Autorganizzarsi per rifiutare la crisi. Intervista alla Brigata Sociale Antisfratto di Viareggio

Ci siamo occupati del problema casa in un articolo uscito quest’estate, sulla scia dell’emergere sulla cronaca locale di alcune situazioni di grave disagio abitativo. Nel frattempo a settembre anche a Lucca è nato un Collettivo di lotta per la casa. Da alcuni anni a Viareggio, un territorio che ha vissuto con maggiore intensità il morso della crisi e lo smantellamento delle strutture di welfare (complice anche una grave situazione di dissesto finanziario delle casse comunali culminata con un commissariamento di cui, come sempre hanno fatto le spese i cittadini), esiste un gruppo di individui e di realtà sociali che opera sul terreno del diritto all’abitare, praticando il blocco degli sfratti. Abbiamo deciso di intervistarli.

Quando è nata e che cos’è la Brigata Sociale Antisfratto?

Nel 2009, sul territorio viareggino, incominciò a maturare l’idea di seguire il tema casa più da vicino, incominciammo ad intercettare il problema direttamente da chi lo viveva, così, con una manciata di militanti, nacque lo sportello del sindacato Unione Inquilini, nel quale si svolgeva il primo lavoro di intercettazione e di filtro, al quale poi seguiva il lavoro più conflittuale dei picchetti anti sfratto. Come Unione Inquilini ci accorgemmo che questa lotta non poteva e non doveva assolutamente rimanere limitata ad una vertenza sindacale o ad un picchetto anti sfratto organizzato esclusivamente dal sindacato, ma doveva coinvolgere tutte le realtà che svolgevano un lavoro di militanza attiva sul territorio e tutte le persone che vivevano in precarietà abitativa. Insieme, incominciammo ad organizzarci per effettuare un lavoro di mutuo soccorso, partendo dallo sportello per la casa, arrivando all’organizzazione dei picchetti anti sfratto (vero e proprio sistema di moratoria degli sfratti dal basso). Per fare ciò però, necessitavamo di un’organizzazione molto più articolata e capace di andare oltre il sindacato, un’organizzazione che sapesse riconoscersi tale non solo nelle situazioni più conflittuali, ma anche in tutti quei rapporti che ne concerne il tema trattato. Così, un giorno, molto banalmente, pensammo alla necessità di avere un gruppo Facebook dove poterci contattare e avvisare tutti senza passare da 15 telefonate e pensammo che questo fosse un semplice inizio per snellire i procedimenti di organizzazione delle lotte, proprio perché il giorno successivo, avremmo avuto un picchetto anti sfratto. Così creammo temporaneamente il gruppo su Facebook della Brigata Sociale Anti Sfratto, nome che credevamo temporaneo, ma che poi ha acquisito un’esistenza propria e che si è fatto strada dal lavoro svoltosi durante le lotte, continuando ad esistere fino ad ora.

Tra di noi, crediamo che questo nome, creato con fretta quel pomeriggio, sia superato per significato del termine stesso, essendo le nostre lotte, proseguite con considerevoli salti di livello. Consideriamo però di superficiale importanza l’attribuzione di un nome consono alle lotte, in quanto ci preoccupiamo, ovviamente, della qualità e della riuscita delle stesse. la Brigata Sociale Anti Sfratto non è più un nome di una organizzazione o di un movimento, è l’esempio di come l’unione passi esclusivamente attraverso le lotte e di come si possa mettere insieme realtà politiche che fino a qualche anno prima si parlavano con difficoltà, amalgamandole sotto un minimo comune denominatore, quello della lotta per il diritto all’abitare e per la volontà di creare una piattaforma conflittuale su questo tema. Così, la mattina di quel picchetto anti sfratto (picchetto di Via Rossini, divenuto simbolo nel tempo della nostra lotta per la durata e per il livello conflittuale della lotta), srotolammo uno striscione sul terrazzo della casa in questione e firmammo come Brigata Sociale Anti Sfratto; da quel giorno, la Brigata si autorganizza settimanalmente per il diritto all’abitare.

