Da Ventimiglia ordinarie storie di violenza di Stato

A Ventimiglia oltre al caldo si respira uno strano clima, di attesa, di tensione. Tanti occhi osservano incuriositi i “militanti dei centri sociali” di cui tanto si parla sui giornali e carabinieri in assetto antisommossa intimidiscono i bagnanti che, vedendo un tale dispiegamento di forze, si aspettano da un momento all’altro che avvengano pericolosi atti di guerriglia urbana.

Uscendo dall’autostrada si nota prima di tutto la frontiera, posti di blocco e un grosso cartello che dice “Nizza-Francia”. Una linea immaginaria delimita la città, incute soggezione allo straniero e segnala l’inizio di un altro Stato. Per noi italiani, cittadini europei, è solamente un’altra regione verso cui è ancora possibile emigrare, dove possiamo andare in vacanza o cercare lavoro, per altri un muro oltre il quale si nascondono speranze, opportunità, amici, amori e parenti.

Ma noi non siamo diretti in Francia, ci dirigiamo verso il casello e notiamo subito lo schieramento di carabinieri che bloccano eventuali “no borders”, portandoli in caserma, identificandoli, tenendoli in stato di fermo e spesso cacciandoli dalla città. Siamo fortunati e passiamo senza intoppi, in pochi minuti arriviamo in centro e siamo subito circondati da camionette, volanti e DIGOS che tutto filma e tutto vede. Ventimiglia ci appare una città militarizzata, snaturata da una “crisi migranti” che altro non è se non la costruzione mediatica di un’emergenza che non esiste, di un’invasione costruita a tavolino dai venditori di paura. Uno stato di eccezionalità permanente che legittima una terribile repressione verso migranti e attivisti che danno riparo e aiuto a chi attende di trovare un modo per arrivare in Francia.

Nonostante i muri che Italia, Francia e Unione Europea tentano di costruire, uomini, donne e bambini mettono a rischio la loro stessa vita per scavalcarli, scappano, corrono, rischiano tutto per una speranza che spesso è nella loro mente, proiettata in quei luoghi che un amico ha detto loro essere più ricchi, dove la vita è più facile. Proprio questa voglia di vivere, che è anche coraggio nell’affrontare pericoli incredibili, rende solo inutili i tentativi degli Stati di chiudere le frontiere, di bloccare “l’invasione”, di bloccare i flussi di migranti e minare la libertà di movimento. La migrazione è un fatto strutturale della Storia umana, un’esigenza biologica di sopravvivenza e una caratterista essenziale del nostro essere uomini e donne, e nessuna contromisura militare potrà fermarla, sopratutto quando si scappa dalla fame e dalla violenza delle periferie del globo, coscientemente e sistematicamente sfruttate dai centri di potere della ‘democrazia occidentale’. “We are not going back” ribadiscono i migranti al confine. Potete deportarli nei CARA e nei vari centri di accoglienza della penisola ma continueranno a tornare lì, a cercare quello che tutti noi cerchiamo.

Ventimiglia è stata romana, longobarda, genovese, francese, ligure, sabauda e solo ‘recentemente’ italiana. Ventimiglia rappresenta un punto sul confine tracciato da principi, duchi e zar al Congresso di Vienna del 1815, diventando prima ‘piemontese’ e poi italiana. Una città di frontiera, quelle stesse frontiere tanto fondamentali per la costruzione dello Stato nazione, che oggi, nonostante il trattato di Schengen(ormai carta straccia), nonostante il cosmopolitismo europeista, è tornato in auge come impianto di potere anti-immigrato e anti-europa. Questa Unione Europea è una gabbia assassina e certamente non garantisce i fondamentali diritti umani, ma anzi tutela solo i diritti del capitale(la cui libertà di valicare le frontiere non è mai stata messa in dubbio). L’Unione Europea è essa stessa la causa delle forze che la stanno disgregando. Autoritarismo, razzismo, sovranismo sono le vie d’uscita a destra di una crisi sistemica. Invece di guardare ai veri colpevoli del disastro finanziario globale si è voluto puntare il dito contro il capro espiatorio che non può difendersi. Questa Unione Europea è sicuramente una costruzione da abbattere, ma non cadendo nel sogno della sovranità nazionale, dei muri alle frontiere, dei confini militarizzati, come vorrebbero invece i vari leghisti di turno.

