Il sol dell’avvenire. Sulle origini del movimento operaio nella provincia di Lucca

Lo scorso 23 aprile si è tenuto presso il circolo Arci di S. Alessio un incontro organizzato dalla Società Popolare di Mutuo Soccorso Giuseppe Garibaldi, dal titolo “Dal mutualismo al sindacalismo: dalla riflessione storica ad un nuovo impegno per il presente.” L’incontro, organizzato a due anni di distanza dalla morte di Francesco Giuntoli, fondatore dell’associazione e punto di riferimento per tanti compagni di più di una generazione, è stata anche un’occasione per tornare a discutere sulla necessità di riattualizzare il mutualismo come strumento di solidarietà e ricomposizione di una classe lavorativa sempre più sfruttata e frammentata.
Pubblichiamo sul nostro sito l’intervento introduttivo di Armando Sestani, attuale presidente dell’associazione, che ci racconta le origini del mutualismo nell’Europa dell’Ottocento per poi arrivare all’Italia e al territorio di Lucca. Pagine di storia che senza dubbio meritano di essere ristudiate, con l’occhio fisso sul mondo di oggi.

Compagne e compagni, la Società Popolare di Mutuo Soccorso “Giuseppe Garibaldi” ha indetto questo incontro presso il Circolo ARCI di S. Alessio per ricordare due eventi: uno lontano nel tempo, l’altro ancora recente. 110 anni fa iniziava formalmente l’attività della Camera del Lavoro di Lucca, due anni fa il compagno Francesco Giuntoli moriva lasciando in tutti noi un vuoto incolmabile. Subito dopo che Francesco ci aveva lasciato il sentimento che prevalse tra le persone che avevano condiviso con lui gli anni della militanza politica e dell’amicizia fraterna fu quello di ricordarlo in modo attivo, senza retorica, proponendo iniziative e pratiche che continuassero il lavoro svolto da Francesco e proponesse momenti di riflessione storica sugli argomenti a lui cari. Senza fare l’elenco di cosa abbiamo fatto in questo due anni, la Società ha cercato di assolvere a questo compito nel miglior modo possibile praticando, nei limiti delle nostre risorse, il mutualismo, pubblicando un libro “Caro maestro” con i ricordi e le testimonianze di coloro che hanno intrecciato le proprie vite con quella di Francesco, proposto lo scorso anno proprio in questa data in una iniziativa che ha coinvolto centinaia di persone, e presentando lo scorso settembre il Fondo Bibliotecario composto con i libri di Francesco che la famiglia ha depositato presso la biblioteca dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea in provincia di Lucca (ISRECLu).

Oggi, per un singolare intreccio di date, vogliamo rievocare un’altra importante ricorrenza: il 110° anniversario della fondazione della Camera del Lavoro di Lucca. Nella sua vita di militante politico, Francesco era stato sempre a fianco dei lavoratori, condividendone le lotte, le vittorie come le sconfitte. In modo particolare si sentiva vicino ai cavatori delle Apuane, alla loro storia fatta di sfruttamento ma anche di epiche lotte e ad un presente dove la sicurezza sul lavoro è ancora una tragica emergenza. Per questo motivo rivolgiamo, nel ricordo di Francesco, un mesto saluto alle famiglie e ai colleghi delle due ultime vittime morte nella cava del bacino di Gioia presso Colonnata, paese da lui lungamente frequentato, e siamo a fianco dei cavatori nel prossimo sciopero generale indetto per il 28 aprile a Carrara.

Ancora oggi si muore sul posto di lavoro, si muore di sfruttamento. Certo è innegabile che molti passi in avanti sono stati fatti negli ultimi due secoli per tutelare i lavoratori e le lavoratrici. Tuttavia quando accadono eventi come quello di Colonnata oppure come la tragica morte di Paola Clemente, una bracciante pugliese morta sotto il sole a causa di un malore mentre veniva sfruttata dal padrone delle terre su cui lavorava e dalla piaga del caporalato che infesta il nostro meridione, ebbene ci rendiamo conto che è ancora lunga la strada da percorrere per conquistare, anzi in molti casi riconquistare, tutti quei diritti e quelle tutele di cui il mondo del lavoro necessita.

