Oltre il 4 Dicembre, oltre il riformismo: tifiamo rivolta!

Un  grande corteo di 50mila persone ha attraversato questa Domenica (27 Novembre) le strade di Roma. Centri sociali, collettivi antagonisti e quartieri popolari in lotta per il diritto alla casa da oltre 60 città italiane, movimento No Tav, comitati ambientalisti e sindacati di base hanno animato le strade con cori e slogan diretti contro i vertici della classe dirigente, contro il Partito Democratico e il suo segretario Matteo Renzi. La forte componente giovanile, maggioritaria nel corteo, si è scagliata soprattutto contro il lavoro precario imposto dal Jobs Act, sottolineando come la riforma costituzionale prevede un’Italia meno democratica, più potere e controllo del governo e quindi un procedimento legislativo più celere nell’approvazione di nuove controriforme.

Per questo i movimenti antagonisti italiani, per nulla persuasi dall’idea di delegare il proprio destino ad un quesito plebiscitario hanno scelto comunque di schierarsi per il No: per evitare la catastrofe di un governo ancora più autoritario, sottolineando contemporaneamente la distanza dai No sia dei ‘costituzionalisti’ sia delle destre. “C’è chi dice No” è lo slogan che da mesi i movimenti hanno scelto per ribadire un No a tutte le controriforme del Partito Democratico, un insieme di No che sono più forti dei tanti singoli no detti quotidianamente, che sono frutto dell’esasperazione a cui ci portano le istituzioni ma anche sintomo di una voglia di lottare e di non arrendersi al rancore e al malcontento statico e razzista degli elettori leghisti. Un No che punta a superare le urne, sfiduciare il governo, e costruire un’opposizione sociale viva e conflittuale.

I 50mila di ieri non sono la piazza della sterile difesa della carta costituzionale. Anche ammesso che la nostra costituzione sia “la più bella del mondo” (affermazione discutibile) non c’è mai da dimenticarsi, che essa ha disegnato un impianto statuale compatibile con il capitalismo, che ha sicuramente portato diritti mai visti prima del 1948 in Italia, ma ha anche permesso (o non ha impedito, che è la stessa cosa), con il beneplacito della Corte Costituzionale, la macelleria sociale degli ultimi trent’anni, la repressione da Scelba ad Alfano, le morti di stato(vera e propria costante della storia repubblicana), le leggi contro il lavoro equamente retribuito. Certamente molte delle parti più avanzate rimangono inapplicate (si pensi ai limiti di funzione sociale sull’inviolabilità della proprietà privata dell’art.42), ma comunque essa è frutto di un compromesso tra forze che hanno deciso di garantire il libero mercato e la libera concorrenza che ci impongono lo sfruttamento.

Una carta insomma che oltre ad essere poco condivisibile per chi sogna una società oltre il capitalismo e altamente insufficiente in molte sue parti, è stata anche un promemoria di diritti inespressi a partire dal primo articolo che enuncia il diritto al lavoro: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Fingendo che ci piaccia una società fondata sul lavoro, nessuno che abbia vissuto in Italia negli ultimi venti anni può affermare con cognizione che ci sia stato rispetto per il lavoro, sforzo per combattere la disoccupazione o tutela dei diritti, anzi in realtà si sono solamente susseguite riforme volte al rafforzamento della precarietà e alla distruzione dello statuto dei lavoratori.

Allora cosa rimane di questa carta? Rimane quel residuo di diritti che trent’anni di ristrutturazione in senso neoliberista non hanno già eroso, diritti che ci sembra impossibile non difendere, per rilanciare, su un altro terreno, uno scontro storico con l’incarnazione attuale e nazionale degli interessi del capitale: il Partito Democratico.

Ecco che la partecipazione al referendum, pur essendo stati trascinati nell’arena dalla contingenza, ci pare strategicamente fondamentale. Ma questa lotta può vincere solo se non rimane sul terreno delle urne, e soprattutto se è in grado di rilanciare un forte segnale di rottura con le istituzioni, e questo lo vedremo solo dopo il 4 Dicembre.

