Decoro e degrado. Riflessione sulle declinazioni politiche di termini apparentemente innocui (Parte II)

Dopo aver affrontato il tema del decoro secondo caratteri generali è necessario riuscire a declinarlo pure nella nostra realtà locale. Come la prima parte, questo non vuole essere un testo esaustivo riguardo al rapporto tra la città di Lucca e il problema dell’uso strumentale di decoro/degrado, si pone piuttosto il più umile obiettivo di mostrare gli usi più rilevanti di questa formazione concettuale in ambito cittadino, al fine di fornire esempi dell’uso pratico che possiamo fare dell’analisi precedente.
Sebbene l’articolo possa essere capito anche indipendentemente dalla prima parte, ne consigliamo la lettura per una migliore comprensione.

Lucca città vetrina, Lucca anti-movida

Ogni lucchese è a conoscenza dei dibattiti che periodicamente nascono attorno alla gestione degli spazi del centro, in questo articolo ne affronteremo due tipologie che, anche se non congruenti, spesso si sostengono a vicenda, parliamo degli interessi economici e individuali:
I commercianti che possiedono un’attività nel centro storico hanno saputo egregiamente declinare e giustificare le loro pressioni sull’amministrazione, trasformandosi in paladini del decoro cittadino con l’obiettivo mal celato di curare i propri interessi.
Secondo il parere di questi, l’amministrazione comunale deve limitare le tipologie di attività commerciali nel centro, incentivando quelle che incarnano lo spirito tradizionale o il senso estetico lucchese: ben vengano negozi di abbigliamento, pizzerie, bar, negozi per turisti e quanto altro, ma evitiamo di sporcare l’immagine di Lucca con alimentari pakistani, kebabbari, negozi cinesi o qualsiasi altra attività etnicamente differente!
Proprio per tutelare l’interesse dei “tradizionali” locali lucchesi è stata a più riprese vietata l’apertura di nuovi Doner Kebab in centro, per evitare la pericolosa concorrenza che l’economicità di questi ultimi rappresenta per i venditori di pizza e di altri cibi d’asporto.
Se questo protezionismo ha parzialmente funzionato con i più deboli, non è riuscito a fermare l’avanzata delle grandi catene come Grom e Carrefuour, capaci, grazie al loro potere di acquisto, di penetrare senza troppe difficoltà nella miniera d’oro che rappresenta il centro storico.

Altra tendenza delle lobby commerciali è il desiderio di eliminare ogni attività che possa disturbare il loro profitto. L’obiettivo infatti sembra quello di trasformare la città in una grande decorosa vetrina turistica: deve essere pulita e curata, non ci devono essere mendicanti, manifestazioni, artisti di strada, giovani chiassosi che giocano e che, facendo chiasso, disturbino la città-cartolina costruita in funzione del turista pagante.
L’ideale di città del commerciante è una città semi-disabitata, un grande parco turistico, un ambiente statico e sempre uguale a sé stesso e, di conseguenza, non vivo.

Ma, nonostante il progressivo calo del numero di abitanti del centro, la città è ancora abitata. Come già spiegato in un altro articolo, “il reddito pro-capite è superiore alla media italiana e in particolare concentrato nel centro storico”, l’età media è alta e parte dei quasi 9.000 residenti è composto da persone anziane e/o da nuclei familiari. Questi, dal loro punto di vista anche a ragione, vedono la movida notturna come un fastidio, come un disturbo alla loro quotidianità domestica. Ad eccezione di chi possiede locali notturni, anche molti dei commercianti residenti in centro, una volta staccato il lavoro e tornati a casa, vorrebbero una città silenziosa e tranquilla.
Dal punto di vista di queste persone, che interpretano il centro come zona dormitorio/domestica o come zona commerciale, le attività sociali giovanili (a Lucca comunque limitate alla consumazione di bevute davanti a un locale), la musica e il brusio sono elementi di fastidio. Essendo il centro lucchese in realtà molto simile a un grande paese piuttosto che a una città, esattamente come nei paesini di provincia, ogni disturbo, considerato come estraneo, viene visto come un pericolo, un evento inaccettabile. Senza nemmeno capirne il valore aggregativo giovanile, questi abitanti non possono che giudicare il fenomeno da un lato superficiale ed estetico: le voci, gli schiamazzi, i bicchieri in plastica lasciati in giro sono inaccettabili, portano un degrado nella tranquillità ideale della loro zona di residenza. Non possono accettare che nel centro convivano degli usi degli spazi pubblici diversi dal loro.
Questo scontro si riduce spesso a una battaglia generazionale che contrappone la vita dignitosa e discreta delle persone mature alla balordaggine delle nuove generazioni.
Evidentemente gli over 30/40 hanno un potere mediatico, politico ed economico maggiore rispetto ai giovani, cosicché, come accade per i commercianti, i primi possono dominare e controllare una narrazione mediatico/politica a favore di interessi di parte.
Inoltre, in sinergia con gli abitanti del centro attempati, ritornano gli interessi commerciali. Per gli albergatori, le pizzerie, i bar e in generale ogni negozio del centro, è fondamentale che i turisti si trattengano il più possibile. E’ necessario quindi dare ai consumatori del parco turistico di Lucca l’adeguato intrattenimento. Il giusto compromesso tra guadagno e fastidio: locali dove consumare drink, rigorosamente senza musica (oppure è ammessa con un livello limite di decibel da rispettare così basso che può essere superato dal semplice brusio in una piazza, in ogni caso solamente il venerdì e il sabato non oltre la mezzanotte), che devono essere obbligatoriamente chiusi entro le 2 di notte. In altre parole una movida discreta e controllata, che non lascia spazio ad altri tipi di attività meno incasellabili in logiche di guadagno. Ad esempio, a causa di burocrazia e divieti vari, è quasi impossibile per un’associazione organizzare un evento in una piazza della città di sera. Il problema dell’ordine pubblico è quasi secondario rispetto all’intaccare gli interessi dei venditori lucchesi: non possono accettare che un altro tipo di evento sfoltisca la loro clientela, ma soprattutto non possono permettere che, con l’allestimento dei bar di autofinanziamento delle spese organizzati in questo tipo di eventi, ci sia una competizione all’interno del loro normale monopolio, con la differenza che in questi bar estemporanei i prezzi non vengono gonfiati.
Non bisogna invece nemmeno sottolineare che eventi che fanno circolare denaro, come Comics e Summer Festival, nonostante portino sporco, inquinamento acustico e disservizi, quindi reale degrado per la cittadinanza, rimangono ben accetti.


