Ciò che non si può prevedere, va organizzato. Alcuni appunti a partire dall’ultimo libro di Gigi Roggero

Apriamo questo 2017 dando spazio a una lunga e articolata recensione dell’ultimo libro di Gigi Roggero, uscito l’anno scorso (Elogio della militanza. Note su soggettività e composizione di classe, DeriveApprodi 2016). Come scrivevamo nell’ultimo articolo con cui abbiamo chiuso il 2016, l’anno in cui siamo entrati è denso di ricorrenze importanti: il centenario della Rivoluzione d’Ottobre, i 40 anni dal movimento del ’77… Proprio in un contesto non semplice per i movimenti antagonisti e anticapitalisti (tanto sul piano nazionale che internazionale), un contesto ricco di opportunità che però facciamo fatica a cogliere e di pericolose svolte a destra che si fanno invece più reali, occorre non rifugiarsi nella celebrazione nostalgica di queste ricorrenze, ma piuttosto impegnarsi nello studio e nell’interrogazione critica di quanto, di quelli eventi e del lavoro precedente che li ha preparati, può servirci per l’oggi e può essere positivamente attualizzato nella pratica militante.

è in quest’ottica che pubblichiamo questo testo e presenteremo il libro insieme all’autore a Lucca il 21 gennaio prossimo (per rimanere aggiornati su luogo e ora consigliamo di controllare la nostra bacheca eventi).

Gigi Roggero (1973), ricercatore, fa parte del collettivo Hobo di Bologna e del progetto teorico-politico di Commonware. è coautore di Futuro anteriore e de Gli operaisti (DeriveApprodi, 2002 e 2005), autore di Intelligenze fuggitive (manifestolibri, 2005), La produzione del sapere vivo (Ombre corte, 2009) e La misteriosa curva della retta di Lenin (La casa Usher, 2011).

“Non dimenticarlo mai:

ora non è il momento adatto per vincere,

ma per combattere le sconfitte”

(Bertolt Brecht)

0. L’ultimo libro di Gigi Roggero (Elogio della militanza. Note su soggettività e composizione di classe, DeriveApprodi 2016) è un libro utile.

è importante partire da questo aggettivo perché, marxianamente, non ci bastano e non devono bastarci quei libri che si limitano a interpretare il mondo (l’aver ragione). Abbiamo bisogno di libri che ci diano degli strumenti per cambiarlo o che quantomeno ci indichino i materiali con cui potrebbero essere costruiti, e i punti in cui dovranno essere applicati per risultare efficaci (il costruire la forza). 

L’intento dell’autore è quello di interrogare e di mettere a critica una serie di concetti, di comportamenti e di atteggiamenti che hanno caratterizzato le soggettività militanti e il pensiero critico radicale dopo la sconfitta degli anni Settanta. Ma già la scelta delle domande e il modo di impostare le questioni irrisolte presuppone una direzione preliminare di ricerca. Nella fattispecie, la determinazione nel combattere il pensiero della sconfitta e l’accomodamento con il presente, la passione nel ricercare nuove vie, nuove forze e nuovi terreni di rottura. E soprattutto, la volontà di ricostruire un’idea politicamente forte dell’essere contro, e di investire sulla formazione di una soggettività militante (nuovamente e caparbiamente) rivoluzionaria.

Una necessità che per l’autore nasce da un’urgenza, dalla necessità che le soggettività militanti ricostituiscano un legame circolare e produttivo tra teoria e pratica. Leggiamo infatti le prime parole del testo, tratte dall’introduzione:

“Il pensiero e la scrittura sono degli arnesi. Se dobbiamo scardinare una porta ci serve un piede di porco, se dobbiamo attaccare un ordine del discorso ci servono dei concetti. Non bisogna mitizzare il primo né feticizzare i secondi: il piede di porco senza concetti gira a vuoto, i concetti senza piede di porco sono disarmati. Ci sembra importante chiarirlo subito, a scanso di equivoci. Viviamo infatti in una fase, accentuata dalla crisi, in cui pratica e teoria rischiano sempre più di separarsi e autonomizzarsi. Con conseguenze disastrose, su entrambi i lati. Una pratica militante senza teoria militante ha il fiato corto e rischia l’autoreferenzialità. Una teoria militante senza pratica militante è buona per l’accademia, dunque buona a nulla. […]

