La battaglia del No referendario è vinta, la guerra del No sociale continua. Quali prospettive dopo il voto del 4 dicembre?

Una cronaca dalla piazza lucchese di ieri, convocata dall’assemblea C’è chi dice No – Lucca per festeggiare la vittoria del NO al referendum del 4 dicembre, e a seguire alcune considerazioni sul voto di domenica e sulle prospettive che ci aspettano.

Ieri anche a Lucca, come in molte altre città d’Italia, si è svolto un presidio per rivendicare la vittoria del NO sociale da parte di tutti quei soggetti che sul nostro territorio l’hanno costruito. Circa 60 i partecipanti al presidio in Piazza del Giglio. Diversi gli interventi che hanno animato la piazza ed espresso le diverse anime del NO sociale: dagli studenti del Casl in lotta contro l’alternanza scuola-lavoro a un insegnante dei Cobas, dai lavoratori dell’Usb contrari al Jobs Act al Collettivo di Lotta per la Casa che ha evidenziato la violenza che il governo renziano ha scagliato contro le occupazioni abitative. Il presidio si è poi sciolto dandosi appuntamento per mercoledì 7 alle 21 presso la biblioteca popolare di San Concordio, per dare continuità a questo percorso di unità e ricomposizione tra le soggettività politiche, sociali e sindacali che hanno attraversato l’appuntamento referendario con uno spirito coerentemente di classe.

L’intervento di apertura

Per sentire l’intervento di una studentessa del Collettivo Autonomo Studenti Lucchesi clicca qui. 

Per sentire l’intervento di un membro del Collettivo di Lotta per la Casa clicca qui.

Come redazione del Tafferuglio, coerentemente con la riflessione portata avanti negli scorsi mesi, abbiamo cercato di dare un contributo militante partecipando ai volantinaggi sul territori e sostenendo le mobilitazioni del percorso C’è chi dice NO, tra cui la partecipazione anche da Lucca alla manifestazione romana del 27 novembre scorso. In questi mesi abbiamo sempre sostenuto che la scadenza referendaria di domenica scorsa rappresentava un appuntamento politico dirimente e decisivo, che poteva far emergere una linea di frattura di classe nel Paese. Così è stato, e la vittoria schiacciante del NO di domenica (un NO che senza la spinta e la presenza dei movimenti antagonisti sarebbe stato integralmente regalato a Salvini e a Grillo, perdendo l’ennesima occasione di connetterci col sentire della nostra classe), un NO che mai ci saremmo aspettati in queste proporzioni, ha degnamente ricompensato i nostri sforzi.

Chi ha snobbato la battaglia referendaria per pregiudizio ideologico o per semplice incapacità di uscire da una condizione di nicchia autocompiaciuta di rimanere ai margini di processi di massa in nome di una presunta purezza, ha quanto meno perso un’occasione di giocare sul terreno della politica con la P maiuscola. Il dato sull’affluenza, superiore al 65 % in un referendum che era senza quorum, in tempi in cui l’astensionismo aumenta invece a ogni tornata elettorale, parla chiaro: siamo di fronte a un voto che il corpo sociale ha investito di una grande politicità.

Nel Paese si è data una vera e propria frattura di classe che si è polarizzata attorno all’accettazione o al rifiuto della stabilità, della governabilità, delle riforme neoliberiste. Il NO è risultato ampiamente maggioritario in tutta Italia con l’eccezione del cuore delle “regioni rosse” (il divorzio fra la “sinistra” e le classi popolari non è mai stato così palese) e ha addirittura doppiato il Sì nel Sud e nelle isole. Un No di classe ma anche generazionale, come dimostra il drastico decrescere delle percentuali a favore del Sì con l’abbassarsi dell’età dei votanti.

La natura politicamente ambigua e contraddittoria di questo No è stata da alcuni messa in correlazione con la composizione sociale che ha determinato nei mesi scorsi la Brexit, la vittoria di Trump in America e più in generale, in Europa, l’erodersi della base sociale ed elettorale su cui si è imperniata, negli ultimi decenni, l’alternanza fra le due varianti del neoliberismo, quella socialdemocratica e quella cristiano- conservatrice. Lo spettro del populismo non a caso ha aleggiato prima e dopo il voto di domenica.

Che bilancio possiamo dunque trarre da questo voto e dall’immediato post-voto?

