Trump, il populismo e il lato cattivo della storia. Quello che ci dicono le elezioni USA

Quasi 25 anni fa Fukuyama ci disse che la Storia era finita. Solo che dopo l’iniziale sbornia post-caduta del muro, ci si è via via resi conto che non era finita nel migliore dei modi: scenari di guerra permanente, aumento della disuguaglianze, disoccupazione e impoverimento diffusi, rinfocolamento dei conflitti sociali su base etnica e religiosa, crisi economica e finanziaria, prospettive di stagnazione secolare.

A questa situazione di profondo sconvolgimento (delle condizioni materiali e delle soggettività) ne è seguita come conseguenza, nei paesi occidentali, lo sgretolamento di quella stabilità istituzionale fondata sull’alternanza elettorale tra un centro-destra e un centro-sinistra che condividevano sostanzialmente i principi dell’economia di mercato. La crisi economica iniziata nel 2008, e dentro la cui scia continuiamo a muoverci, ha determinato una scomposizione del corpo sociale che ha portato sulla scena nuovi soggetti politici e nuove istanze che il sistema tradizionale dei partiti non è più riuscito a rappresentare. Queste istanze, aperte alle direzioni più diverse, si sono coagulate attorno a un comune significante, e questo significante si chiama populismo.

Il successo dei populismi è una reazione al disorientamento del mondo globalizzato ed esploso, in cui tutte le protezioni sociali sembrano venire meno, i territori e le città mutano la propria forma e la propria composizione sociale, etnica e religiosa, e in cui le istituzioni democratiche rappresentative, progressivamente svuotate di sovranità a favore dei mercati e delle istituzioni sovranazionali, perdono la capacità di mediare le tensioni sociali. Il ritorno del bisogno di comunità, la nostalgia di una totalità organica da contrapporre a dei “loro” di volta in volta dati, è figlia di tutto questo. Il populismo, dice Laclau, serve a ridare “pienezza a una comunità che viene a mancare”.

Quali sono i poli dello scontro che il populismo plasma? Un popolo (inteso come creazione più o meno artificiosa di un’identità collettiva a partire da soggetti sociali anche molto eterogenei) da una parte, l’establishment dall’altra. Proviamo a fare alcuni esempi che possono risultare familiari, e la cui eterogeneità può dare l’idea della larghezza del contenitore di cui stiamo parlando: il popolo che lavora e che produce contro la casta statale parassitaria; la piccola e media impresa contro il grande capitale internazionale; il popolo delle periferie impoverite e alle prese con il degrado e il disagio sociale contro gli intellettuali e i ceti colti “di sinistra”; i cittadini onesti e risparmiatori contro le speculazioni e le truffe del mondo delle banche e della finanza.

La capacità del populismo di produrre le polarizzazioni più svariate spiega abbastanza bene il suo successo e la sua potenza coagulante, soprattutto a destra ma anche, in misura minore, a sinistra.

Pensiamo alla straordinaria potenza mobilitante che uno slogan come “Siamo il 99 %” ha avuto per il ciclo di mobilitazioni internazionali del 2011, e soprattutto in Spagna per il movimento degli Indignados e negli stessi Stati Uniti per il movimento Occupy Wall Street.

Non è qui in questione l’efficacia descrittiva di questo slogan (“siamo il 99 %)  nei termini di un’analisi della stratificazione della società e dei suoi interessi materiali. Sarebbe davvero illusoria e debolissima (vedi il caso spagnolo). Quello che invece ci può e ci deve interessare è la sua capacità di far presa sull’immaginario, di indurre delle polarizzazioni su base identitaria. Una capacità con cui dobbiamo confrontarci e che soprattutto dobbiamo riuscire ad utilizzare come catalizzatore volto ad aggregare una composizione sociale antagonista.

Arriviamo a Trump e alle elezioni americane. La vittoria dell’impresentabile, volgare e sessista tycoon dalla pettinatura pittoresca, che durante la campagna elettorale ha dovuto fronteggiare l’opposizione di praticamente tutto l’establishment mediatico (impressionante l’elenco degli organi di stampa, anche di orientamento conservatore, che si sono pronunciati a favore della Clinton) e di una parte consistente del suo stesso partito, dà l’idea di come quello scollamento profondo tra masse e istituzioni di cui parlavamo poco sopra, ha portato anche negli Stati Uniti a risulti inimmaginabili.

Trump è stato visto come il candidato di rottura (non importa quale, purché rottura sia; “quando ci ricapita un’occasione così?” deve aver pensato la fiumana che lo ha portato alla Casa Bianca).