Il militante politico, scriveva Tronti, ha come oggetto della propria analisi il capitalismo, cioè la realtà che deve combattere. Bisogna studiare ciò che si deve distruggere. […] Al militante serve odio per produrre sapere. Tanto odio, studiare a fondo ciò che più si odia. La creatività militante è innanzitutto scienza della distruzione. Dunque, la pratica politica è pregna di teoria, oppure non è. Bisogna studiare per agire, bisogna agire per studiare. E fare le due cose insieme. Ora più che mai, questo è il compito politico.” (pp. 7-8)

(niente male come inizio… Si direbbe un libro in cui non ci si annoia)

Un testo di formazione, dicevamo sopra. Formazione di che cosa? Di un atteggiamento che dovrebbe caratterizzare i militanti, un atteggiamento che si acquisisce solo coltivando odio e metodo. I primi tre capitoli del libro si pongono infatti come un tentativo di illustrare e di rinvenire le tracce di questo atteggiamento in tre snodi decisivi per la storia del pensiero e della prassi rivoluzionaria: Marx, Lenin e l’operaismo (centrale in quest’ultimo caso la lezione di Romano Alquati). Ritornare ai maestri per ritornare ai principi. E l’unico modo per farlo da militanti, secondo Roggero, è quello di “prenderli per i capelli” (p. 188), passare la loro eredità “al filo tagliente della critica, buttare ciò che non serve, ripensare in avanti ciò che gira a vuoto” (p. 14). Per rendere questa eredità usabile per l’oggi, nel fuoco della lotta, e nella sua preparazione. Su questo verterà tutta la seconda parte del libro.

Prima di procedere, una premessa. A chi si rivolge questo Elogio della militanza? Ai militanti politici, ci dice l’autore, in quanto “non vogliamo scrivere per tutti. Anzi, diffidiamo apertamente di coloro la cui scrittura e i cui pensieri sono apprezzati da tutti, perché significa che non dicono niente. Se per dire intendiamo uno strumento di attacco e non un vezzo intellettuale.” (p. 8) L’intento è giusto è condivisibile, ma necessita a nostro avviso di alcune precisazioni.

Leggendo questo libro il lettore si trova davanti un modello di che cos’è un militante, di come pensa e di come agisce. Tuttavia, ci viene da dire, se il militante attuale corrispondesse al modello che ci offre Roggero, forse questo libro non sarebbe stato scritto. Non si tratta solo di un elogio, ma di un invito (una sveglia?), alla militanza. Proprio perché lo consideriamo un invito utile e prezioso, proveremo dunque a definire meglio le figure a cui questo testo si rivolge, può parlare e trovare ascolto:

i compagni del “movimento” e i compagni che militano nei sindacati conflittuali;

i compagni delusi e depressi che hanno abbandonato il mondo dei collettivi, perché non vi hanno visto abbastanza odio o abbastanza metodo;

i compagni che stanno nelle lotte e vogliono capire come potenziarle, come organizzarle prima della loro comparsa, e non solo appoggiarle dopo;

i compagni più giovani, desiderosi e disponibili al conflitto senza però aver ereditato dalle generazioni precedenti quel bagaglio minimo di strumenti e di concetti capace di trasformare il ribellismo in antagonismo;

i compagni più anziani che non si sono del tutto arresi o rassegnati alla gestione dell’esistente e al pensiero della sconfitta;

chi si chiede ancora Che fare?, ed è davvero alla ricerca di risposte.

Scriviamo da una realtà geograficamente provinciale e politicamente giovane, in formazione. Convinti che di libri come quello di Roggero oggi ci sia davvero bisogno per la formazione dei nuovi militanti, proviamo a dare il nostro contributo alla sua diffusione. In che forma? Una recensione? Un riassunto? Un commento? Dietro l’espressione generica di “Appunti”, vorremmo provare a fare un po’ di tutto questo, privilegiando la dimensione della chiarezza espositiva. Cercheremo di non dare nulla per scontato e di mantenerci fedeli alla traccia del testo, dando direttamente la parola all’autore con delle citazioni anche non brevi in occasione dei passaggi che ci sembrano più importanti, per dare la possibilità ai nostri lettori di familiarizzare più da vicino con la scrittura dell’autore e con gli innumerevoli e cruciali temi che vi vengono affrontati.