Agli albori del capitalismo, nella prima metà del XIX secolo, quando nascevano le prime industrie manifatturiere, coloro che lavoravano in quegli stabilimenti oltre che a subire un brutale sfruttamento non godevano di alcun diritto. Finita poi la giornata lavorativa, che poteva arrivare anche alle 16 ore, si portavano pesantemente nelle loro case, spesso e volentieri squallidi tuguri maleodoranti, per consumare un pasto assolutamente privo delle calorie sufficienti per sostenere un organismo già profondamente debilitato. In questo stato sopravvivevano milioni di donne, uomini e bambini in Europa. Scrive Edouard Dolleans nel suo libro “Storia del movimento operaio”: “La giornata lavorativa in Francia per gli operai delle manifatture di cotone e di lana, va dalle 15 ore alle 15 ore e mezza. Nelle filature meccaniche, la durata della giornata, dovunque si possa lavorare al lume della lampada, va, per i due sessi e per tutte le età, secondo le stagioni, da 14 a 15 ore, delle quali una o due vengono consacrate al pasto e al riposo, il che riduce il lavoro effettivo a 13 ore al giorno. Ma per molti operai che abitano lontano dall’officina bisogna aggiungere ogni giorno il tempo necessario per recarsi in fabbrica e tornare a casa. Nelle fabbriche dove si tesse a mano…la giornata comincia col sorgere del giorno, qualche volta ancora prima, e si prolunga tardi nella notte, fino alle 10 o alle 11.” Proseguendo nella disamina della condizione operaia, Dolleans si occupa dei salari che sono insufficienti e incerti: “…il salario medio dei lavoratori è di circa 2 franchi per gli uomini, un franco per le donne, 45 centesimi per i fanciulli da 8 a 12 anni, 75 centesimi per quelli da 13 a 16 anni….in generale, un uomo solo guadagna abbastanza da poter mettere da parte dei risparmi; ma la donna è retribuita in modo da poter a stento tirare avanti, e il fanciullo al di sotto dei 12 anni guadagna solo di che mangiare”. Con questi salari era difficile per una famiglia tirare avanti; si calcolava nel 1832 che una famiglia composta da 4 persone avesse bisogno di un reddito annuale di 760 franchi senza perdere nemmeno una giornata lavorativa. Sotto questa cifra la miseria.

Se nella prima metà dell’ottocento questa che ho appena velocemente descritto era la condizione operaia in Francia, alla fine del secolo a Lucca la situazione non era certo migliore.

Nel nostro territorio l’industrializzazione si sviluppava soprattutto negli ultimi decenni dell’ottocento quando iniziarono la produzione stabilimenti come quelli installatisi al Piaggione o a Ponte a Moriano. Tuttavia esistevano anche attività come le filande dove lo sfruttamento minorile e delle operaie raggiungeva livelli considerevoli. Bisogna infatti sottolineare come nelle fabbriche lucchesi prevaleva la presenza di maestranze femminili, che con il loro misero stipendio contribuivano a sostenere la famiglia che magari possedeva anche un piccolo pezzo di terra comunque insufficiente per produrre una adeguata quantità di prodotti per l’alimentazione. Nel 1899 una serie di controlli dei carabinieri per verificare il rispetto della legge che tutelava il lavoro minorile verificava come nella maggiore filanda lucchese, la Venturini, si lavorava dalle 6 di mattina alle 20 con un’ora e mezzo di riposo e vi lavoravano 100 donne, tra cui 10 fanciulle dai 9 ai 15 anni. Due anni dopo in una relazione accurata sulla condizione di lavoro nelle filande veniva descritto con più dettagli la condizione infernale in cui lavoravano le operaie costrette a mangiare in piedi, per la mancanza di un refettorio, insufficienti razioni di cibo, in ambienti fatiscenti senza ricambio di aria e pertanto costrette a respirare i vapori nauseabondi delle bacinelle in ebollizione; con servizi igienici scarsi o indecenti: costrette a riposare in dormitori dove un letto ospitava tre donne. In queste condizioni proliferava in modo particolare la tubercolosi che consumava le giovani vite di queste donne. Non migliore era la condizione delle operaie della Manifattura Tabacchi, che oltre ad un ambiente di lavoro simile a quello delle loro colleghe nelle filande erano costrette a una ferrea disciplina che si manifestava con multe e sospensioni.

