Nasce a Viareggio il Comitato di lavoratori e lavoratrici “Io sono la Sanità pubblica”

Pubblichiamo oggi il report di un’assemblea pubblica tenutasi il 25 giugno scorso a Viareggio, a cui abbiamo partecipato. La giornata era stata promossa dal Collettivo SOS (Salute Organizzazione Sanità) di Massa, con un appello a cui hanno risposto una quarantina di lavoratori e lavoratrici della sanità, provenienti da diverse città della Toscana e non solo. Come recita un pannello esposto in sala, “Il collettivo SOS è un gruppo di lavoratori e lavoratrici della sanità: siamo infermiere, medici, operatori sociali, operai, amministrativi, che ci siamo uniti in collettivo come strumento che aiuti a diffondere una corretta informazione, che aiuti e incoraggi chi non vuole abbassare la testa, per rafforzare e sviluppare i valori dell’unità, della solidarietà e dell’organizzazione tra tutti quelli e quelle che vogliono difendere la sanità pubblica, perché l’esperienza ci insegna che la tutela della salute non può assolutamente essere né delegata né monetizzata.” Assai coerentemente con i principi del collettivo promotore, è stato scelto infatti di intitolare la giornata “Sanità, ristrutturazione, privatizzazione e ricadute sui lavoratori e lavoratrici.”

Questa importante giornata di dibattito si inserisce a nostro avviso in un crescendo di mobilitazioni e di tentativi di autorganizzazione dei lavoratori della sanità pubblica: un caposaldo dello Stato sociale novecentesco che più di altri, sfruttando la crisi come occasione, è stato messo sotto attacco negli ultimi anni (ce ne eravamo occupati in questo articolo). La questione sanità risulta poi particolarmente sentita in Toscana , dove il combinato dei 4 nuovi ospedali costruiti in Project Financing (a Massa, Lucca, Pistoia e Prato) insieme alle importanti modifiche introdotte dall’ultima legge regionale, per cui è stato convocato un referendum abrogativo, ha prodotto negli ultimi anni tante vertenze e mobilitazioni.

L’assemblea di Viareggio del 25 giugno ha messo volutamente (e correttamente) al centro la condizione dei lavoratori della sanità. Perché è solo attraverso lo sfruttamento, la divisione, la competizione e il controllo tra lavoratori che l’offensiva contro il diritto universale alla salute e all’accesso alle cure, portato avanti nel nome del profitto dei privati o delle stesse Asl, può risultare vincente. È dunque proprio su questi aspetti relativi alla condizione dei lavoratori della sanità, che sono emersi in questo incontro, che vogliamo soffermarci e porre l’accento.

Precarietà, sfruttamento e insicurezza sul posto di lavoro

Tra i fattori dirimenti attraverso cui si sta realizzando lo scadimento del servizio sanitario pubblico vi è un crescente sfruttamento del personale dovuto al blocco del turn-over e all’aumento dei carichi di lavoro, con conseguente incremento dello stress lavorativo, del rischio di commettere errori che danneggino la salute propria e dei pazienti e, più in generale, della difficoltà ad assistere (anche umanamente) i pazienti nel miglior modo possibile. Tristemente illuminante a questo proposito è stato l’intervento di Alessia Lunardini, cardiologa presso L’Ospedale di Massa, che ha illustrato alcune caratteristiche del sistema sanitario lombardo. Un sistema basato sulla convenzione con il privato che ormai, neanche troppo lentamente, sta prendendo piede anche in altre regioni.

In un contesto in cui i concorsi sono bloccati e vige un regime spesso clientelare in materia di assunzioni, i nuovi medici sono costretti a esercitare la professione sotto forma di finte partite Iva, devono cioè sobbarcarsi tutti gli oneri dei dipendenti pubblici senza godere dei loro diritti. Parliamo di medici che guadagnano talvolta 900-1000 euro al mese, privi di tutele in caso di malattia e gravidanza, e per giunta costretti a pagarsi, con i loro miseri stipendi, l’assicurazione sanitaria (dai 4000 ai 7000 euro all’anno).

Un altro degli elementi più problematici è quello dell’orario di lavoro, che per i nuovi medici assunti sotto forma di finte partite Iva è di minimo (minimo!) 48 ore settimanali. Le ore reali finiscono spesso per essere superiori a quelle sulla carta, a causa della carenza di personale di ricambio capace di coprire tutti i turni. Le eccedenze orarie, non sono naturalmente pagate.