Infatti, queste “Note su soggettività e composizione di classe”, come i nostri lettori avranno modo di rendersi conto, della nota hanno solo il nome. E lo stile. La scrittura di Roggero è secca e agile, le frasi sono brevi e talora brevissime e incisive, ma senza nulla concedere al gusto per l’aforisma compiaciuto e non supportato dal ragionamento analitico. Una scrittura dall’andamento assertivo, che nasce dall’esigenza di tirare le somme, di andare al punto, di individuarlo e colpirlo (“ scrittura come piede di porco”). Poco spazio dunque per le subordinate, per un pensiero che si arrotola compiaciuto su se stesso. Se l’autore mette sul tavolo i problemi teorici da risolvere, è perché c’è un nemico da abbattere. Non addormentarti lettore, tieniti sveglio, è della rivoluzione che stiamo parlando… 

1. Cominciamo finalmente a entrare dentro questo libro. Nel primo capitolo Roggero ritorna a Marx, e al concetto di classe in Marx. Un passaggio obbligato e per nulla banale, dal momento che oggi siamo in tanti ad arrovellarci (quando va bene) su quali siano i soggetti sociali potenzialmente antagonisti su cui scommettere in vista di future rotture, o a spargere lacrime sulla fine del movimento operaio (quando va male; e di qui all’ideologia della fine della storia…). L’autore punta a rinvenire le radici del concetto di classe negli scritti del filosofo di Treviri (a partire dal Manifesto e dal terzo libro de Il Capitale e ripercorrendone poi gli scritti storici), allo scopo di far emergere il primato dell’accezione politica di questo concetto su quella economica e sociologica:

“A costituire una classe non sono solo i redditi, né semplicemente la collocazione all’interno dei rapporti di produzione, per quanto ovviamente questi determinino la base materiale su cui la questione di classe si fonda. Ma ci possono essere proletari senza proletariato, operai senza classe operaia. La classe – in senso marxiano, dunque forte – non è una questione di stratificazione, ma di contrapposizione. […] Classe significa antagonismo di classe. Con Tronti: non c’è classe senza lotta di classe.

Riconoscendosi in un soggetto comune, la classe operaia costringe a sua volta il proprio nemico a costituirsi come classe. Non più lavoro e capitale, ma lavoratori e capitalisti: classe contro classe, forza contro forza.” (pp. 25-26)

Si tratta di un punto che ritornerà più volte nel corso del libro. Non c’è politica rivoluzionaria, così come non c’è pensiero rivoluzionario, per Roggero, senza il recupero in senso forte della contrapposizione. Solo partendo dall’assunzione radicale della parzialità delle proprie rivendicazioni, solo rimarcando la propria incompatibilità con il cattivo universale che è prodotto dal dominio del capitalismo (oggi diremmo: il consenso, l’opinione pubblica liberal-democratica) è possibile pensare di fondarne uno nuovo. Ed è solo nella lotta che le soggettività prodotte dal governo del capitale possono controsoggettivarsi. Non è la coscienza di classe che determina la lotta, è la lotta che produce la coscienza di classe.

Una verità che viene ribadita e ripetuta con forza, coerentemente con quello che, come dicevamo sopra, è lo scopo del libro: formare la soggettività militante, investirla di tutte le sue responsabilità e metterla nelle condizioni di assumersele, senza che questa aspetti che la storia provveda al corso delle cose (“la crisi non è preludio al crollo […]. Il capitale può riprodursi e governare nella crisi a tempo indeterminato, se non incontra una forza sociale antagonista in grado di interrompere e distruggere quella riproduzione.” p. 11). Compito del militante, invece, è quello di “individuare l’antagonismo come potenzialità per dirigerlo nel suo divenire atto” (p. 19), dal momento che “il militante arriva prima, oppure non arriva proprio” (p. 94).

Per ragioni di spazio saltiamo le pagine molto belle che l’autore dedica, sempre sulla scia dei testi marxiani, alle lotte operaie per la riduzione della giornata lavorativa e quelle non meno interessanti e attuali, per le questioni che ripropongono, sul rapporto tra operai, trasformazione dei processi produttivi e comando capitalistico sulle macchine. Il primo capitolo si chiude con l’ultimo Marx, che guarda con interesse ai sommovimenti economici, politici e sociali della Russia.

Quest’ultimo Marx, di contro alle interpretazioni deterministe ed economiciste che ne sono state date successivamente, lascia invece aperta la possibilità che la comune agricola possa costituire uno strumento da cui può irradiarsi un passaggio accelerato al comunismo. Non andò poi così, in quanto lo sviluppo capitalistico prevalse e schiacciò quella possibilità sussumendola alla logica dello sfruttamento. Quello che allora mancò fu l’organizzazione del soggetto rivoluzionario capace di sottrarre alle forze capitaliste il comando dello sviluppo. Venuta meno la possibilità di costruire il comunismo da fuori, la questione diventa allora come organizzare, dentro e contro lo sviluppo del capitale, “una soggettività che possa deviarlo, interromperlo e rovesciarlo” (p. 47). La palla passa dunque al lavoro di Lenin e alla sua “scienza della distruzione”.

