, e negli ultimi 30 anni, come dopo ogni guerra, media e politici hanno lavorato per costruire una storia gloriosa e vittoriosa, il cui unico scopo è stato quello di cementificare la legittimazione di questa nostra ‘democrazia’.

Il periodo che va dal 1968 al 1978 è stato un decennio di rivolta, formazione, crescita, utopia e anche disillusione. Alla fine degli anni ’60 gli studenti hanno messo in discussione scuola, matrimonio, patriarcato, classe dirigente, moralità e politica. Questa onda si è unita con le rivendicazioni operaie e proletarie sconvolgendo la società e l’Italia intera. Un movimento di massa che in varie forme e con tanti distingui ha attaccato direttamente lo Stato, sognando una società diversa. Come tutti i processi di cambiamento radicale che non hanno avuto successo, anche questo era destinato a finire o a venire riassorbito nel sistema. In questo caso lo Stato ha vinto la sua battaglia e dal 1978 inizierà una lunga fase di ristrutturazione del welfare e di allontanamento delle masse dalla politica. Da quel periodo, segnato anche dalla violenza armata e dallo scontro frontale tra due forze contrapposte, lo Stato ha tratto una legittimazione al mantenimento dello status quo piegando l’analisi storica a suo volere. (Per un approfondimento sul lungo ’68 italiano: “L’orda d’oro” di Nanni Balestrini e Primo Moroni)

La costruzione di una Storia e di una memoria condivisa è incentrata sulla spettacolarizzazione mediatica della vita delle vittime della lotta armata, ricorrendo ad ogni strumento classico della propaganda: libri, tv, film, celebrazioni, ricorrenze, e focalizzando la questione sul fatto umano della morte. Si cerca infatti di innescare nello spettatore il sentimento di empatia verso le vittime e quindi la condanna senza se e senza ma degli atti e delle ragioni che li hanno prodotti. Ma focalizzarci sui fatti umani, per quanto talvolta possa essere legittimo, non ci dà alcun elemento valido per fare storiografia, per comprendere un processo decennale, le motivazioni e i nodi politici che quella stagione ha posto. La categoria di “terrorismo” infatti non ci dà alcuna informazione di carattere politico circa l’identità e la portata di quei movimenti rivoluzionari che hanno sconvolto l’Italia e che hanno tentato di abbattere quella che allora veniva chiamata la “democrazia borghese”.

Da questa Storia a senso unico, vengono ovviamente omesse le vittime della repressione poliziesca e statuale. C’è mai stata una fiction su Giuseppe Pinelli (ferroviere anarchico ucciso dai poliziotti della questura di Milano nel 1969) che non fosse poi incentrata sulla presunta innocenza del commissario Calabresi? C’è mai stato un libro presentato in RAI che parlasse di come i carabinieri del generale Dalla Chiesa torturassero sistematicamente i presunti brigatisti? C’è mai stato un film in prima serata sulle reti nazionali che raccontasse la storia di Giorgiana Masi (militante uccisa nel 1977 a Roma durante una manifestazione) o Francesco Lorusso (militante ucciso dalla polizia nel 1977 a Bologna)? Se c’è memoria e ricordo di queste vicende lo dobbiamo solamente al lavoro di controinformazione dei militanti, non di certo allo Stato.

Quindi per quanto non ci interessi l’oggettività della narrazione, che mai sarà, da qualsiasi punto di vista la si faccia, oggettiva e super partes, crediamo che ci sia bisogno di parlare, discutere e analizzare il periodo degli anni ’70, superando o almeno problematizzando la categoria assurda di terrorismo legata in primis alle Brigate Rosse.

Terrorista viene definito colui che usa violenza per seminare il terrore diffuso nella società. La definizione è sicuramente controversa (a livello penale in Italia e nel resto del mondo esistono norme molto diverse) e assai relativa e adattabile al contesto storico. Non erano forse terroristi i militanti dell’African National Congress che esasperati dall’apartheid, negli anni ’60 ricorsero ad azioni violente, dinamitarde e terroristiche? Non è stato un terrorista quindi il fondatore dell’ANC Nelson Mandela, premio Nobel per la Pace? Non erano terroristi gli insorti delle cinque giornate di Milano, che nel 1848 misero a ferro e fuoco la città? Non erano definiti terroristi dallo Stato fascista i gappisti dei Gruppi di Azioni Patriottica che dal 1943 fecero sabotaggi nelle zone urbane di Italia? Questo stessi “terroristi” di allora non sono forse oggi – revisionismo permettendo – glorificati il 25 Aprile come partigiani che liberarono l’Italia?