Attraverso un’egemonia intellettuale e comunicativa di una parte della cittadinanza, diventa difficile affrontare un problema da punti di vista differenti, proprio a causa dell’impostazione concettuale costruita attorno a determinati problemi: le categorie base, i presupposti morali ed etici, costringono quasi sillogisticamente a giungere alla conclusione a favore della classe dominante. L’unica altra strategia possibile è creare un diverso sistema concettuale con il quale affrontare il dibattito, ma il rischio inevitabile è che l’enorme distanza con la forma dominante di ragionamento porti l’ascoltatore a trovare il nuovo sistema incomprensibile, stupido o persino insensato, quasi “fuori dal mondo”.

Lotta al degrado, sicurezza, consenso politico
Avevamo già scritto che “la lotta al degrado è diventata lotta per la sicurezza, che si traduce nel far percepire alle persone di essere tutelati da tutto ciò che è diverso e che, in quanto tale, suscita paura. Una società che viene costantemente esposta alla retorica dell’invasione e alla distruzione dell’identità, diventa facilmente xenofoba e suscettibile alla presenza del diverso, che sia il negozio del pakistano o il nigeriano colpevole di chiedere un’offerta ai passanti. Su questo campo vari partiti, dal M5S a Casa Pound, passando per la Lega, sfruttano il fenomeno per mobilitare elettori, colpevolizzando il migrante a partire dalla sua semplice presenza che, anche se non collegata all’illegalità, crea un’assurda percezione di pericolo e degrado”.
In un paese democratico, dove per di più la sicurezza percepita non ha nessuna corrispondenza con la sicurezza reale, è inevitabile che i politici si preoccupino più della percezione che del benessere reale. Il motivo è semplice, le pantomime che mimano un controllo maggiore, come multare un venditore ambulante o sanzionare chi chiede elemosina, mandano un messaggio al cittadino benpensante e dice più o meno questo “ci stiamo impegnando a rendere più sicura la città, a combattere il degrado”. Anche se interventi simili influiscono minimamente sulle dinamiche reali, possono fruttare consenso al costo di irrilevanti spese economiche, organizzative e di tempo, mentre, al contrario, progetti seri a lungo termine per interventi sulle criticità del territorio, hanno più difficoltà ad essere accettati, compresi ed apprezzati dall’uomo della strada. In altre parole, azioni semplici ma inutili portano voti e approvazione, interventi razionali consumano energia e sono impegnativi.
Allo stesso tempo queste azioni simboliche si concentrano nella zone urbane centrali, le zone che godono di maggiore attenzione a livello di narrazione e di media, quindi quelle più importanti a livello di consenso. L’attenzione alle periferie passa in secondo piano, consequenzialmente al loro essere subordinate alle zone centrali anche a livello di cronaca.
Il nostro comune non fa eccezione. Come abbiamo già approfondito in un altro articolo anche a Lucca l’amministrazione tende ad affrontare il degrado come un problema di ordine pubblico. Esempio lampante di questo è il caso della biblioteca comunale Agorà, dove (come spieghiamo più approfonditamente qui) un fenomeno di aggregazione giovanile è stato dipinto come un problema di degrado e per di più di ordine, tanto dal dover assumere una guardia giurata per controllarne gli spazi.