2. Il rapporto tra sviluppo capitalistico e soggettività rivoluzionaria da una parte, il rapporto tra soggettività militante e soggettività di classe dall’altra: questi i due problemi che il rivoluzionario russo eredita dal pensiero di Marx e a cui tenta di dare una risposta. Una risposta che necessita di un’indagine minuta, volta non solo a descrivere ma anche ad anticipare le linee di tendenza, tanto del capitale quanto della classe. Sapendo che

“tale tendenza non è ontologicamente destinata a realizzarsi, descrive invece una costellazione di possibilità al cui interno si colloca il conflitto tra le parti collettive. è una scommessa politica su cui fondare il progetto militante. Si può sbagliare, certo, ma ciò non può indurre a rinunciare  all’anticipazione, pensa privarsi della possibilità di agire sul processo in atto per trasformarlo.” (p. 52)

Per giocarsi questa scommessa, scrive Lenin negli anni a ridosso del 1905, il nucleo militante deve acquisire la capacità di “muoversi progettualmente in tutte le manifestazioni di malcontento e contestazione al regime […] e di piegarne da un punto di vista di classe le espressioni contraddittorie.” (p. 53)  In quanto, e qui è direttamente Lenin a parlare: “non si deve dimenticare che vi sono epoche in cui ogni scontro col governo sul terreno di interessi sociali progressivi, per quanto piccolo sia di per sé, può divampare, in certe condizioni (e il nostro appoggio è una di queste condizioni), in un incendio generale” (V. Lenin, L’agitazione politica e il <<punto di vista di classe>> in Opere complete Vol. 5, Editori Riuniti).

Sapersi muovere nella contraddizione, in una realtà ambigua, in una classe che almeno in prima battuta sembra che non c’entri pienamente o sbagli proprio nell’individuazione dei nemici: qui sta il compito (difficile) dei militanti. Dismettere gli abiti della propria purezza e chiarezza ideologica per calarsi in una realtà sporca e confusa, stare progettualmente al suo interno per trasformarla nella direzione della rottura. Flessibilità tattica e rigidità strategica. Un insegnamento prezioso per l’oggi, in cui determinate istanze di classe vengono incanalate da forze e si esprimono in delle forme che sono lontane dai nostri simboli, dai nostri riti, dalle nostre parole d’ordine e con cui tuttavia non possiamo non fare i conti e provare a lavorarle , laddove ne abbiamo i margini.

Un’indicazione di metodo che ci riguarda da vicino se pensiamo ad esempio al dibattito intorno all’elettorato del M5S oppure rispetto a ciò che oggi prende il nome di “populismo”. Non si tratta di portare la verità della dottrina a delle masse aprioristicamente ed erroneamente considerate incapaci di spinta rivoluzionaria autonoma. La lotta di classe non è una questione di coscienza. è una questione di maturazione della soggettività. E i gradi di istruzione non possono che essere i conflitti reali e l’invenzione di organizzazione autonoma, con i loro passi avanti e i loro passi indietro. Compito dei militanti diventa allora quello di condividere con la classe e accelerare collettivamente questi processi di maturazione. è in questo senso (e solo in questo senso) che si può parlare di educazione rivoluzionaria (e di rivoluzionari di professione).

Un’educazione che per Lenin vede la classe operaia russa compiere dei passi in avanti enormi nel 1905 e che porrà le basi per il 1917. Nel mezzo, c’è l’indispensabile e decisivo lavoro di costruzione di una soggettività militante in grado di essere pronta a cogliere l’occasione, e le condizioni di possibilità per sfruttarla.