E’ evidente che in queste condizioni di vita e di lavoro si guardava con ansia e paura al manifestarsi di una malattia o della vecchiaia, piuttosto che della disoccupazione o dell’affacciarsi della miseria; i quattro flagelli del diavolo come li aveva battezzati un vescovo inglese. Ed è proprio in Inghilterra, culla del capitalismo, che nascevano nella seconda metà del settecento i primi strumenti per tutelare chi lavorava negli opifici. Si chiamavano Friendly Societes. Chi vi aderiva pagava una quota periodica e riceveva in cambio un sussidio in caso di disoccupazione o di eventuali malattie.

Nascevano gli embrioni delle future società di mutuo soccorso.

Nell’Italia unificata dal Risorgimento nessuna legge tutelava il lavoro che era completamente subordinato al padrone la cui proprietà invece le legge tutelava. L’unico modo per affrontare i quattro flagelli del diavolo, ma anche quello di impedire che la misera condizione materiale in cui vivevano molte famiglie potesse esplodere in rivolte, consisteva nel dare vita a organismi capaci di proteggere e assicurare in qualche modo il presente e il futuro dei lavoratori. Nascevano così le prime società di mutuo soccorso spesso per opera di esponenti della borghesia più aperti alle idee liberali e sensibili alle attività filantropiche. In un secondo tempo il mutuo soccorso avrà prima nel mazzinianesimo, poi nel socialismo e nel movimento cattolico importanti punti di riferimento. Scrive a proposito della esperienza mutualistica Pino Ferraris ”La mutualità è espressione di un associazionismo orientato a fronteggiare i problemi emergenti nella sfera della riproduzione più che quelli che si generano nella produzione, essa produce un’associazione per, più che una associazione contro” anche se, prosegue sempre Ferraris “…l’associazionismo mutualistico rappresenta uno snodo essenziale verso la costruzione di un’identità conflittuale della classe operaia”.

Nella nostra città la prima società di mutuo soccorso a costituirsi fu promossa fra gli artisti di musica nel 1861. A seguire nacquero quelle degli artigiani scalpellini e nel 1870 la Società Operaia di Lucca che raggruppava “gli esercenti opere ed arti manuali”. La più importante tra le società di mutuo soccorso che si costituirono a Lucca fu la Fratellanza Artigiana che nello statuto dichiarava a chiare lettere la sua missione e ispirazione mazziniana: “ In nome della Patria, dell’Umanità e del Progresso gli artigiani di Lucca istituiscono la fratellanza, per cooperare al miglioramento intellettuale, morale e materiale della loro classe, mediante l’istruzione, il soccorso reciproco, e l’industria”. Il socio aveva diritto ad un sussidio per malattia dopo aver pagato le quote per anno; si andava fino a un massimo di 60 giorni rinnovabili per altri 30. Se la malattia era causata, per esempio, da abuso di alcool cessava il diritto di sussidio. Molta importanza veniva data all’istruzione. Ogni socio poteva assumere cariche direttive purché sapesse leggere e scrivere. Per ovviare alla piaga dell’analfabetismo, che nell’Italia postrisorgimentale riguardava l’80% della popolazione, la Fratellanza concedeva il diritto all’istruzione per ogni socio e per i suoi figli non ancora quindicenni. E’ importante ricordare che le Società di Mutuo Soccorso prevedevano nei loro statuti non solo l’assistenza sanitaria, che assommava ad oltre il 50% delle spese, ma anche una significativa attività educativa a favore dell’alfabetizzazione anche attraverso la creazione di biblioteche. Uno degli aspetti più importanti della Fratellanza riguardava il fatto che ad essa potevano aderire entrambi i sessi, aspetto che non era previsto dalla maggioranza delle altre Società. Dove era prevista l’adesione delle donne, queste non avevano infatti gli stessi diritti dei soci maschi. Tuttavia per ovviare a questa discriminazione nasceranno Società come quella fra le operaie addette alla Manifattura tabacchi istituitasi nel 1875. Per ritornare alla Fratellanza Artigiana, la storia di questa società di mutuo soccorso si interruppe nel 1922, come la maggioranza delle altre Società, quando la violenza fascista devastava la sede situata in corte Sbarra. In quel luogo dove trovava ospitalità l’associazionismo laico e del libero pensiero vennero distrutte le effigi di Giordano Bruno e Francisco Ferrer, mentre la camicia rossa di Tito Strocchi venne trasportata in piazza dai fascisti come un bottino di guerra.