Sono varie le interpretazioni che si danno dell’elettorato di Trump, lo stesso che a giugno ha votato nella Brexit nel regno Unito e che in Europa risponde alle sirene dei populismi xenofobi e nazionalisti, da Orban a Hofer, dalla Le Pen a Putin. C’è chi sostiene che quell’elettorato sia almeno in parte lo stesso che inizialmente aveva fatto da spinta propulsiva alla scalata di Bernie Sanders alle primarie dem (e che forse lo avrebbe persino portato alla Casa Bianca battendo lo stesso Trump) e c’è chi invece sostiene che si tratta di un mondo culturalmente irrecuperabile a qualsiasi ipotesi di rottura in senso solidale e anticapitalista. Forse, viene da dire, la questione resta aperta. Ed è qui che dobbiamo entrare in gioco noi.

Abbiamo la capacità di confrontarci e interloquire con questo coagulo di paure, frustrazioni, rancori, disagio sociale senza ovviamente assecondarne le pulsioni becere, ma nemmeno ritrarcene schifati e aristocraticamente sprezzanti, come invece fanno gli ultimi inutili e residuali drappelli di gran parte del senso comune “di sinistra” destinati (speriamo prima che poi) a estinguersi? Abbiamo la capacità, per dirla con le parole di Gigi Roggero, di mettere le mani “nella carne e nel sangue della crisi, nel vivo della sua forza tellurica”, di scommettere sulla possibilità che quelle pulsioni che oggi fanno la fortuna dei populismi di destra siano di natura ambivalente e curvabile, e che dunque sia possibile indirizzarle verso un altro tipo di rottura, se abbiamo l’umiltà, la tenacia e la costanza di abitare questo territorio contendendolo alle destre?

Buona parte della sopravvivenza delle forze antagoniste contemporanee e della possibilità di rilanciare una prospettiva rivoluzionaria, dipende dalla nostra capacità di essere attori e non spettatori di questa partita. Come fare un uso antagonista del populismo, questa è la questione teorica e pratica che dobbiamo porci.

Inutile nasconderci che partiamo da una situazione di svantaggio. Dicevamo sopra che la forza del populismo risiede nella sua capacità di creare una polarizzazione e una contrapposizione tra un noi e un loro. Ecco, è proprio in questo che come compagni dobbiamo riconoscere tutta la nostra insufficienza e interrogarci su come superarla. I populismi di destra riescono a indicare meglio di noi il nemico, riescono a dargli maggiore concretezza e visibilità, questo è un fatto.

Per farla breve: finché le destre cercheranno di catalizzare il disagio delle classi subalterne e del ceto medio impoverito gridando “è colpa dell’immigrato” e noi “è colpa delle politiche neoliberiste” non ci sarà partita. Dobbiamo restituire al nemico, anche nelle parole che usiamo, la sua materialità e riconoscibilità (e dunque la sua attaccabilità). Dobbiamo riuscire cioè ad individuare e ad additare ad ogni livello quali sono i luogotenenti della catena di comando capitalistica, i responsabili reali della precarietà, dello sfruttamento e dell’impoverimento, quali sono i suoi guardiani e i suoi esecutori  Ciò ovviamente non basta senza dotarci di una prospettiva di cambiamento generale della società, che oggi non può fare a meno di porsi l’esigenza minima, in Europa, di capire in che modi e in che tempi svincolarsi dalla catene oppressive dell’Unione Europea. Ma è un compito per noi imprescindibile se vogliamo riguadagnare al nostro discorso una dimensione di massa.

Scrive Marx, ne La miseria della filosofia: “è sempre il lato cattivo a produrre il movimento che fa la storia, determinando la lotta”. Ecco, a definire quanto un tempo può essere buio, più che il corso dei governi e delle politiche dominanti, è forse assai di più il vedere con quali tratti, con quale volta, si presenta la cosiddetta alternativa. Quando la governance neoliberista dell’economia globalizzata riesce a produrre e a far percepire il populismo xenofobo e sovranista come l’alternativa alla stabilità e alla perpetuazione dell’esistente; quando la sofferenza sociale si fa impotenza e rancore competitivo verso il migrante invece che rabbia rivoluzionaria contro il padrone; quando un multimiliardario evasore fiscale intercetta e coagula attorno a sé una parte consistente dell’odio di classe del basso verso l’alto: qui sì che siamo al trionfo del capitalismo.

Nell’immaginario popolare sembra, ad oggi, che siano i populismi xenofobi ad essere percepiti più di noi come le forze di rottura, ad essere percepiti come il “lato cattivo” che può scrivere una storia diversa. Tornare ad essere percepiti come il soggetto capace di una vera e reale rottura dell’esistente, in senso solidale e anticapitalista, una rottura che sappia fare un buon uso del populismo, è un terreno teorico e pratico su cui come compagni siamo chiamati a confrontarci e a lavorare, se non vogliamo che la notte si abbui ulteriormente.

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