Si pone con forza in questo capitolo la questione del comando, di chi dirige i processi che le tendenze delineano. Un esempio è quello della polemica che oppone Lenin a Rosa Luxembourg sulla questione nazionale. Scrive Roggero, prendendo le parti del primo e riportandone le tesi:

“la rivendicazione dell’autodeterminazione nazionale […] non esce dall’orizzonte borghese, come d’altronde la democrazia e i diritti. Non si può però prescindere dal contesto: nei paesi coloniali o nelle nazioni storicamente oppresse quella rivendicazione assume un carattere di massa e popolare, che non va lasciata nelle mani della classe nemica. […] Il problema è quindi […] dare un <<colore comunista>> alle lotte anticoloniali e per l’autodeterminazione nazionale, eccedendo e sovvertendo il loro orizzonte borghese.” (pp. 57-58)

Di nuovo, un’indicazione che non può non riguardarci praticamente nel momento che, fatte le dovute proporzioni, una questione simile si ripropone oggi rispetto all’Unione Europea e alle spinte centrifughe che lavorano alla sua disgregazione. Spinte che incorporano, lo si è visto anche a proposito della Brexit (in una forma contraddittoria e sicuramente piena di tanta merda, siamo d’accordo), delle istanze di classe. Delle istanze che dobbiamo, di nuovo, riuscire a curvare nel senso di un’altra rottura dell’Unione Europea, la cui inevitabilità dovrebbe ormai risultare evidente dal fallimento del riformismo socialdemocratico tentato da Tsipras in Grecia.

Dobbiamo purtroppo, sempre per motivi di spazio, saltare le pagine che Roggero dedica a come per Lenin si incarna la rottura rivoluzionaria nel contesto degli anni Dieci (la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile), le ancora più importanti pagine circa il ruolo dei soviet e la dialettica tra spontaneità e organizzazione nell’ambito dell’autonomia della classe, prima e dopo l’Ottobre, e infine l’analisi leniniana della composizione di classe del proletariato russo dentro la fabbrica.

Al pensiero rivoluzionario e alle generazioni militanti a venire, Lenin consegna dunque una lezione di metodo (“materialità dei processi più volontà dell’organizzazione”) e di caparbietà (“Bisogna sognare”). Una caparbietà politicamente fondata sulla scommessa strategica che i militanti rivoluzionari devono fare su se stessi e sulla costruzione della possibilità di una rottura massificata; sulla possibilità che siano i tempi della classe, e non quelli del capitale, a scandire le lancette della storia:

“La catena del comando si può spezzare non dove il capitale è più debole, ma dove la classe operaia è più forte. […] Allora sì, bisogna sognare, cioè precorrere glie avvenimenti, identificare la tendenza, creare la possibilità della rottura, non astrarsi dalla realtà ma nemmeno farsi intrappolare da essa. Il sogno materialistico è la capacità di acchiappare l’oltre a partire dall’ora. Anticipare per organizzare e dirigere, non osservare per raccontare e descrivere.” (pp. 86-87)

Una lezione di cui gli operaisti sapranno fare tesoro.

3. Sono infatti le parole pronunciate da Romano Alquati a 40 anni dalla rivolta di Piazza Statuto del 1962 a dare il titolo al terzo capitolo: “Non ce l’aspettavamo, però l’abbiamo organizzata”.

Roggero parte in questo caso con l’esporre come gli operaisti concepiscono la soggettività, termine che di qui in avanti sostituirà la coscienza e che risulta intrinsecamente connesso a quello di composizione di classe. Citiamo direttamente e per esteso perché è uno snodo denso di conseguenze, il baricentro del libro:

“Bisognava rileggere Marx a Mirafiori e all’Olivetti, parlando con gli operai, organizzandosi con loro. Alquati l’ha chiamata conricerca, è lo stile della militanza. […]

Cosa hanno trovato [gli operaisti] lì davanti e dentro? […] Operai dotati di coscienza di classe che si sentivano sconfitti, operai senza coscienza di classe che potevano rovesciare tutto. I primi piangevano sulla debolezza, i secondi erano alla ricerca della forza. I primi pensavano di essere tutto e non volevano niente, i secondi pensavano di non essere niente e volevano tutto. Ed erano pronti a prendere quella forza ovunque se ne presentasse l’occasione: da qui l’ambivalenza e l’ambiguità dei comportamenti della nuova figura operaia che i soggetti <<coscienti>> non seppero comprendere, liquidandoli come opportunisti. Certo, era anche opportunismo, ma immanente ai comportamenti di classe, dunque con una politicità intrinseca che rendeva gli operai pronti a sacrificare gli obiettivi superiori all’interesse immediato, e al contempo disponibili a mettersi in gioco fino in fondo per un obiettivo di interesse immediato attraverso cui era possibile conquistare gli obiettivi superiori. Quel tutto che gli operai volevano era <<più soldi e meno lavoro>>. […]