In quei convulsi, complessi e fertili decenni della seconda metà dell’ottocento, la storia del movimento operaio imboccava nuove strade. All’attività delle Società di Mutuo Soccorso si affiancavano le rivendicazioni e le aspirazioni di una classe che auspicava, non solo nelle sue avanguardie, una società senza sfruttati e sfruttatori. Nel 1864 nasceva a Londra l’Associazione Internazionale dei Lavoratori qualche anno dopo a Parigi veniva proclamata la Comune. I lavoratori prendevano sempre più coscienza della loro situazione di sfruttati, nascevano le leghe di resistenza che daranno vita nell’ultimo decennio dell’ottocento alle prime Camere del Lavoro. Al loro primo congresso che si svolse a Parma nel 1893 erano presenti oltre alla Camera del Lavoro di Milano, la prima a nascere nel 1890, quella di Piacenza, Torino, Roma, Pavia, Venezia, Firenze, Padova, Bologna, Brescia e Parma. La loro vita fu tuttavia all’inizio molto breve. Ricordiamo brevemente quell’ultimo spicchio di ottocento. Tra il 1891 e il 1894 nascevano e si sviluppavano i Fasci Siciliani duramente repressi dal governo crispino con numerose stragi di braccianti. Nel gennaio del 1894 in Lunigiana cominciavano i moti che avranno un tragico epilogo presso la caserma Dogali di Carrara, quando il piombo dell’esercito lasciava sul selciato 11 dimostranti. Quattro anni dopo scoppiavano i moti di protesta a Milano contro le dure condizioni di vita a cui erano sottoposti i proletari. La risposta del governo veniva affidata a Bava Beccaris e ai suoi cannoni. In quello stesso anno, siamo nel 1898, il governo scioglieva tutte le Camere del Lavoro, meno quella di Bologna , che rinasceranno comunque agli inizi del novecento.

Con l’inizio del nuovo secolo anche Lucca cominciava, in ritardo rispetto ad altre realtà della provincia, il cammino che porterà nell’arco di qualche anno alla nascita della Camera del Lavoro. (Viareggio marzo e Pescia giugno 1901). Il giorno di natale del 1900 usciva il primo numero de “La sementa – giornale socialista della provincia” informando che i garzoni della città si erano riuniti in una lega di resistenza per difendere i propri salari e per il miglioramento delle condizioni di lavoro. Il giornale auspicava che questo esempio potesse favorire la nascita di altre leghe affinché si potesse giungere alla costituzione della Camera del Lavoro. Non era facile in quegli anni agitare a Lucca la bandiera del socialismo e rivendicare diritti per i lavoratori. Scrive a riguardo Umberto Sereni: “Agli inizi del secolo, un solido blocco, che unificava la antica oligarchia fondiaria con la nuova classe dei capitani di industria, giunti dal nord e dall’estero, si ramificava nella consistente schiera di chi prosperava sulle professioni e sui commerci, e deteneva tutte le leve del potere della città e della provincia. Il blocco dominante traeva buona parte delle sue ragioni d’essere dalla assoluta fedeltà, professata e praticata, ai potenti centri ecclesiastici, i quali carichi di immenso prestigio acquisito tra i ceti popolari della campagna e della stessa città con un’opera secolare di carità e di assistenza, irrobustita da una fitta rete associativa diffusa in ogni paese con la partecipazione dei fedeli, gli garantivano quel consenso di massa che invece mancava alle formazioni politiche e sindacali che si richiamavano al movimento operaio e democratico”.

