Esiste un’emergenza abitativa anche a Lucca?

Circa un mese fa, una madre di 32 anni con due figli e in attesa di un terzo è finita sulla cronaca locale per aver minacciato di buttarsi dalla finestra di una casa popolare che aveva occupato per bisogno due giorni prima . L’anno scorso, sempre d’estate, un giovane padre con una figlia di 5 anni salì sul tetto della casa popolare in cui abitava per paura di subire uno sfratto  .

Il salire sui tetti delle abitazioni o dei luoghi di lavoro, o stare sospesi su una gru a decine di metri d’altezza, è forse l’immagine che più di tutte rappresenta la crisi sociale che ha investito l’Italia, come il resto del mondo, dopo il crac finanziario del 2008. Di fronte alla minaccia della disoccupazione semi-permanente senza alcun sostegno reddituale su cui contare, di fronte allo spettro del declassamento sociale, della caduta nel girone della povertà, l’atto di salire in cima a un palazzo o a una gru, minacciando di buttarsi di sotto, diventa simbolicamente il gesto che riassume una condizione a cui oggi, siamo tutti potenzialmente esposti: la paura di sprofondare, di scomparire dalla vista, di essere messi ai margini, di trasformarsi in una vita di scarto, senza più valore. Con tutto il suo portato di vergogna, di depressione, di frustrazione, di crisi d’identità, di senso di vulnerabilità e mancanza di autonomia.

Nella provincia lucchese (fatta eccezione per il contesto viareggino), dove il tessuto economico e industriale ha in qualche modo tenuto nonostante la crisi, e grazie alla presenza di un ampio sistema di welfare di matrice cattolica che fa perno sulla Caritas e sul volontariato, eravamo abituati a vedere simili gesti come episodi da collocare in un altrove, nella convinzione che il nostro territorio potesse in qualche modo non essere lambito dalla crisi e dal sopraggiungere di situazioni di nuova povertà e marginalità sociale. Siamo di fronte allo sgretolarsi di questa credenza?

Se guardiamo il rapporto Abitare in Toscana relativo al 2014, vediamo che nella provincia di Lucca sono stati eseguiti 301 sfratti. Quasi una volta al giorno una persona, o più spesso un intero nucleo familiare, è stato sbattuto fuori di casa. Una cifra che fa impressione e che sorprende, se pensiamo ad esempio che nella ben più popolosa Livorno, che per giunta sta subendo un processo di deindustrializzazione dalle ricadute sociali pesantissime, gli sfratti nello stesso anno sono stati solo 319.

Di fronte a questi dati viene da chiedersi: perché un furto suscita allarme sociale, conquista l’attenzione dei media e fa gridare all’emergenza sicurezza mentre uno sfratto no, a meno che non sia accompagnato dalla minaccia di suicidio? Perché la riprovazione che colpisce i rapinatori non colpisce anche quei grandi proprietari che in nome della propria avidità non esitano a buttare sulla strada una famiglia che non paga l’affitto per morosità incolpevole, perché cioè non può materialmente farlo, avendo perso il lavoro, o saltando da un lavoro precario e sottopagato all’altro?

È uscito poche settimane fa il bando Erp per la stesura della nuova graduatoria per l’accesso alle case popolari. Tutto lascia prevedere che ci sarà un impennata delle domande, già in forte crescita nell’ultimo bando rispetto a quello ancora precedente (671 nel 2013, rispetto alle 478 del 2009).

Sbalorditive le dichiarazioni dell’assessore comunale al patrimonio Antonio Sichi in merito alla messa a regime di criteri di accesso più restrittivi e penalizzanti nei confronti dei residenti stranieri  – quando la percentuale di case popolari assegnate a cittadini stranieri in provincia di Lucca è pari al 9,8 %, un dato del tutto proporzionale alla popolazione straniera attualmente residente in Italia -, dichiarazioni che danno la misura di quanto questa amministrazione sia succube del discorso della destra:

“Il che non significa essere per forza italiani ma rimane il fatto che per avere bisogna anche aver dato. Le case popolari si costruiscono con la fiscalità regionale, per questo abbiamo messo come pregiudiziale il fatto di risiedere in Toscana da un certo numero di anni, avere un lavoro stabile e dunque pagare le tasse come qualunque cittadino. L’ho detto più volte e mi ripeto: non c’è giustizia sociale senza la legalità”.