Cos’è dunque la composizione di classe? è il rapporto tra l’articolazione capitalistica della forza lavoro nella sua combinazione con le macchine e la formazione della classe in quanto soggetto collettivo. è, cioè, il rapporto tra composizione tecnica e composizione politica. Attenzione però: non dobbiamo intendere nessuno dei due termini in modo statico. La composizione tecnica non è cioè la semplice fotografia della struttura dello sfruttamento, né la composizione politica è l’indicazione di un soggetto autonomo già realizzato. L’articolazione e la gerarchizzazione della forza lavoro sono messe in movimento dai comportamenti operai, mentre la formazione politica della classe vive in una tensione permanente tra autonomia e sussunzione. Il rapporto sociale di capitale, in quanto antagonistico, è interno tanto alla composizione tecnica quanto alla composizione politica, le determina e le trasforma. […]

A essere decisiva nella composizione di classe non è la coscienza, in quanto astratta proprietà della classe, ma la soggettività. Non si tratta di una sostituzione di vocaboli, bensì di un radicale cambiamento di prospettiva. [… La soggettività] è, lo diciamo con Alquati <<il sistema delle credenze, delle visioni e concezioni, delle rappresentazioni, dei saperi e delle conoscenze e della cultura per certi aspetti e valenze; e di desideri, di certi aspetti dell’immaginario e pure delle passioni e delle volontà, delle opzioni ecc. Sistema caratterizzato da storicità e socialità e quindi che evolve, processualmente. […]>>. […] Lungi dall’essere oggettivamente determinata, la soggettività è un campo di battaglia, tra la formazione capitalistica (strutturata o inerziale) e la possibile controformazione. è, dunque, elemento centrale e posta in palio di un rapporto di produzione, cioè di un rapporto di forza. […] Il punto è trasformare la soggettività in controsoggettività, e la composizione in ricomposizione. […]

Ecco, allora, cosa hanno cercato gli operaisti davanti a quei cancelli: non la coscienza (pura), ma la soggettività (ambivalente).” (pp. 97-100)

(momento di pausa per tirare il fiato e rileggere tutto)

è a partire da questa materia ambivalente che, leniniamente, gli operaisti compiono una scommessa su quella composizione di classe, in virtù della “combinazione tra una collocazione baricentrica nei processi di accumulazione del capitale con una soggettività peculiare in grado di romperli e di determinare attorno e dietro di sé un processo di ricomposizione.” (p. 101) Scommessa rivelatasi negli anni Sessanta, “almeno in parte e per alcuni intervalli di tempo”, vincente.

Nella narrazione di Roggero (termine che, lungi dallo sminuire l’analiticità del testo, vuole invece sottolinearne la peculiarità dello sguardo, partigianamente operaista), compare di nuovo la questione del rapporto tra spontaneità e organizzazione, e di come le tecniche di sabotaggio messe in atto da quella composizione operaia abbiano sparigliato le carte e gli schemi dei vecchi militanti. E soprattutto, cosa ben più importante e preziosa, ha mandato in panne la capacità dei capitalisti e dei sindacati addetti al pompieraggio di prevederle e controllarle. C’è decisamente di che prendere appunti e di nuovo quello che conta non è il contenuto ma il metodo.

Seguono pagine sul rifiuto del lavoro e sulla conricerca come strumento di formazione e di crescita di una soggettività autonoma, e della classe e dei militanti: conricerca è anzi quando questa separatezza viene meno, e “gli operai cessano di essere solo operai e i ricercatori di essere solo ricercatori” (p. 109). Ed è una pratica che ha un tempo specifico: non il fuoco del conflitto, ma il tempo “tiepido”, quello in cui si intravedono “potenzialità che non sono ancora emerse, ovvero una politicità intrinseca che può manifestarsi come politicità esplicita”. Ancora una volta, la tendenza…

Arriviamo a un altro degli snodi fondamentali del testo (e della storia), ovvero al passaggio dall’operaio massa all’operaio sociale che si dà in quelli anni come prodotto di un ciclo di lotte inedito e imprevisto, che scassa il sistema produttivo della fabbrica. Un passaggio che costituisce

“indubbiamente il tramonto del movimento operaio per come lo abbiamo conosciuto, tra la fine dell’Ottocento e il Novecento. Prima ancora della reazione capitalistica, a farlo tramontare sono state le lotte per il rifiuto del lavoro, cioè il rifiuto di essere la forza lavoro su cui quella storia si era costruita. […] Quel declino è al contempo segnato dall’emergere di un nuovo soggetto. Un soggetto che ne racchiude molti. Un soggetto che non è più operaio secondo la sua definizione classica, e tuttavia apre la strada per immaginare una nuova operaietà.