Sempre in materia di sfruttamento, importante la testimonianza di Marco Spezia (tecnico della salute e delle sicurezza sul lavoro), che ha posto all’attenzione dei presenti il rischio di un aumento delle patologie dell’apparato muscolo-scheletrico (legato ad esempio alla necessità di sollevare i pazienti, ma non solo), dovuto all’eccesso dei carichi di lavoro, e aggravato dall’età media del personale (in gran parte over 50). Il livello di stress derivante da queste condizioni di lavoro, produce uno sfinimento fisico e psicologico dei lavoratori e delle lavoratrici, esponendoli da un lato a un logoramento che prelude al burn-out, e dall’altro rendendo estremamente difficoltoso organizzarsi per rivendicare maggiori diritti e tutele.

Divisione e competizione fra i lavoratori e le lavoratrici

Uno degli argomenti ricorrenti in molti degli interventi che si sono susseguiti durante la giornata è quello della divisione fra i lavoratori e le lavoratrici come strumento di governo delle trasformazioni del servizio sanitario. È stato infatti rimarcato come anche il mondo della sanità sia stato investito dai processi di esternalizzazione di una grande quantità di servizi (pulizia, mensa, sanificazione ecc.), determinando l’ingresso nel pubblico di lavoratori precari e sfruttati. Un cavallo da Troia che è stato usato per produrre un livellamento verso il basso delle condizioni di lavoro di tutto il pubblico impiego. Non solo, la flessibilità e la divisione fra i lavoratori implicano la difficoltà di fare squadra, incrementata dalla possibilità di essere facilmente trasferiti da una sede di lavoro a un’altra.

La divisione fra i lavoratori e le lavoratrici si raggiunge inoltre mettendoli in competizione tra di loro in base a premi di merito, come ad esempio rischia di avvenire tra le infermiere laureate e quelle non, nel momento della contrattazione. Che cosa significhi la “meritocrazia” nel mondo della sanità lo ha ben spiegato Mariella, fisioterapista presso l’Ospedale della Versilia, dove da qualche anno è stata introdotta una pagellina di valutazione per assegnare premi di produttività. Tra i criteri che concorrono all’attribuzione del premio di merito vi è anche la disponibilità ad effettuare cambi di reparto, a coprire buchi di personale (sempre meno occasionali e sempre più strutturali) e a lavorare al di là del normale orario di lavoro. L’incremento di questa logica “produttivista” e “meritocratica” costituisce un attacco al Contratto nazionale di lavoro, sopisce la necessità impellente di nuove assunzioni e, in definitiva, finisce anche per stravolgere la vita privata dei lavoratori e delle lavoratrici.

Controllo e repressione del dissenso

Un altro dei punti che è stato posto al centro della riflessione dei partecipanti, è stato inoltre il meccanismo di fidelizzazione e di asservimento ideologico alla dirigenza delle Asl a cui i dipendenti sono obbligati a sottostare, a causa dell’inserimento, nei vincoli contrattuali, dell’obbligo di fedeltà all’azienda (articolo 2105 del codice civile). In questo modo, viene impedito ai lavoratori di potere, ad esempio, rilasciare dichiarazioni ai giornali, se non per mezzo delle sigle sindacali riconosciute, o di adottare comportamenti che, a discrezione del giudice, potrebbero arrecare danno all’azienda.

Si tratta di una spada di Damocle volta a impaurire i lavoratori e a frenarli nella loro azione di denuncia della dismissione scientifica del diritti alla salute, che pone forti limiti alla libertà di critica e di opposizione. Ma si tratta anche di un tentativo di conquistare un’adesione ideologica al principio di “responsabilità” e di lealtà verso l’azienda, in una distorsione del concetto di professionalità che pone spesso coloro che lavorano nella sanità in conflitto con se stessi e con le motivazioni che li hanno indotti a scegliere questa professione. Come ha ben sintetizzato Graziella Basselli, coordinatrice infermieristica presso il Policlinico di Roma, il compito dei medici e degli infermieri diventa in questo modo quello di “convincere gli utenti che non hanno più diritti, e convincersi che non abbiamo più diritti”.