La presenza di migranti a Ventimiglia, liberi dai controlli dei sistemi d’accoglienza, non rinchiusi nei centri e fuori dal controllo poliziesco, ha scatenato l’indignazione dei razzisti e la paura degli abitanti, ma altro non è che un fenomeno strutturale: non l’atto di un’invasione pianificata, non una catastrofe, ma la semplice conseguenza della presenza di un confine. Se si vuole incolpare qualcuno, si incolpi il fallimentare sistema di accoglienza europeo fortemente influenzato dagli interessi francesi. Si punti il dito contro l’ingiusto e secolare sistema degli Stati nazione che crea odio e razzismo, e favorisce solo i sistemi di sfruttamento. Se si vuole trovare una soluzione alle morti in mare, alla pressione ai confini si abbattano le frontiere e si apra una canale umanitario con i nord Africa immediatamente.

Da sempre, non è una novità come ci vorrebbero far credere, Ventimiglia è l’ultimo passaggio obbligato per i migranti che arrivano dalla Costa d’Avorio, dal Senegal, dal Burkina, dal Burundi, dal Camerun, dalla Guinea, e che si dirigono verso il paese che parla la loro stessa lingua e dove spesso si trovano amici e parenti.

Negli ultimi anni, in barba al divieto di controlli di frontiera previsto dal Trattato di Schengen, la Francia ha militarizzato il suo confine impedendo l’arrivo di migranti extra-comunitari, trasformando il centro di Ventimiglia in un limbo, dove diritti e accoglienza sono costantemente negati.

L’estate scorsa centinaia di migranti respinti trovarono rifugio sugli scogli scatenando un caso mediatico. Subito si attivò la rete di solidarietà dei centri sociali e degli attivisti “No Borders” italiani e francesi, così nacque un presidio permanente che accoglieva e garantiva servizi, assistenza e consulenza legale ai migranti. Verso Settembre l’accampamento nel parco pubblico venne violentemente sgomberato, ma gli attivisti non hanno mai smesso di monitorare la situazione e rivendicare diritti e libertà.

Lo Stato affronta gli arrivi al confine con la deportazione o il sovraffollamento di centri locali della Croce Rossa costantemente presenziati dalle forze dell’ordine. Chi si ribella a deportazioni e mancanza di assistenza nei centri viene imprigionato nei CIE in attesa dell’espulsione, come è successo ad un ragazzo sudanese che nel mese di Luglio aveva protestato contro il divieto di accesso ai servizi igienici del campo.

A fronte di una situazione insostenibile, nel mese scorso, migranti e solidali avevano organizzato un campo per dormire e cucinare occupando una ex stalla abbandonata. Le forze di polizia non hanno digerito il tentativo di autogestione e hanno prontamente sgomberato, costringendo i migranti all’alloggio nel campo sovraffollato della Croce Rossa. Un vero affare per i vertici della CRI che ricevono finanziamenti per un servizio inesistente.

Oltre 300 migranti nei giorni scorsi hanno continuato la mobilitazione abbandonando il centro e marciando verso la frontiera, stabilendosi il 5 Agosto in una pineta. La polizia ha circondato i migranti i quali hanno continuato a rifiutarsi di tornare nel centro-lager dove erano spesso costretti a dormire per terra e far code di ore per mangiare e per accedere ai servizi. La polizia ha chiuso l’accampamento impedendo l’arrivo di solidali con cibo e acqua, arrestando chi si avvicinava e punendoli con l’immancabile foglio di via, provvedimento del codice penale fascista, che negli ultimi anni riscuote successo in molte questure italiane nonostante la sua illegittimità costituzionale. Il presidio è poi durato ancora poche ore, la celere ha presto sgomberato la pineta inseguendo attivisti e migranti. Nei video riportati da molti quotidiani online si vede chiaramente l’odio, il disprezzo e il razzismo della polizia che reprime, picchia e deporta i migranti ma nessuno avrebbe immaginato come si sarebbero comportati il giorno seguente nei confronti di un gruppo di ragazzi e ragazze.