Ecco quindi che, lasciando da parte i giudizi di merito, possiamo fissare un primo punto: terroristi sono, per i poteri costituiti, tutti coloro che usano violenza diffusa contro un regime e i suoi rappresentanti

Andando poi nello specifico dei cosiddetti “anni di piombo” chi può invece, essere legittimamente definito terrorista? Il richiamo ovvio è alla dinamica dell’attentato di piazza, sui treni e nei luoghi pubblici in generale. La bomba che può colpire ignoti e innocenti, proletari come colletti bianchi, che semina terrore senza distinzioni di ceto o di classe, di età o di genere. La bomba che storicamente è stata usata per la Strage di Piazza Fontana (12 Dicembre 1969), la strage di piazza della Loggia (28 Maggio 1974), la strage dell’Italicus (4 Agosto 1974), la strage di Bologna (2 Agosto 1980). Colpevoli non sono, in nessun caso, i movimenti che dalla contestazione del ’68 sono diventati partiti guerriglieri o gruppi di lotta armata.

Quindi chi sono i terroristi se non Ordine Nuovo, fascisti vari e pezzi grossi dello Stato italiano, il cui coinvolgimento è sempre stato provato, anche se spesso taciuto dalle magistrature. Chi ha armato la mano dei vari stragisti? Chi ha dato potere, forza e mezzi a Cosa Nostra per assassinare e depredare il Sud Italia? Una verità risaputa ma mai analizzata: terrorista è lo Stato e i suoi servitori.

La tristemente nota strategia della tensione. Gli opposti estremismi che insanguinano il paese sono serviti a compattare l’elettorato verso il centro, verso le coalizioni di moderati che tutelavano lo status quo. Seminare paura tramite le bombe piazzate da gruppi eversivi diretti dai Servizi Segreti, favorendo politiche autoritarie e repressive e sopratutto creando un clima di solidarietà nazionale, ha indubbiamente favorito la Democrazia Cristiana, il partito che è stato il primo obbiettivo delle Brigate Rosse, che invece sono sempre state tacciate di terrorismo, senza mai aver avuto quell’intento e quella pratica stragista tipica dei servizi e dei fascisti.

Non ci interessa qui fare l’apologia delle BR, di Prima Linea o di altri gruppi della lotta armata, cerchiamo solamente di ripristinare qualche elemento di verità minima utile a fare i conti con la storia di quelli anni. Una storia, che, soprattutto a sinistra, è stata in gran parte tradita, ripudiata o rimossa. Astenendoci da giudizi di merito, che in questo contesto non ci servono, risulta improprio usare la categoria di terrorismo a proposito delle BR. Allo stesso modo, il paragone tra le BR e l’Isis, paragone che fin dall’attentato a Charlie Hebdo ha tenuto banco tra i commentatori vari, giornalisti, politici e opinionisti , è semplicemente delirante.

Pensiamo che ci sia bisogno di contestualizzare quel periodo che va dal 1968-1969 (la contestazione studentesca che si fa contestazione di sistema) al 1978-1980(l’uccisione di Moro e la fine dei grandi movimenti sociali) come un periodo di guerra civile, o meglio di lotta di classe, iniziato prima di tutto dallo Stato con i fatti di Piazza Fontana (la lotta armata nascerà difatti pochi anni dopo) e l’accusa senza prove contro Pinelli e la solita pista anarco-insurrezionalista. Un leit motiv sempre caro alle magistrature, che ha avuto come unico scopo la delegittimazione dei movimenti rivoluzionari.