Quello che dovrebbe essere un diritto, garantito a chiunque si trovi in una condizione di bisogno fondamentale e imprescindibile per la dignità umana, viene subordinato alla logica di scambio, all’avere un lavoro, al nudo pagare. Quando invece, come è facilmente intuibile, sono proprio le persone disoccupate o con lavori intermittenti quelle che necessitano maggiormente di un affitto calmierato. O che magari, se immigrate, proprio per aver perso il lavoro e la casa in conseguenza di uno sfratto, perdono il permesso di soggiorno e finiscono in clandestinità.

Eccolo, il circolo vizioso della legalità che calpesta la giustizia sociale di cui ciancia l’assessore Sichi. Il quale, commentando il recente sgombero di una casa popolare a S. Anna, non esita a sorpassare a destra la Lega in una postura da assessore sceriffo:

“Con questa operazione abbiamo ribadito il concetto che nelle case popolari si paga il canone, le utenze e ci si comporta in maniera civile, rispettando il bene pubblico e gli altri inquilini. Noi interveniamo, mentre gli amanti delle ruspe urlano slogan e quando governano invece strizzano gli occhi ai morosi. E’ finita la ricreazione. Perché per noi non c’è giustizia sociale senza legalità”.

Morosi a cui l’ultimo bando Erp, comune ai 33 comuni della provincia, non dà alcun riconoscimento. Infatti, all’articolo 5 (“Attribuzione dei punteggi) comma b-1.5 tra le “situazioni di grave disagio abitativo” che concorrono all’accumulazione di punteggio in graduatoria, non viene riconosciuto uno sfratto effettuato per morosità dell’inquilino. Chissà dunque a quali sfratti si riferiscono i solerti estensori del bando, quando quasi il 90 % degli sfratti effettuati in Italia negli ultimi anni sono per morosità incolpevole, causati dalla perdita del lavoro e dalla disoccupazione di chi non ce la fa più a pagare degli affitti spesso esosi e ben superiori all’effettivo valore degli immobili. Affitti che non dobbiamo aver paura di chiamare con il loro nome: rapina e speculazione

Eppure, mentre a Lucca viene varato un nuovo piano strutturale decisamente poco partecipato che prevede diverse decine di migliaia mq di nuovo suolo edificabile a fronte di più di 4000 immobili sfitti e invenduti, il consiglio comunale di Livorno vara una mozione che autorizza il sindaco Nogarin alla requisizione degli immobili sfitti per far fronte all’emergenza abitativa presente in città. Ovviamente il PD livornese decide di votare compattamente contro, come tutto il centro-destra, invocando quella legalità di classe che tutela gli interessi dei proprietari.

L’approvazione di questa mozione rappresenta un risultato certamente importante, merito della forza delle lotte che i comitati livornesi per il diritto all’abitare sono riuscite a condurre in città negli ultimi anni imponendo anche alla politica istituzionale un cambio di rotta. Dimostrazione che laddove le persone che si trovano in una condizione di emergenza abitativa si uniscono per lottare insieme, non cadendo nelle divisioni e nelle discriminazioni utili solo a rafforzare il potere dei più ricchi (italiani contro migranti, penultimi contro ultimi), è possibile capovolgere i rapporti di forza, non soccombere in solitudine e riprendersi tutto ciò che la loro crisi ci vuole negare, a partire dal diritto ad avere un tetto sulla testa.

Una vittoria certamente ancora tutta da certificare alla prova dei fatti, e che tuttavia già di per sé dovrebbe dare fiducia e coraggio circa le possibilità di riuscire a strappare simili risultati anche in altri contesti, laddove ci sia la disponibilità, l’impegno e la determinazione a portare avanti la battaglia per il diritto alla casa. Persino a Lucca.

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