Nonostante questi ostacoli, dopo i garzoni sorgevano altre leghe di mestiere come quella degli operai Calzolai, che si costituivano in Lega di miglioramento e mutuo soccorso nel gennaio del 1901, o come giusto un anno dopo, si costituivano in Lega gli infermieri del Manicomio di Maggiano. La Sementa salutava con favore l’evolversi di questa situazione e spronava i lavoratori a continuare su questa strada per formare la Camera del Lavoro. Un importante evento segue questo percorso. Nel settembre del 1902 nasceva una Federazione delle Leghe composta dai rappresentanti dei Camerieri Cuochi e affini, Fabbri Ferrai e aggiustatori, Infermieri, Imbianchini, Commessi, Lavoratori del Libro, Operai ferrovieri e operai di Ponte a Moriano, quest’ultimo luogo vero centro della conflittualità operaia in lucchesia. Nei mesi e negli anni successivi altre leghe di resistenza sorgevano come quella, molto importante, degli addetti agli stabilimenti di filati cucirini all’Acquacalda. Questa lega raccoglieva in massima parte operaie (del resto la manodopera delle fabbriche tessili erano a maggioranza composta da donne) che chiedevano come prima rivendicazione l’abolizione del turno di notte. Il percorso che porterà alla nascita del Camera del Lavoro lucchese non sarà però lineare e incontrerà nel suo cammino ostacoli e difficoltà. Tuttavia una accelerazione avveniva nel gennaio del 1906 quando si inaugurava la nuova sede dell’Unione delle Leghe. Alla fine dello stesso mese un incontro a cui aderivano ,tra gli altri, la già citata Fratellanza Artigiana , socialisti, repubblicani e anarchici, promosso dal Comitato tra le Leghe di Miglioramento e la Sezione Lucchese della Federazione postelegrafonici sul problema del riposo festivo, gettava le fondamenta per la nascita della Camera del Lavoro di Lucca che si costituiva ufficialmente il 23 aprile 1906.

In questi 110 anni ci sono state vittorie e sconfitte, conquiste e arretramenti. Manca purtroppo una organica e completa storia del movimento operaio e del sindacalismo lucchese. Tuttavia negli ultimi decenni sono stati pubblicati importanti saggi, di cui tra l’altro sono debitore per questo mio intervento, come quello di Umberto Sereni sul processo ai sindacalisti parmensi svoltosi a Lucca nella primavera del 1909, pubblicato alla fine degli anni’70: lo scritto di Francesco Petrini sugli aspetti della industrializzazione in lucchesia pubblicato sulla rivista dell’ISRECLu “Documenti e studi” nel 1986; il più recente libro collettaneo pubblicato dalla CGIL lucchese dieci anni fa in occasione del centenario della Camera del Lavoro, in particolare il saggio di Nicola Del Chiaro.

Resta di quest’ultimo secolo una significativa e preziosa esperienza di lotte, di tentativi per migliorare la propria condizione lavorativa e sociale su cui è indispensabile la riflessione storica allontanando ogni forma di lettura ideologica. Scrive Pino Ferraris: “La memoria criticamente elaborata si colloca in opposizione alla memoria nostalgica, essa rifiuta l’amnesia e rompe l’ideologia dell’eterno presente”.

Negli ultimi anni molto si è riflettuto su questi aspetti della storia del movimento operaio, sulle sue organizzazioni, fino a promuovere pratiche di neomutualismo, mentre il movimento sindacale e alle prese con una profonda crisi di rappresentanza e di democrazia interna, frutto anche di una pesante burocratizzazione.

La nostra Società di Mutuo Soccorso che Francesco con altri compagni e compagne fondava nel 2010 voleva, anzi vuole essere, uno strumento che pratica il mutualismo e la solidarietà, guardando al passato ma proiettandosi nel futuro; uno strumento di crescita politica ma anche culturale nel solco tracciato dal mutualismo delle origini. Al sindacalismo chiediamo non solo la difesa ma anche la riconquista dei diritti persi e calpestati negli ultimi decenni. Oggi si aprono nuovi e inquietanti scenari sociali a cui bisogna dare risposte; alle donne e agli uomini migranti a cui viene calpestata la dignità; ai giovani a cui viene negato il lavoro; agli anziani lasciati vivere con pensioni inadeguate; ai lavoratori e alle lavoratrici in balia di un padronato arrogante.

La questione sociale, nata e sviluppatasi con il sorgere del capitalismo, è ancora oggi all’ordine del giorno.

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