Tra i relatori della giornata c’era anche Gina De Angeli, infermiera presso il Nuovo ospedale Apuano di Massa. Nessuno meglio di lei è titolato a parlare di repressione dei lavoratori che si autorganizzano. Gina infatti è stata condannata pochi mesi fa al pagamento di 2500 euro di multa o a 10 giorni di detenzione per aver partecipato a un presidio delle lavoratrici della Dussmann Service, la multinazionale che ha in carico i lavori di pulizia e sanificazione presso l’ospedale di Massa. Le lavoratrici protestavano contro la riduzione di 590 ore annuali e la conseguente pesante riduzione del personale che avrebbe comportato l’apertura del nuovo ospedale di Massa costruito in Project Financing, ed hanno trovato l’appoggio dei medici e delle infermiere del Collettivo SOS, di cui Gina è una delle attiviste più combattive. La vertenza, dopo due anni di assemblee, incontri, presidi, manifestazioni e nonostante le tante intimidazioni subite, nel 2015 si è alla fine conclusa con una vittoria delle lavoratrici.

Ora, il caso di Gina non è affatto un caso isolato, ma rientra invece in una precisa dinamica di autorganizzazione dei lavoratori che più di ogni altra fa paura alle aziende: la capacità di superare gli steccati, di fare dei collegamenti diretti tra la condizione dei lavoratori di un determinato comparto e quelli che svolgono una mansione funzionale a quello che è un complesso di servizi (come ad esempio un ospedale e il suo indotto) o un distretto industriale.

Tra i principali strumenti di cui si è servito il neoliberismo per destrutturare la conflittualità sociale che la classe lavoratrice è stata in grado di esercitare nel Novecento, riuscendo così a migliorare le proprie condizioni, c’è stata infatti la scomposizione e la frammentazione dei lavoratori operanti in uno stesso settore, che sono stati divisi ad arte, specie tramite l’esternalizzazione dall’azienda principale e l’inquadramento in cooperative dove il lavoro è più flessibile, precario e sfruttabile. In questo modo sono riusciti a depotenziare notevolmente la capacità dei lavoratori di fare massa critica, di autorganizzarsi e di coordinarsi per lottare collettivamente.

È perciò naturale che laddove i lavoratori e le lavoratrici hanno l’intelligenza di individuare questo limite, questo steccato da abbattere, la controparte si impaurisca. Lo dimostra bene la vicenda di Sandro Giacomelli, dipendente della Dna di Pontedera (indotto Piaggio) licenziato a fine 2015 per il suo impegno sindacale volto a mettere in connessione gruppi di lavoratori inquadrati sotto diverse cooperative, al fine di rivendicare delle migliori condizioni di lavoro per tutti, e riassunto lo scorso 29 aprile grazie a un’intensa campagna di solidarietà e di lotta, che ha toccato il suo culmine a gennaio con il blocco degli stabilimenti della Piaggio.

Così come lo dimostra una delle più grandi vertenze operaie degli ultimi anni, quella dei facchini dell’Ikea, che per pretendere il pieno rispetto delle condizioni stabilite del Contratto nazionale di lavoro hanno capito che il vero bersaglio contro cui condurre la lotta, il mezzo migliore per far male, non era colpire le cooperative per cui lavoravano, bensì il grande committente, un colosso come Ikea,  i cui profitti si appoggiavano proprio sullo sfruttamento di questa forza-lavoro frazionata ed esternalizzata.

Pensiamo dunque che mettere insieme questi elementi possa fornire degli spunti anche ai lavoratori e alle lavoratrici della sanità su come riuscire a far fare dei salti di qualità all’organizzazione e alla forza d’urto delle lotte. Un ulteriore strumento che potrebbe rafforzare le lotte è secondo noi la capacità di rendere la forma del coordinamento uno strumento multi-livello. Non solo dunque uno strumento di unione di lavoratori di uno stesso settore, tanto su scala nazionale che locale, ma un mezzo per unire i lavoratori che operano in diversi settori all’interno di uno stesso territorio, accomunati da un attacco ai diritti e alla possibilità di reale opposizione sindacale che ai tempi del Jobs Act è ormai la condizione pressoché invariabile in cui si trova oggi il mondo del lavoro dipendente. Un buon esempio in questo senso è rappresentato dal Coordinamento lavoratori e lavoratrici livornesi.

Vediamo infine come un fatto molto positivo la volontà che è stata ribadita nel finale dell’assemblea di rivedersi tra qualche mese, di coinvolgere altri lavoratori e di espandere anche a livello nazionale la rete dei contatti, valutando anche la possibilità di costituire un osservatorio. Da parte nostra, un grosso in bocca al lupo a questo progetto di cui non mancheremo di raccontare e di sostenere i futuri sviluppi.