Il riemergere anche al di fuori dei contesti metropolitani di situazioni di grave disagio abitativo (sfratti, occupazioni spontanee di edifici sfitti, soluzioni abitative precarie e raffazzonate ecc.) è uno degli effetti più evidenti e drammatici della crisi che dura dal 2008. Come e in che misura si è manifestato questo problema a Viareggio?

Entrammo in contatto con questi problemi reali nel lontano 2008/09, quando sul territorio, c’era un GAP (gruppo di acquisto popolare), una Scuola Popolare, una Scuola di lingue per stranieri e il dentista popolare; tutte pratiche sociali che permettevano di entrare in stretto rapporto con il quartiere popolare della città e di ascoltare quali fossero i problemi principali che andavano annidandosi all’interno del tessuto sociale più disagiato. Questo ci permise di accorgerci come il tema della precarietà abitativa, saltava fuori in ogni pratica sociale svoltasi e in ogni rapporto che avevamo con la cittadinanza.

Viareggio ha da sempre “goduto” di turismo stagionale, questo portando la rendita speculativa del mattone a livelli inimmaginabili (un affitto a non meno di 600/700 euro al mese per circa 50 mq) escluse spese condominiali e bollette. Questo a dimostrazione che un operaio medio avrebbe dovuto guadagnare almeno 1800/2000 euro mensili per andare in pari, quindi l’avvento della crisi portò immediatamente scompenso nel sistema del mercato immobiliare. Viareggio gode di un enorme patrimonio immobiliare privato, che si svuota per l’intera stagione invernale, questo delinea come poche persone detengano la ricchezza dell’intera città e di come non ci sia un sistema di redistribuzione sociale di questa; da sempre ci sono stati gli sfratti dalle case del mercato privato per morosità o per finita locazione, ma nei primi periodi di militanza nel settore casa, scovammo un sistema corrotto del Comune di Viareggio che portò a far crollare il sistema della gestione pubblica del problema “casa”.

Viareggio, oltre alla crisi economica globale, ha subito anche la crisi politica di perenni fallimenti amministrativi, quello in cui ci imbattemmo con più forza fu quando, con giunta PDL, venne abolito totalmente l’Ufficio Casa, chiusi i contributi al sociale e ai contributi affitto per l’emergenza abitativa, portando buona parte delle famiglie in carica ai servizi sociali e iscritte alle graduatorie, in uno stato di precarietà abitativa, con sfratti esecutivi in arrivo e nessuna prospettiva di ammortizzatori sociali in vista. Incominciarono ad arrivare decine e decine di casi allo sportello di Unione Inquilini che mostravano i fogli di sfratto dalle case in cui erano stati messi dal Comune Stesso e il quale si era impegnato a partecipare al pagamento di una parte di affitto, mansione poi interrotta causa mal gestione amministrativa dei fondi, utilizzati per fini privati, scopi politici e affari speculativi.

Questo fu per noi l’inizio di un’intensa lotta fatta di picchetti anti sfratto, di occupazioni di consigli comunali, di proteste in Comune e di progettualità di lotte in difesa del welfare dal basso che stavamo creando. Con il passare degli anni, l’effetto “crisi” a medio e lungo termine, ha incominciato a manifestarsi anche fuori dal contesto pubblico, prendendo come attacco principale il lavoro. Da lì, nacque la nostra campagna “perdi il lavoro, perdi la casa”, dove denunciavamo ad ogni picchetto anti sfratto, la mancanza di assistenza economica, sociale e infrastrutturale per chi aveva perso il lavoro e non poteva più pagarsi un affitto. Nel corso del tempo, siamo passati, da coprire le falle del sistema casa gestito dal Comune, ad agire contro la produzione di impoverimento sociale che la speculazione finanziaria del mercato immobiliare privato stava producendo, causa delle politiche neo-liberiste dei governi che vi si sono susseguiti, in gran forza degli ultimi governi tecnici, Rnezi compreso.

Quanti sfratti siete riusciti a bloccare in questi anni? Siete soddisfatti degli effetti del vostro intervento?

