Decoro e degrado. Riflessione sulle declinazioni politiche di termini apparentemente innocui (Parte I)

Se apriamo le pagine dei nostri giornali locali o nazionali ci capita spesso di imbatterci in parole come “degrado” o “decoro”. I testi nei quali compaiono più frequentemente sono quelli che riguardano la movida notturna, l’aspetto dei quartieri o del centro storico, la gestione dell’accattonaggio o degli artisti di strada o, più in generale, li ritroviamo in articoli che trattano del rapporto tra immagine ideale (spesso di una parte della città) e immagine reale degli spazi urbani.
Sembrano due paroline innocenti, innocue, ma proprio per questo motivo possono diventare pericolosissime armi se lasciate impunemente in mano a chi detiene il potere di modulare il discorso e l’opinione pubblica (politici e media main stream), quindi, soprattutto in una città come la nostra, è necessario decostruire e
mettere in luce il carattere ambiguo di questi termini.
Per sviscerarli adeguatamente partiremo, in questo primo testo, definendone i caratteri teorici e generali, riconducendoli poi ad un esempio di carattere nazionale. Nella parte successiva declineremo l’argomento affrontando alcune situazioni locali, in modo da mostrare che questo impianto teorico può essere utilizzato anche in situazioni quotidiane.

Bisogna però, sin da subito, sottolineare che la tematica del decoro/degrado non è riconducibile a un unico potere, ma è un mezzo ideologico che si sviluppa secondo dinamiche differenziate. Può essere una tendenza senza un preciso mandante, oppure può essere, come vedremo, anche uno strumento in mano a determinate categorie, utile a far prevalere i propri interessi individuali, politici ed economici.
Questa base teorica non deve essere vista come una fonte statica di verità, ma come un mezzo interpretativo, un anticorpo, in grado di fornire un mezzo che permetta al lettore di non trovarsi indifeso davanti a questo tipo di trappole retoriche e linguistiche, prima ancora che politiche.
Non esistono fenomeni di per sé evidenti, osservabili oggettivamente, la nostra realtà è frutto dei filtri teorici che abbiamo acquisito durante la nostra vita. Per questo motivo
è necessario demolire o perlomeno svelare la natura di quei filtri che ci pongono in una posizione subalterna rispetto ad un determinato potere.

Decoro è un concetto/valore importante, uno di quelli dati per scontati, giusti e autoevidenti, proprio per questo mai sviscerati, come “democrazia” o “libertà”. Riprendendo la definizione del dizionario online del Corriere, il decoro è un “complesso di valori e atteggiamenti ritenuti confacenti a una vita dignitosa, riservata, corretta”. Il potere cognitivamente coercitivo di questo concetto (che può essere presentato anche attraverso un termine verbale diverso) è molto grande, soprattutto grazie all’influenza che questo ha sull’opinione pubblica. Rimanda a immaginari difficili da definire, ma non da cogliere intuitivamente. Decoroso è un negozio di H&M, oppure una vetrina in via Fillungo, non decoroso è un negozio di kebab, con gli interni poco curati, l’odore di patatine fritte e carne. Decoroso è un bambino vestito per la cresima, non decoroso è quello sporco di fango dopo una partita di calcio. Decoroso è uno stand di Amnesty International, non decoroso è un barbone che chiede l’elemosina. Decoroso è un uomo ben vestito col suo Macbook collegato al wi-fi del bar dove sorseggia un caffè, non decorosi sono i neri che si ammassano in un angolo di piazza del Carmine di notte, per scroccare una rete wi-fi aperta. Decorosi sono i muri bianchi, non decorosi sono quelli che pieni di manifesti e scritte anche se esprimono una realtà viva. Decorosa è una salma nella bara, con l’abito elegante, non decoroso è il meccanico in tuta sporco d’olio che beve una birra in locale di tendenza in centro.
Ovviamente nel concetto di decoro convivono anche altre accezioni, come quella che rimanda a un certo tipo di dignità positiva, ed è proprio per questo motivo che può essere usato come concetto da “corto-circuito”, capace di giustificare trasversalmente un certo tipo di direttrici politiche, come quella che sta dietro alla trasformazione di Lucca in una città vetrina.
Sebbene “decoro” e il suo concetto speculare “degrado” possano rimandare anche a giudizi riguardanti situazioni umane o sociali, normalmente a livello politico/comunicativo si fermano ad un’osservazione superficiale: la similitudine più calzante è quella con le fotografie che, se isolate dal loro contesto, possono rappresentare emozioni, ambienti od oggetti, ma non possono spiegare le motivazioni che si nascondono dietro all’immagine cristallizzata; per esempio, se guardiamo una fotografia di una ragazza che sorride, non possiamo capire se lo fa perché qualcuno ha fatto una battuta, se le hanno fatto un complimento o perché trova divertente che una persona davanti a lei sia inciampata e cadendo si sia rotta la gamba. Non conoscendo il contesto, l’unico giudizio che possiamo dare è se il sorriso è bello o brutto, mai esprimerci sul motivo del sorriso stesso.
A livello comunicativo avviene qualcosa di simile:
viene mostrato un contesto, spesso descrivendolo quasi fotograficamente, semplificando e filtrando quello che più conta (il valore che questo contesto ha per chi lo vive), riducendo il giudizio ad una valutazione esterna e puramente estetica.
Infatti la valenza estetica del concetto riguarda più
il consumatore occasionale (l’esempio tipico è quello del turista) che il frequentatore abituale di un determinato spazio urbano. Il consumatore ricerca (salvo eccezioni) situazioni standardizzate, neutre, non problematiche, non sopporta le storture, lo “sporco”, le cose fuori posto. Per il frequentatore abituale invece ogni particolare o persona, porta con sé un significato, sia pure negativo, costruito attraverso il contatto quotidiano. Questi particolari sono ciò che rendono caratteristico, quindi vivo, un ambiente.
In altre parole esistono due modi di valutare, uno esterno, che ignora la complessità non superficiale, l’altro interno, che invece tiene conto di cosa si nasconde dietro la prima impressione. Per capire meglio facciamo due esempi, uno vicino e uno lontano da noi.
– I mendicanti che possiamo trovare in centro sono considerati esteticamente negativi, però, se avessimo la possibilità di conoscere la loro storia, il motivo per cui si trovano in quella situazione e la capacità comprendere le loro emozioni, probabilmente il nostro giudizio, non più solamente estetico, muterebbe.
– Gli effetti degli anelli usati dalle donne per allungare il collo o, più in generale, i dilatatori utilizzati in certe tribù africane possono risultare mostruosi ai nostri occhi, ma cambierebbero valore nel caso conoscessimo la carica emotiva, religiosa o sociale che invece questi oggetti hanno per gli africani stessi.