Lotta continua, i vari gruppi extraparlamentari, Potere Operaio e poi il gran calderone dell’Autonomia erano, per quanto differenti, movimenti di massa, con un grosso consenso alle spalle. Movimenti che hanno coinvolto milioni di persone, operai e studenti, ma anche inoccupati, classe media, tecnici, ex partigiani, giovanissimi ecc.. Le Brigate Rosse erano un gruppo clandestino e rivoluzionario composto nel suo massimo apice del 1978 da migliaia di militanti (tra sostenitori, regolari, clandestini) e soprattutto con una base sociale nelle grandi fabbriche del Nord (Fiat, Sit-Siemens, Pirelli) e nelle periferie delle metropoli (i quartieri popolari romani come Primavalle). Le B.R erano una struttura rivoluzionaria con consenso diffuso, anche per questo non hanno mai usato bombe che avrebbero potuto colpire chiunque, ma scelto obbiettivi della classe dirigente: politici, imprenditori, capi-reparto, giornalisti e poliziotti, cercando sempre di evitare vittime innocenti (a riprova di si noti che per il sequestro Moro, furono forate le ruote del furgone del fioraio di Via Fani per evitare che venisse coinvolto). La presenza di una base sociale, la convinzione ideologica e una struttura capillare hanno permesso alle B.R di operare, scontrarsi, lottare e, nonostante la repressione, conservare seguito e legittimazione nelle fabbriche. La perdita della base sociale, e del legame con le vertenze operaie, ha poi segnato, prima di ogni altra cosa, la fine di questa esperienza. Questa storia può sicuramente essere condannata dagli eredi di quello Stato uscito vittorioso, ma non può essere semplicemente cancellata e bollata con l’anatema della parola terrorismo.

Bisogna sottolineare, ancora una volta, che nei cosiddetti “anni di piombo ” c’è stato un intero pezzo importante di Italia proletaria(150mila furono i processati per “banda armata”) che ha subito il “piombo” e lo ha rispedito al mittente, colpendo magistrati, giornalisti, poliziotti, imprenditori e politici, ma mai sparando nel mucchio. Quindi da qualsiasi parte si stia, c’è bisogno di ammettere che la lotta di classe c’è stata in questo Paese. Violenta, giusta o sbagliata, legittima o incapace, ma c’è stata. Non si può negare poi che questa guerra è stata vinta dallo Stato e che negli ultimi 30 anni ce lo hanno ricordato in continuazione. La fase di ristrutturazione capitalista e di distruzione dello stato sociale e dei diritti ne è il sintomo più evidente, non esclusivamente dettato dalle congiunture internazionali di crisi e dal crollo dell’U.R.S.S.

Dagli anni ’80, cioè da quando la lotta armata ha fallito per la forte e violenta repressione, per i suoi limiti intrinseci e per la fase post-industriale che ha trasformato la società, lo Stato si è potuto permettere, con l’avallo di CGIL ( ricordiamo la linea di sacrifici dettata all’EUR da Luciano Lama) e del P.C.I, di distruggere tutto ciò che è stato costruito in trent’anni di lotte, nei diritti, nella scuola, nelle fabbriche, nei movimenti e soprattutto nella mentalità delle persone.

Ecco che si dimostra la strumentalità dell’accusa di terrorismo. La classe dominante, i padroni e i politici, assolvono loro stessi e negano che ci sia stata una forza importante che per un decennio ha combattuto nelle strade d’Italia. Una lotta di classe non dissimile dai movimenti rivoluzionari sudamericani, una lotta di classe che deve essere riconosciuta e contestualizzata, e non può essere semplicemente delegittimata in quanto terrorista.

Le celebrazioni e la propaganda dello Stato in tal senso sono quindi strategiche. Il 9 Maggio è un simbolo della strategia di legittimazione della “democrazia”. In questa data, l’anniversario del ritrovamento del corpo senza vita di Aldo Moro, è evidente l’importanza per il potere statuale di costruire una memoria storica su quelli anni che risulti a suo vantaggio, ne legittimi l’esistenza e ne scoraggi la contestazione radicale o violenta, paventando appunto lo spettro degli “anni di piombo”.