Ieri in piazza sono state eclissate numericamente le piazze di Salvini, di Renzi e anche del Movimento 5 Stelle degli ultimi mesi. Ma nonostante questo sforzo eccezionale, al Paese che non vota, non si schiera, e rimane tentato dalle risposte demagogiche alla crisi (Lega e M5S) viene restituita dai media tradizionali l’immagine di un scontro pro e contro Renzi, che si gioca però su un piano puramente istituzionale, tagliando fuori i soggetti sociali autonomi e conflittuali che sono scesi in piazza ieri. L’asimmetria della narrazione mediatica è storica in questo paese, e nel totale disinteresse per le giornate del 26 e del 27 Novembre ha raggiunto il suo apice, ma non possiamo che prenderne atto e continuare le nostre lotte con più vigore, e se il 4 Dicembre il governo Renzi subirà la sconfitta che auspichiamo, essere pronti a trarne i frutti.

Da questi mesi di mobilitazione possiamo anche trarre lezione, e speriamo la trarranno coloro che ancora credono nella democrazia così come ce l’hanno imposta, nella riformabilità del sistema e nella spinta dei referendum. Il voto del 4 è solo parzialmente importante. Senza i rapporti di forza reali, nelle strade e nelle piazze, l’eventuale vittoria del No sarà solo il rallentamento di un treno in corsa. Per questo, anche se finora siamo stati costretti al margine del discorso pubblico, la spinta che potremmo essere capaci di dare dopo il voto sarà la sola fondamentale.

I referendum da soli non cambiano la Storia, soprattutto se usati in senso progressista. Non c’è possibilità di invertire le tendenze del sistema senza un reale rapporto di forza, di movimento, di contropotere. Questo proprio perché il risultato del referendum può essere cancellato con un tratto di penna in pochi mesi, perché la forma democratico-repubblicana, soprattutto in un quadro sovranazionale come quello dell’Unione Europea, non garantisce la sovranità popolare né il rispetto dei nostri diritti.

Se vogliamo un cambiamento rivoluzionario, dobbiamo imporlo, dobbiamo rompere con la schematicità del dualismo destra-sinistra, rompere con l’idea stessa del riformismo. L’antagonismo nel quale ci identifichiamo non è, come credono alcuni, un feticcio a cui siamo attaccati per routine, ma bensì una condizione imposta dai rapporti materiali. L’antagonismo è nella Storia perché la lotta tra le classi è storicamente inevitabile, la subiamo ogni giorno sia come odio (il disprezzo verso le classi popolari non è mai stato palese come oggi) sia come repressione e distruzione dei nostri diritti. Se loro ci combattono forse è tempo che noi combattiamo loro, fuori dalle istituzioni, fuori dalle vuote speranze di riformabilità del sistema.

Il 4 Dicembre voteremo NO, voteremo perché c’è data possibilità di farlo certo, ma nelle settimane seguenti saremo anche in piazza, come questa Domenica, e come in futuro per dare la miccia ai fuochi di rivolta, per costruire, come la Storia ci insegna, un contropotere nelle strade che le istituzioni (e i media) non potranno ignorare. E saranno questi i momenti che fungeranno da banchi di prova per le forze antagoniste, per saggiare se hanno la capacità di massificarsi.
Cavalcare e costruire l’ingovernabilità, rispedire al mittente austerità e sacrifici, costruire dal basso welfare, diritti e liberazione dai bisogni, provocare la crisi e la rottura della gabbia neoliberista, mobilitarsi continuamente nelle piazze ed egemonizzare malcontento e disagio non verso una guerra tra poveri ma verso l’alto, in attesa di avere il coraggio e le forze per assaltare il cielo, questi i nostri (difficilissimi) compiti.


Il corteo del C’è chi dice NO entra in Piazza del Popolo:

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