Dal 2009 ad oggi non abbiamo mai perso uno sfratto e per “perso” intendo quando gli inquilini vengono buttati in mezzo ad una strada con la forza. Abbiamo passato picchetti anti sfratto molto “tranquilli” fatti da ore ed ore di mediazione, a picchetti anti sfratto nei quali le parole venivano meno e la forza materiale e numerica dell’autorganizzazione dei compagni, ha impedito l’esecuzione forzosa degli sfratti, facendo arrendere Digos, forze dell’ordine, Ufficiali Giudiziari, avvocati e proprietari, al rapporto di forza che avevamo organizzato. Per questo ci riteniamo molto soddisfatti del lavoro che abbiamo svolto sugli sfratti, tenendo di conto che, prima o poi, durante un procedimento di sfratto esecutivo, da quella casa bisognerà uscirci, ma fino ad ora lo abbiamo sempre fatto quando noi e solo noi lo decidevamo di comune accordo con gli inquilini e quando, all’uscita, si aveva una sistemazione per gli sfrattati. Fino a quel momento niente e nessuno è mai riuscito a batterci.

Come siete entrati in contatto con le persone che si trovavano in condizioni di disagio o di vera e propria emergenza abitativa? Uno dei problemi principali che si trova davanti chi vuole promuovere un’azione come la vostra è quello di riuscire a far vincere dentro le persone il senso di vergogna e di colpa per la situazione in cui si trovano. Dopo tutto sono ormai più di trent’anni che l’ideologia neoliberista ci dice che non esistono sfruttati e oppressi, ma solo perdenti…

Nella seconda risposta, descriviamo già quali sono stati i metodi di filtraggio e di ricezione dei casi di sfratto e di precarietà abitativa; aggiungiamo solo che i fattori umani e psicologici che le persone vivono in questi lunghi periodi di crisi sociale ed economica, sono di difficile gestione e di non semplice risoluzione. Troppo spesso ci siamo sostituiti come “assistenti sociali”, come psicologi e come tutori, ma in questo settore di lotta, ci fai i conti volente o nolente, perché quando si va ad incontrare i bisogni reali delle persone, non si può tralasciare i fattori umani e l’analisi della società che ne consegue.

Un altro elemento non semplice da smontare è la creazione di divisioni che alimentano la guerra tra poveri. È noto il luogo comune secondo cui il problema abitativo dipenderebbe non dalla mancanza ultradecennale di serie politiche di edilizia popolare, bensì dal fatto che nelle nuove assegnazioni i cittadini stranieri residenti sul territorio “ruberebbero” le case agli italiani. Come vi siete mossi su questo punto?

La risposta a questo uso demagogico della destra e del populismo sfrenato di molte altre aree politiche, di dividere il tessuto sociale povero tra italiani e stranieri, è stata semplice e diretta. Abbiamo semplicemente preso in mano quelli che sono i regolamenti per accedere alle case popolari e a tutte le graduatorie pubbliche per l’emergenza abitativa e abbiamo fatto vedere che non vi erano sistemi di sorpasso illegali ai quali venivano concesse le case agli stranieri rispetto che agli italiani. Evidenziammo semplicemente che, ogni cittadino con le caratteristiche economiche, sociali e burocratiche richieste dai regolamenti, avrebbe potuto accedervi in egual misura.

In questi anni la lotta per la casa è stata una delle punte più avanzate del conflitto sociale in Italia, e un terreno su cui è possibile ricostituire solidarietà e coscienza di classe, anche al di là della specifica vertenza. Da questa prospettiva come guardate al vostro percorso?

E’ stato un percorso complesso a tratti difficile e che non è ancora terminato con evoluzioni non del tutto prevedibili. Certo è che occuparsi di casa poi porta inevitabilmente ad occuparsi anche di altre questioni come l’acqua, il diritto alla residenza, la sanità, ecc.. Insomma si è obbligati ad allargare il raggio d’azione. La coscienza di classe è uno di quei temi che richiederebbe un libro. Non tutti i soggetti che si approcciano a questa lotta automaticamente la maturano quello che però cerchiamo di fare è per lo meno di sviluppare una critica minima dell’esistente.

Durante il vostro percorso di lotta avete sentito la necessità di fare un salto di qualità nelle pratiche, andando oltre il blocco degli sfratti?

Ovviamente che si. Il blocco di uno sfratto rimanda il problema di qualche mese ed è una boccata di ossigeno per le famiglie sfrattate ma non risolve il problema che poi si ripresenta. Quindi ad un certo punto è stato necessario prendere in considerazione la pratica della riappropriazione. Occupare case in stato di abbandono, noi preferiamo dire recuperare è una delle pratiche che facciamo ormai da anni.