Assemblea sulla sanità 2

Resoconto della Prima assemblea sulla Sanità: “Ricadute sui lavoratori e le lavoratrici a seguito dei processi di ristrutturazione e privatizzazione in sanità”

 

Sabato 25 giugno al Dopolavoro ferroviario di Viareggio si è tenuta l’Assemblea sul tema “Ricadute sui lavoratori e le lavoratrici a seguito dei processi di ristrutturazione e privatizzazione in sanità”.

Presenti 30-40 persone tra operatori provenienti dalle Asl di Massa, Viareggio, Lucca, Pisa, Firenze e anche da Roma.

Dopo il benvenuto a nome del Dopolavoro Ferroviario, sede della prima riunione di Assemblea 29 giugno, nata a seguito del disastro ferroviario, e’ intervenuta Daniela Rombi a nome del Comitato “Il Mondo che vorrei” che riunisce i familiari della strage di Viareggio del 29 giugno 2009 (32 morti e numerosi feriti) portando l’esperienza dei familiari che si sono fatti carico, in questi anni, della battaglia per la verità e la giustizia, la salute e la sicurezza, sostenuti da Riccardo Antonini (presente all’assemblea), ex-ferroviere licenziato per essersi messo a disposizione della lotta dei famigliari.

Nell’intervento di apertura si è spiegato il significato della giornata e la necessità per i lavoratori e le lavoratrici di essere i partigiani della difesa delle condizioni di lavoro e dell’importanza insieme ai cittadini, di partecipare al controllo sulla buona funzionalità degli ospedali e dei servizi territoriali, mettendo in campo tutte le energie necessarie per fare in modo che questi diritti inviolabili non siano subordinati ad alcuna norma, ad alcun contratto, ad alcuna legge, né ad alcun profitto.

Nella giornata sono seguiti molti interventi: si è discusso delle condizioni di lavoro degli infermieri, di come la privatizzazione sempre più selvaggia influisce sui medici (specialmente i più giovani), sul ruolo delle Coordinatrici infermieristiche, sul taglio dei servizi, sugli appalti e la centralizzazione degli acquisti (ex- Aree vaste), sull’utilizzo del consenso nei processi di privatizzazione, sulla sicurezza e la salute psico- fisica dei lavoratori e delle lavoratrici.

Si sono portate testimonianze sull’esperienza del Versilia, ospedale precursore a livello regionale di politiche di gestione del personale produttivistiche e fortemente meritocratiche, sulle educatrici delle cooperative di servizi e sulle condizioni drammatiche di vita e di lavoro, sull’inadeguatezza dei mezzi, ricordando anche la figura di Raffaello Papeschi, medico psichiatra di Lucca, in pensione, recentemente scomparso.

Doveroso, in una giornata come questa, ricordare anche Luigi Mara, anche lui recentemente scomparso, fondatore di Medicina Democratica che è stata una figura importantissima nelle lotte per la prevenzione e la tutela della salute e dell’ambiente, lasciando un patrimonio alla nuove generazioni, di esperienza, conoscenza e lotta vastissimo. 

Bella e toccante anche la lettera di un giovane infermiere di Careggi che denunciava le condizioni del personale e dell’utenza all’interno dei cosi detti “Ospedali ad Intensità di Cura”.

Nelle conclusioni è stato ribadito la necessità dell’informazione, dell’unità e della solidarietà, avanzando la proposta di costituire un Osservatorio per centralizzare le varie esperienze e conoscenze accumulate sul territorio nazionale nella prospettiva di costituire un Coordinamento nazionale attraverso il quale sperimentare una strada unitaria in grado di assumere strategie comuni in difesa dei nostri diritti, della nostra dignità e del nostro futuro.

E’ stata quindi una buona giornata, utile, interessante e piena di testimonianze, che ha sintetizzato lo slogan che abbiamo adottato: “NOI SIAMO LA SANITA’ PUBBLICA”, e cioè la nostra volontà di andare controcorrente: per lo Stato noi siamo quelle risorse umane, intese come forza lavoro, che va sfruttata, condizionata e sottomessa alle politiche del risparmio. Per noi, invece, significa la difesa, a partire dalle nostre condizioni di lavoro, del diritto a curarsi.

A settembre il prossimo incontro.

Per chi fosse interessato stiamo preparando gli atti dell’assemblea.

                              Comitato “Noi siamo la sanità pubblica”

                                                                       Viareggio 25/06/2016

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