Ora che abbiamo spiegato come le modalità di descrizione utilizzate possano influenzare un giudizio, potremo concentrarci sul modo in cui le valutazioni estetiche di decoro/degrado possono influenzare gli aspetti politico/sociali di una città. Non volendo creare categorie fisse ma fornire strumenti interpretativi, parleremo di situazioni concrete, a livello nazionale, (in questo testo) trattando del fenomeno Retake e della street art, e attraverso esempi che riguardano la nostra città (nei prossimi articoli sull’argomento).


Retake, graffiti e street art

Recentemente si è sviluppata, a partire dalla città Roma, una nuova forma di associazionismo no profit e volontaristico: si chiama Retake, è apartitico, apolitico e si pone l’obiettivo di restituire un aspetto dignitoso ai quartieri, eliminando il degrado dilagante. Schiere di volontari scendono per le strade ad imbiancare muri sporchi di bombolette spray e di “adesivi abusivi”, ripulendo le strade dalla sporcizia. (Ecco rispettivamente i siti di Retake Roma e Milano: qui e qui)
Lasciamo da parte lo spinoso problema del sopperimento delle carenze del servizio pubblico di pulizia con attività gratuite volontarie (su questo tema consigliamo questa riflessione).
L’aspetto che vogliamo trattare è l’intervento di pulizia in sé: cittadini puliscono i muri da quello che viene considerato sporco, cosa c’è di male? Alla fine non stanno rendendo un servizio all’intera cittadinanza?
Certamente la pulizia dei muri non è sempre un fenomeno negativo, ma non è così ovvio che chiunque sappia distinguere cosa sia spazzatura rispetto a ciò che possa avere valore.
“Se sono su pertinenze private interpellare il proprietario o l’amministratore, in caso di condominio. Su pertinenze pubbliche, a meno che non si tratti di superfici impegnative oppure di valore storico-artistico, può intervenire direttamente il Retaker”.
Quindi ogni Retaker può intervenire indiscriminatamente su ogni muro, perlomeno pubblico.

Questa attività, nascosta sotto l’egida del buonsenso e del decoro, non tiene conto del fatto che ogni scritta, ogni adesivo ogni murale contiene un valore simbolico. Senza dover finire a fare l’apologia di ogni scarabocchio, è innegabile che i muri sono le bacheche sopra le quali si esprime chi non ha o non sa trovare altri spazi. I muri parlano: ci possiamo trovare rivendicazioni politiche, espressioni artistiche o anche voci individuali, oltre che alla tanto criticata forma giovanile di teppismo fine a sé stessa.
Dare la possibilità a chiunque di eliminare queste espressioni dà un potere a cittadini che probabilmente non hanno nemmeno coscienza del fatto che togliere una scritta comporti anche l’eliminazione di una voce: un cittadino insensibile può liberamente trasformare un opera di Blu (noto street artist) in un’uniforme parete bianca; un’altro può cancellare una tag che lo disturba, senza sapere del valore simbolico che ha per i ragazzi del quartiere. Ribadiamo ancora che questa non è una difesa tout court dell’imbrattamento dei muri, ma è necessario affrontare questo problema anche attraverso questa diversa ottica.
L’eliminazione di ogni espressione trasforma l’ambiente cittadino in uno spazio più ordinato, ma allo stesso tempo lo normalizza, rendendolo asettico; viene eliminato ciò che esprime la vitalità del luogo, in favore di una purezza meramente estetica. Questo è un altro tassello nel processo di trasformazione dell’abitante in consumatore, è un sostegno inconsapevole degli stessi cittadini all’anonimizzazione dei quartieri, che rischiano di diventare solamente luoghi di spostamento tra spazi con funzioni predeterminate (casa/scuola-lavoro/luoghi adibiti al consumo/luoghi adibiti allo svago).
Sebbene un mondo normalizzato e uniforme abbia dei vantaggi, soprattutto in termini di sicurezza e prevedibilità, tra questo e l’altra alternativa non possiamo che preferire la seconda: una realtà ricca e variegata, dove ogni individuo sia capace di crearsi autonomamente i propri gusti, i propri ambienti e i propri significati.
E corriamo ben volentieri il rischio di sfornare ingranaggi difettosi, poco acritici e poco funzionali all’appiattimento consumistico di spazi, oggetti e attività.

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