Abbiamo ottenuto la caduta di Renzi. Non è poco, ma non è abbastanza. Se al governo Renzi succederà un altro governo a guida PD o un governo tecnico allo scopo di rassicurare i mercati e le istituzioni europee e garantire stabilità e governabilità al Paese, o anche se si andasse a nuove elezioni (elezioni che, in ogni caso, finché si rimane dentro la gabbia dell’UE, non permettono a nessun governo margini di reale discontinuità) la nostra necessità di resistere e di restituire al mittente austerità e sacrifici non sarà cambiata. Non ci basta aver detto No a una riforma costituzionale autoritaria, dobbiamo alzare il tiro e pretendere anche il ritiro delle sue politiche antipopolari, a partire dal Jobs Act, fino alla Buona Scuola e al Piano Casa.

L’immediato annuncio delle dimissioni di Renzi (non poteva andare diversamente del resto, di fronte a una sconfitta così netta) ha sicuramente depotenziato la possibilità che il No elettorale potesse tradursi il giorno successivo nelle piazze in una presenza massificata e conflittuale decisa a chiedere il rispetto del senso tutto politico del suo No. Ci troviamo forse in una situazione pericolosamente vicina a quella della caduta del padrino di Renzi nel 2011, che fu salutata con un giubilo pari solo all’impreparazione davanti alla violenza delle politiche adottate dal suo successore Monti.

Occorrerà sicuramente fare una preziosa opera di disillusione per i tempi a venire. Ma la nostra non è la disillusione di chi si rifugia nell’esistente come meno peggio, avallando la sua barbarie. La nostra è la disillusione che vuole rendere più acuta la lancia dell’intelligenza, la consapevolezza dei propri interessi, l’individuazione dei propri nemici di classe e delle alleanze sociali su cui investire. Il No che si è espresso domenica sembra in una fase di attesa, attento a vedere come gli assetti istituzionali cercheranno di riassorbire quel colpo alla stabilità che è stato loro inferto. Un’attesa che per noi non può che essere militanza, organizzazione, sforzo di comprensione delle tendenze in atto e capacità di scommettere (e la differenza fra la scommessa e l’azzardo è data solo dal contatto reale che i militanti devono avere con la soggettività della composizione di classe) sulla possibilità di rotture impreviste.

Una cosa però è certa. A prescindere dalla capacità che avremo di giocare un ruolo non marginale nella partita che si aprirà nelle prossime settimane, tra il tentativo da parte degli assetti istituzionali di recuperare una piena governabilità su un paese recalcitrante da una parte e l’indisponibilità delle masse a lasciarglielo fare dall’altra, quella del referendum è stata un’occasione che ha permesso a un movimento sempre più fermo e che stenta a uscire dalla propria frammentazione e autoghettizzazione (o da un radicamento sociale sui territori importante e meritorio ma inadeguato a fare un salto di qualità e di incisività sul terreno della politica generale) di partecipare a un processo politico oggettivamente vissuto come dirimente e teso a esprimere una contrapposizione di interessi materiali da parte della nostra classe.

La capacità che i movimenti sociali hanno avuto di prendere parola e di emergere con una posizione e una riconoscibilità chiara il 5 novembre alla Leopolda e il 27 novembre a Roma, non era affatto un risultato scontato e che dobbiamo impegnarci a consolidare nel tempo, consapevoli che c’è ancora molto da ricomporre, anche tra di noi (una certa separatezza tra il percorso C’è chi dice NO e le giornate del 21-22 ottobre che hanno visto uno sciopero molto partecipato da parte dei sindacati di base rappresenta un problema a cui dobbiamo cercare di porre rimedio con umiltà e generosità se vogliamo rafforzare la nostra capacità offensiva). Il referendum è stato insomma un’occasione per riaffacciarsi con una visione politica complessiva della fase che attraversiamo nei luoghi in cui abita la nostra classe: nei quartieri popolari, davanti alle scuole, nelle università, dentro le fabbriche e nei nuovi luoghi della precarietà e dello sfruttamento. Luoghi che dobbiamo continuare a presidiare ed abitare politicamente consolidando le relazioni che questa campagna ci ha permesso di stringere.

Non possiamo sapere in che misura il nostro apporto ha contribuito alla vittoria del NO, ma forse è meno trascurabile di quanto pensiamo. Si tratta adesso di capire come continuare a presidiare e ad allargare questi spazi. Abbiamo vinto una battaglia, adesso abbiamo davanti a noi il compito più difficile: cosa fare di questa vittoria, come farne un’occasione per portare avanti l’offensiva in una guerra che si prospetta ancora lunga e che ci impone di rafforzare il nostro fronte, se vogliamo reggerla.

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