La moda di ripulire Lucca, ovvero del volontariato che non è lotta

Nell’ultimo mese, nel territorio della lucchesia si è assistito a un vero e proprio proliferare di iniziative volte alla cura del territorio, quali la pulizia e il taglio dell’erba attorno a una strada, o la riqualificazione di un centro sportivo. Ne sono stati protagonisti i più svariati soggetti: dai “bravi ragazzi” di Casa Pound ai giovani del Movimento Cinque Stelle (coadiuvati da una rappresentante della Lega Nord Toscana), fino al lavoro volontario di profughi e richiedenti asilo.  

Come mai un’ondata così improvvisa di senso civico, da parte di soggetti anche ideologicamente così disparati? La risposta più semplice naturalmente è: siamo in campagna elettorale per le comunali del 2017. In un contesto come quello lucchese (ma il fenomeno è assai diffuso anche in altre città) in cui il dibattito pubblico è dominato dai temi del degrado e delle sicurezza, azioni di blando populismo come queste trovano un terreno favorevole. Che cosa c’è di più incontestabilmente positivo di tagliare l’erba e ripulire un luogo pubblico? Azioni del genere suscitano un consenso quasi scontato. Buono per prendere qualche voto in più nel caso di Casa Pound e M5S. Utile alle amministrazioni democratiche da un lato a “calmierare” l’odio contro gli stranieri (che secondo la vulgata delle destre verrebbero trattati meglio degli italiani) mettendo al lavoro i richiedenti asilo; dall’altro ottenendo un risparmio di bilancio, poiché in fondo che bisogno c’è di pagare qualcuno per svolgere un servizio pubblico, quando c’è chi è disposto a farlo gratis?

Ora, fermo restando che non va sottovalutato il rischio che anche tramite questo tipo di azioni i fascisti del terzo millennio raggranellino qualche consenso in più, in una città in cui l’asse del discorso è già fortemente spostato a destra, non possiamo fare a meno di sollevare alcune osservazioni su questa nuovo ondata di “civismo democratico”.

In tante città anche i movimenti e gruppi di compagni sono spesso impegnati in attività di riqualificazione dal basso di edifici pubblici o privati abbandonati. Ma questa pratica non è volta a fare del semplice volontariato, è semmai volta a sviluppare autorganizzazione e la partecipazione di nuove persone a dei percorsi di contrapposizione politica e sociale nei confronti delle istituzioni. La pratica dell’autorganizzazione e dell’autogestione è volta a mostrare concretamente che sarebbe possibile organizzare la vita comune senza le istituzioni, aprendo così alla possibilità di realizzare degli esperimenti di autonomia all’interno dei territori. Non si tratta cioè di un semplice sopperire alle lacune e al malgoverno delle amministrazioni comunali, di una forma di educazione civica. È invece uno strumento di attacco politico.

Anche a Lucca, soltanto pochi anni fa, i collettivi cittadini si resero protagonisti di una forma di recupero dal basso di un bene pubblico lasciato all’abbandono, la Polisportiva delle Madonne Bianche ubicata nel parco di S. Alessio. Sullo striscione che venne appeso davanti ai cancelli della polisportiva riaperta al pubblico stava scritto lo slogan “Dove le istituzioni falliscono, i cittadini ripuliscono”. Si tratta come è evidente di uno slogan che avrebbero potuto far proprio anche i soggetti che abbiamo citato sopra. Siamo dunque di fronte a uno “scippo” di uno dei “nostri” cavalli di battaglia? Forse sì, ma anche a partire da fatti come questo non possiamo fare a meno di interrogarci autocriticamente sui limiti politici intrinseci al concetto di “beni comuni”, che fu agitato in occasione della vertenza con il Comune che si sviluppò attorno a quello spazio.

Quando la riqualificazione dal basso di un luogo o il tagliare l’erba diventa un’ azione politica propagandistica, slegata da qualsiasi dinamica di antagonismo sociale, una pratica populista in cui riescono a inserirsi (o a esserci buttati dentro) tanto Casa Pound quanto i richiedenti asilo messi a fare i volontari, i giovani del M5S come le “spugnette” di Milano dopo il corteo del 1 maggio No Expo, vuol dire che quel significante politico rischia di perdere qualunque politicità reale.

Ora, è vero che l’esperienza politica contemporanea ci dice che difficilmente la sinistra di classe potrà rigenerarsi e acquisire una spinta di massa senza bagnarsi nell’acqua “sporca” del populismo. In questo senso si può dire che sul tema effettivamente il movimento lucchese ha perso una posizione di vantaggio. Una posizione di vantaggio che però, forse, non era davvero una posizione di forza politica.

Allora sarebbe il caso di dire, di contro alla retorica del volontariato, che ad esempio il lavoro (compresi quei piccoli interventi di manutenzione del decoro urbano) va pagato, e attaccare le scelte delle amministrazioni, che mentre lasciano all’abbandono e all’incuria le periferie, destinano diverse decine di migliaia di euro a una kermesse musicale come il Summer festival, la cui accessibilità a tutta la cittadinanza è pesantemente limitata dal prezzo esorbitante dei biglietti. Un vero e proprio sbarramento di classe.

Se in futuro si svilupperanno delle nuove esperienze di occupazione e di autogestione, sarà allora opportuno liberarsi della retorica unanimistica, dai facili applausi, dal consenso senza conflitto. La riappropriazione degli spazi oggi ha senso solo se questi spazi diventano dei luoghi di organizzazione del conflitto sociale, dei luoghi che rafforzano la potenza delle lotte sul lavoro, per la scuola e la sanità pubblica, contro il fascismo e il razzismo. Se questi luoghi cioè non sono di tutti, ma di quella parte di società che ha bisogno di scontrarsi con il governo dell’esistente, oggi in Italia incarnato dal Partito Democratico, e con i loro falsi oppositori, quella compagine delle destre che alimentando la guerra tra italiani e stranieri per le ultime briciole di welfare concesse dal capitale, impedisce al conflitto di classe di svilupparsi come oggi sarebbe necessario.

In tutto ciò, l’ineludibile necessità di rendere il bisogno di questi spazi un’esigenza condivisa da una serie di soggetti sociali reali, soggetti che lottano e che si fanno portatori di rivendicazioni condivise e chiaramente riconoscibili dai “nostri”. Pena, il rischio di separatezza di queste esperienze dalla classe sociale che si vorrebbe mobilitare e organizzare, una separatezza su cui altri soggetti politici, fascisti in primis, hanno solo da guadagnare.

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