Lo Stato ci dice di aver paura della lotta armata e della violenza politica, ma tra le righe dice ai movimenti di stare attenti: la stagione delle stragi di Stato ha dimostrato cosa il padronato è pronto a fare per mantenere il solido controllo della società.

Costantemente media e politici ci ricordano strumentalmente la loro versione della Storia, e tacciono i movimenti antagonisti di essere violenti e eredi dei “cattivi maestri” degli anni ’70, quando poi, oggi come oggi, la vera violenza è del sistema capitalista, che sfrutta, reprime, impoverisce e uccide.

Ogni volta che qualche lotta sociale o movimento alza il livello di conflittualità, attacca in maniera più radicale l’establishment e non si limita ai classici strumenti democratici di mobilitazione politica, ecco che parte l’ammonizione mediatica e il richiamo agli “anni di piombo”.

Esempio di questa pratica è la criminalizzazione della lotta contro il TAV, costantemente attaccata dal ceto politico e imprenditoriale. Stefano Esposito, senatore PD, da sempre difensore del TAV, parla dei militanti NOTAV come gente che “scimmiotta gli anni di piombo”, come dei pericolosi “anarco-insurrezionalisti”. La magistratura torinese, sulla stessa linea, ha orchestrato un accusa di “terrorismo”(poi decaduta in appello) per i 7 militanti colpevoli di aver incendiato un compressore nel maggio 2013. Non a caso, primo artefice dei processi contro i NOTAV, trattati alla stregua di pericolosi jihadisti, fu proprio Giancarlo Caselli, che la scalata alla magistratura l’ha fatta grazie ai processi ai brigatisti.

Ecco la strumentalità del concetto di terrorismo: 7 militanti accusati di terrorismo per aver dato fuoco ad un oggetto inanimato senza aver provocato un reale danno ad altre persone. In un’epoca segnata veramente dal terrorismo pare veramente assurdo constatare come sia facile per le forze della repressione affibbiare ad una lotta sociale l’etichetta “terrorista”.

Siamo mediaticamente bombardati dalla paura delle azioni terroristiche (quelle vere), dell’attentato suicida, dello sparo sulla folla. Un pericolo reale, quello di Daesh(ISIS), che ha colpito le città europee. Ironia vuole che chi lo combatte, come il PKK, sia ancora nella lista nera dei gruppi terroristici internazionali.

Di fronte a queste incongruenze risulta evidente come la categoria di terrorismo sia arbitrariamente affibbiata a chiunque voglia uscire dalla gabbia della democrazia parlamentare, a chiunque usi mezzi radicali per difendere la sua vita e i suoi diritti. La categoria del terrorismo è quindi uno strumento dei media e della classe politica da utilizzare a discrezione tirando fuori lo spettro della lotta armata, e legittimando in tal modo l’uso degli strumenti repressivi dei pacchetti di legge anti-terrorismo contro le lotte sociali(si pensi a Chiara, Niccolò, Claudio e Mattia, attivisti NOTAV che nel 2013 vengono detenuti sotto regime di carcere duro).

Quindi il 9 Maggio pensiamo si alla stagione della lotta armata, ma analizziamo anche a fondo cosa sia il terrorismo e quale sia stato il ruolo dello Stato nel seminare terrore e alzare la tensione sfruttandola a suo vantaggio.

Decostruire il concetto di terrorismo, passando dalla liberazione del dibattito sugli anni 70, è oggi più che mai fondamentale per affrontare la repressione e la macchina del fango contro le lotte e i movimenti sociali. Una necessità impellente che non possiamo derogare.

 

*Per questo editoriale è stata scelta la foto usata dalla narrazione dominante come simbolo degli “anni di piombo”. Ritrae Giuseppe Memeo, giovanissimo militante dei Proletari Armati per il Comunismo, che estrae una pistola contro la polizia in una manifestazione del Maggio 1977. La foto, avulsa dal contesto, è un simbolo che immortala la violenza di piazza, tralasciando la violenza poliziesca e il contesto di quel corteo indetto due giorni dopo l’uccisione di Giorgiana Masi. Per un approfondimento si consiglia: “Storia di una foto” a cura di Sergio Bianchi(DeriveApprodi).

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