La cittadinanza viareggina come vede la presenza della Brigata Sociale Antisfratto? Vi è arrivato appoggio e solidarietà anche da parte di chi magari non vive direttamente sulla propria pelle il problema casa oppure no?

Viviamo in un mondo dove chi comanda e l’informazione ufficiale tentano di alimentare le guerre tra poveri quindi non è facile far passare certi messaggi. Tuttavia, la Brigata Sociale Antisfratto si è fatta largo a spinta e spiegando le sue ragioni ha trovato anche dei consensi e della simpatia se non del vero appoggio solidale, questo è venuto solitamente dai compagni più meno organizzati e dalle persone più sensibili.

Praticare il conflitto sociale significa anche fare i conti con la repressione di polizia e magistratura e con il tentativo della politica istituzionale di derubricare i problemi sociali a problemi di ordine pubblico. Come avete affrontato politicamente e praticamente questo ostacolo che vi siete trovati davanti?

Lo stiamo ancora affrontando. Si tratta di non farsi intimorire e comprendere che si può e si deve rispondere anche sul piano legale ma che la nostra rimane essenzialmente una battaglia sociale da fare per le strade e non nelle aule di tribunale. Le compagne e i compagni che fanno certe pratiche hanno messo in conto da tempo che dovranno fare i conti con la giustizia ma se uno si organizza con i legali e costruisce le appropriate reti di solidarietà i danni che la repressione può fare possono essere contenuti o possono addirittura divenire un boomerang per chi la utilizza.

Parliamo ora delle vostre controparti (Erp, Fondazione Casa, Comune ecc.). Come vi siete relazionati con loro? Immagino che i vostri rapporti siano stati per lo più conflittuali.

La controparte è sempre mutevole a seconda delle situazioni. Il comune di Viareggio nel corso degli anni ha cambiato numerose giunte e ha avuto tre commissariamenti, in questo contesto avere una interlocuzione era pressoché impossibile. Noi ci abbiamo anche provato e incontri con assistenti sociali piuttosto che con assessori ne abbiamo fatti diversi. Ma un conto è l’atto formale e un conto è la volontà di discutere, comprendere e provare a risolvere i problemi reali. ERP Lucca secondo noi è disastrata e non casualmente è emerso il soggetto della Fondazione Casa che si presenta anche bene ma se poi uno considera che dietro la Fondazione Casa ci sono le banche, nomine politiche e gli stessi dirigenti di ERP fa presto a fare alcune deduzioni.

Siete in contatto con altri movimenti di lotta per la casa presenti in altre città italiane?

Un vero e proprio contatto organico non lo abbiamo ma certo conosciamo le esperienze delle città vicine come Pisa e Firenze. Abbiamo partecipato a manifestazioni e ad assemblee svolte in queste città. Inoltre c’è un rapporto con il sindacato dell’Unione Inquilini a cui noi ci appoggiamo.

A Lucca finora non si sono ancora realizzate esperienze collettive di riappropriazione del diritto all’abitare, né in forma spontanea né organizzata. Vedremo se e come la nascita di un nuovo collettivo che si propone di lavorare su questo fronte riuscirà a essere un elemento di reale novità in questo senso. Che messaggio inviereste a chi oggi vive individualmente una condizione di disagio abitativo, sulla scia del vostro percorso degli ultimi anni?

Unirsi e organizzarsi è la risposta obbligata ma non è assolutamente facile partire. Crediamo che ogni città abbia le sue peculiarità e quindi non si può avere una ricetta univoca per ogni luogo. Quello che di sicuro è importante, è avviare sia un lavoro di sportello utile per fare un’inchiesta ma anche per iniziare a instaurare rapporti reali con le persone. Poi dopo il resto verrà piano piano da sè. Abbiamo già avuto importanti momenti di collaborazione e sostegno con i compagni lucchesi attivatisi sulla questione casa. Facciamo loro i migliori auguri per questa vostra lotta e ci rendiamo disponibili a sostenerli così come loro hanno fatto con noi molte volte. L’unità fa la forza!

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