Il 6 Agosto un gruppo di militanti del presidio si stava avviando verso il cento del CRI e la polizia è immediatamente intervenuta lanciando lacrimogeni contro una quarantina di attivisti disarmati e a volto scoperto. La polizia ha poi inseguito, manganellato e arrestato, portando in caserma 13 persone, la maggior parte dei quali ha ricevuto il foglio di via (qui si possono vedere alcune scene del pestaggio). Dopo l’azione un poliziotto in servizio è morto d’infarto, scatenando reazioni scomposte sia delle FdO sia della politica, che in sostanza hanno additato i “No borders” come assassini.

Il giorno seguente, quando siamo arrivati a Ventimiglia insieme a molti altri da diverse regioni, era previsto un corteo sempre per ribadire un secco ‘NO’ alle frontiere, ma dopo la dura repressione, i molti gli arresti le decine di fogli di via a danno degli organizzatori, chi è rimasto ha scelto coscientemente di annullare, rimanendo in presidio e promuovendo una conferenza stampa.

La polizia ha ripetuto il copione già visto, circondando le 200 persone in piazza, arrestando sistematicamente chi si allontanava o arrivava e cacciandoli dalla città. La morte del collega ha giustificato dal canto loro un pugno ancora più duro e anzi sono volate grosse minacce di “fare una mattanza” se il presidio fosse diventato corteo. I manifestanti si sono mossi verso il commissariato chiedendo la liberazione degli arrestati ancora in cella e poi, vista la situazione di tensione e il timore che si ripetesse la stessa scena del giorno precedente, si sono rifugiati sulla spiaggia, dove, ancora circondati hanno deciso di scogliere il presidio per non rischiare ulteriori arresti e pestaggi.

A Ventimiglia i migranti vengono ulteriormente lasciati soli, dopo che l’unica forza in campo, capace di portare solidarietà attiva è stata duramente repressa, con centinaia di arresti in due anni e innumerevoli azioni violente. A Ventimiglia vige un regime di eccezionalità permanente, una zona a ‘statuto speciale’ dove i diritti sono negati sistematicamente, dove è possibile essere arrestato, cacciato e deportato per aver detto qualcosa di sbagliato o partecipato ad una manifestazione pacifica. Questa situazione ha dei diretti responsabili: il governo Renzi che ha orchestrato, la polizia che si è mossa come sempre da tutore della violenza, i fascisti che esistono politicamente grazie all’incapacità di gestione dei flussi migratori, la CRI e le maxi cooperative(mafia-capitale ce lo ha insegnato) che speculano con i finanziamenti per i migranti a fronte di negazione costante di diritti umani e servizi inesistenti.

Unica forza in campo capace di lottare contro la guerra tra poveri, strategica ai vertici dello Stato e dell’UE, è stata propria la rete “No Borders” che in Italia e in Europa è sola nel combattere ingiustizie verso i migranti ribadendo la sua vocazione internazionalista e antifascista.

Mentre a Rio scende in campo quella presa in giro che è il refugee olympic team, in tutta Europa vediamo in realtà il dramma in cui vengono lasciati i migranti dalle èlite globali, lasciando spazio anche ai soliti razzisti come Marine Le Pen o Matteo Salvini, pronti a puntare il dito in basso ma mai seriamente verso l’alto che ci governa. Al loro “prima gli italiani”, che alcuni provocatori ben protetti dalla polizia hanno urlato Domenica 7 agosto a Ventimiglia, i “no borders” hanno intonato “se ci sono i disoccupati, la colpa è dei padroni e non degli immigrati”. Banalmente non ci sono prerogative etniche a cui affidarsi, se si combattono le ingiustizie si combattono totalmente, promuovendo opposizione sociale a chi ‘sta sopra’ e ribadendo che prima ci sono solo gli sfruttati, siano migranti o siano italiani.

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