Intanto, mentre l’amministrazione si concentra sul centro, le zone circostanti, a partire da alcuni quartieri poco fuori dalle mura, sono le vittime del vero degrado. Mancanza di servizi, infrastrutture ma anche di sicurezza reale. Infatti oltre a problemi come strade dissestate o trasporti pubblici carenti, la provincia di Lucca è al 106° posto su 110 nella graduatoria nazionale che riguarda i furti e, se passando un’oretta la sera in centro si possono vedere almeno due pattuglie di forze dell’ordine a sorvegliare i pericolosissimi giovani per evitare che disturbino troppo la quiete, uscendo dalla circonvallazione è raro trovare una volante che, perlomeno attraversando le strade delle zone abitative dei quartieri nelle ore notturne, funga da minimo deterrente per i ladri.
Ma come sappiamo dove il pubblico fallisce arriva qualcun altro a tappare i buchi. Così, anche se nel comune non sono state organizzate delle vere e proprie ronde, il senso di abbandono da parte dei cittadini continua a crescere. Terreno fertile per Casa Pound, che, nonostante l’ambigua natura che possiede, può guadagnarsi il favore della gente dando voce alle periferie che rimangono inascoltate dal potere, facendo leva sul senso d’insicurezza ormai diffuso. (Casa Pound che interviene nel quartiere Arancio). L’azione dei neofascisti, per quanto possa essere superficiale nonostante colga più da vicino le necessità della popolazione rispetto all’Amministrazione, continua a declinare la questione di decoro/degrado come opposizione tra ordine/disordine o anche tra sicurezza/insicurezza.


Finché la “sinistra” non sarà in grado di dare risposte convincenti su queste opposizioni, riuscendo a scardinare questo dualismo riduttivo, facendo capire che quello che vuole è un altro ordine, un altro decoro, un’altra sicurezza, che non portino il marchio dell’imposizione e del dominio di classe, che siano invece fondati sulla condivisione e sull’autogoverno.
Finché non riusciremo, come “sinistra”, a impostare bene questa battaglia cruciale, teoricamente e praticamente, le destre più o meno reazionarie, dal PD a Casa Pound, continueranno ad avere praterie di consenso davanti a loro.
Questa rimane una questione cruciale e il fatto che spesso sia rimossa o sottovalutata perché insidiosa e complessa è un indizio di grave debolezza per chi vuole contrastare le politiche repressive e securitarie. La questione dell’ordine e del decoro non è semplicemente una questione da ricchi o da bigotti, è una questione che tocca delle corde inconsce, che hanno a che fare con la paura della regressione allo stato di natura, all’assenza di regole, alla condizione di vulnerabilità e di mancanza di protezione di sé e delle proprie cose dall’arbitrio degli altri, alla sporcizia come fonte di insalubrità e malattie ecc.
Quello che una forza di sinistra può fare, oltre a decostruire il discorso egemone, è dimostrare con azioni pratiche le ambiguità e le criticità del discorso politico egemone. Infatti, se nuovi sistemi interpretativi a livello teorico sono difficili da assimilare e, come abbiamo detto, vengono facilmente bollati come nonsense, invece gli esempi pratici sono facilmente recepibili. Basta vedere come Casa Pound acquisisca consensi con un paio di slogan superficiali ma accompagnati dalla presenza fisica all’interno dei quartieri.
Anche se non dobbiamo ridurci a fare una demagogia simile alla loro, è necessario trovare delle modalità di approccio con la cittadinanza che abbattano quella barriera di diffidenza che ci separa. Stare in mezzo alla gente funziona, lo dimostra l’attività della Biblioteca Popolare a S. Concordio.

Come abbiamo spiegato nella prima parte, è il giudizio distaccato che porta a mistificare la realtà: se vogliamo distruggere l’idea che i migranti sono i responsabili del degrado, invece che cercare di spiegarlo attraverso le parole, è probabilmente più proficuo trovare il modo di farli incontrare con la cittadinanza stessa, cercando d’instaurare dei rapporti umani.
Come esempio positivo non possiamo che citare di nuovo la Biblioteca Popolare che, attraverso le cene e le feste di quartiere che vengono organizzate al suo interno, oltre a svolgere una funzione di socializzazione, riesce a veicolare pure i messaggi politici che di volta in volta fanno da sfondo all’evento.
Se un movimento vuole acquisire il sostegno della gente, non può limitarsi a combattere per delle cause giuste, deve prima di tutto comunicare con le altre persone, capire quali sono i loro problemi quotidiani e cercare di fornire loro soluzioni concrete, ma allo stesso tempo coerenti con la propria impostazione ideologia. Solo a questo punto la cittadinanza saprà rispondere positivamente anche ai problemi, magari anche più importanti, che non la riguardano direttamente o nell’immediato. E’ una questione di fiducia più che di ragionevolezza.

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