[…] Sotto la spinta delle lotte e dell’ingovernabilità operaia, la fabbrica scoppia e si articola nel territorio. A partire dal ’68, comprendendo in questa data simbolica diversi processi che cronologicamente vengono prima o dopo con un’estensione globale, emergono con forza nuovi soggetti del conflitto: gli studenti, i giovani, le donne, i neri. […]

Chi è dunque l’operaio sociale? è il soggetto di classe che emerge dal lavoro e dalla crisi del rapporto salariale, socializzato nello spazio territoriale e metropolitano, produttivo di plusvalore nella misura in cui l’intera società è stato sussunta nel rapporto di capitale. è il soggetto che ha rotto lo spazio della fabbrica ma non la morsa dello sfruttamento, che incorpora una ricchezza di bisogni senza essersi liberato dal loro essere merce, che pratica autonomia all’interno di un sistema che punta a svuotarne il potenziale sovversivo. Agisce dentro e contro i processi ristrutturazione che, in risposta alle lotte dell’operaio massa, lo stanno modificando. Nel passaggio dall’operaio massa all’operaio sociale vi è dunque continuità e salto in avanti, sedimentazione dell’intensità del conflitto ed estensione della sua potenza.

[…] Questo processo, ancora embrionale eppure dirompente, è stato disarticolato sul nascere dalla nostra controparte. Sul finire degli anni Settanta la violenza della risposta capitalistica, in termini di innovazione e repressione, è stata direttamente proporzionale alla potenza materiale, concreta e in prospettiva, dell’operaio sociale. Il cosiddetto <<neoliberalismo>>, ambiguo termine a lungo utilizzato per nominare il capitale, si è alimentato di quella socializzazione, privandola dell’impatto di rottura politica e mettendola al lavoro nella competizione individuale. Trasformando l’autovalorizzazione in autoimprenditorialità, l’autonomia in lavoro autonomo.” (pp. 110-116)

Il capitolo si avvia alla conclusione ponendo le basi per la capitalizzazione pratica (pratica perché pregna della teoria accumulata) di questo itinerario, ovvero come affrontare i problemi irrisolti che le soggettività militanti si trovano davanti oggi (e, in molti casi, il problema che esse stesse sono), stabilendone una gerarchia di importanza e cercando di disporle in un determinato ordine. Sarà questa la materia del quarto capitolo  – “Ripensare l’autonomia” – e delle conclusioni.

4. L’autore parte da una constatazione evidente e ineludibile, dichiarata fin dall’inizio del libro: a fronte dell’innovazione dei processi produttivi e dei luoghi di estrazione di ricchezza da parte del capitale, realizzatosi alla fine degli anni Settanta in risposta alla pressione che quel ciclo di lotta aveva esercitato sul sistema della fabbrica fordista, “non siamo ancora riusciti a trovare gli equivalenti funzionali dello sciopero e del sabotaggio, cioè della capacità di far male al padrone e di incidere sui rapporti di produzione, di forza e di potere” (p. 10).

Da qui l’onda lunga della sconfitta e dell’arretramento in cui tuttora ci troviamo. Il testo non manca di spirito polemico e il suo principale bersaglio critico sono alcuni lasciti del post-operaismo (in particolare le correnti che fanno riferimento al pensiero di Toni Negri), ree secondo l’autore di aver prodotto “più indebolimento del pensiero che potenziamento della prassi” e di aver eluso la necessità del conflitto e della rottura dell’ordine capitalista in nome della “scorciatoia” di una transizione pacificata al comunismo, frutto di una presunta autonomia delle nuove forme di cooperazione sociale che già si darebbe, trascurando invece la persistenza dei rapporti di sfruttamento.

L’opzione teorica di Roggero risiede invece in quello che lui chiama “paradigma composizionista” (p. 118), ovvero nella scelta di uno sguardo sul reale che metta al centro, tanto per quel che riguarda la composizione tecnica che quella politica della classe, chi la compone e chi ha i rapporti di forza per farlo. In breve, la questione del comando sui processi e della loro direzione. Noi o il capitale? Da qui la necessità di focalizzarci sulla soggettività come campo di contesa, di ricerca e di intervento militante:

“Sulle trasformazioni del lavoro, a certi livelli, si è detto tutto l’essenziale, o quasi, c’è poco da aggiungere e non è quel poco che ci farà fare grossi passi in avanti. Il campo fondamentale, su cui si è detto troppo poco, è costituito dalle trasformazioni della soggettività dei lavoratori. E pochissimo si è detto del problema della controsoggettività. Questo è il terreno decisivo su cui lavorare” (p. 133)

Ricerca che Roggero fa partire dalle figure, processualmente prodotte dalla riorganizzazione capitalistica dei processi produttivi, del precario e del lavoratore “immateriale”, rifuggendo una divisione netta tra lavoro mentale e manuale, laddove invece ci si trova spesso davanti a figure lavorative che eseguono compiti manuali ad alta densità di saperi, o che eseguono mansioni dequalificate pur essendo talvolta iperformati. L’autore cita come esempi i facchini della logistica o chi lavora dentro l’università. Due luoghi in cui la forza lavoro risulta differenziata gerarchicamente per salario e mansioni (la composizione del capitale) e che costituiscono dei “gangli medio-alti dell’accumulazione del capitale” , su cui diventa importante capire come dirigere e intensificare l’attacco.

Dunque si può e si deve parlare di industrializzazione del lavoro cognitivo, se con industrializzazione si intende “non un settore ma una maniera dell’agire umano” (p. 139) capitalisticamente disposto. Disposto, e non catturato, in quanto “l’idea di un capitale come agente esterno alla cooperazione sociale e puramente parassitario” costituisce secondo Roggero “un grave errore, politico prima ancora che interpretativo”: “l’estrazione prenderebbe quindi il posto dell’organizzazione, l’espropriazione quello dello sfruttamento”.

Per quanto riguarda più specificamente la figura del precario l’autore pone sul tavolo quella che è al momento la difficoltà di questo soggetto (ma si può, allora, parlare realmente di soggetto allo stato attuale?) a ricomporsi attorno a un riconoscimento della propria condizione e ad emergere come protagonista del conflitto, rimarcando alcuni errori di interpretazione che i movimenti hanno sviluppato intorno all’argomento. Errori ricondotti in primo luogo a un deficit di inchiesta, divenuta frettolosa autoinchiesta nel momento in cui una parte crescente dei militanti ha cominciato ad identificarsi in questa condizione di privazione e di assenza di diritti, di tutele e di futuro.

Roggero sonda dunque la possibilità di una scomposizione di questa categoria per poi riorganizzarla attorno a tre livelli scanditi dalla linea generazionale, ricercando per ciascuno di essi gli elementi potenziali su cui far leva nella prospettiva della soggettivazione antagonista. Tra le proposte addotte, interessanti e tutte da approfondire, il ricercare le istanze di classe incorporate dentro la rivendicazione meritocratica da una parte, e le ambivalenti potenzialità dell’immaginario “No future” che caratterizza l’ultima generazione di giovanissimi dall’altra.

L’itinerario dell’autore prosegue andando a toccare criticamente alcune delle questioni oggi oggetto di grande dibattito nell’ambito dei movimenti e dei think tank radicali, mettendone a critica le modalità compatibili e depoliticizzanti con cui spesso vengono declinate, sia sul piano teorico che della prassi: dalla cooperazione sociale alle istituzioni del comune, dal mutualismo al reddito ecc. Non c’è qui purtroppo lo spazio per esporre anche in forma sommaria l’argomentazione dell’autore, rimandiamo per questo alla lettura del libro vero e proprio.

Ci avviamo alla conclusione del capitolo toccando brevemente tre punti su cui l’autore ritiene necessario un approfondimento: la soggettività delle figure che attraversano il mondo della formazione, la necessaria riterritorializzione del conflitto, potenzialità e limiti nell’uso delle reti telematiche.

Per quanto riguarda la soggettività dei lavoratori cognitivi, non vengono lesinate critiche a certe retoriche sulle passioni felici come vettori della lotta, laddove in molti casi esse diventano invece una “trappola”, uno strumento di accettazione della propria condizione di sfruttamento. Un esempio in cui questa dinamica si incarna è per Roggero costituito dai ricercatori universitari, le cui potenzialità conflittuali si scontrano con

“il loro percepirsi non in quanto lavoratori bensì come portatori di una missione, quella dell’intellettuale. Poco importa poi se questa supposta missione si contri con una quotidianità fatta di servilismo personale, di scartoffie amministrative da compilare e spesso di lavoro gratuito o comunque sottopagato: l’aura dell’intellettuale e il riconoscimento del ruolo sociale funzionano come una sorta di salario psicologico che per molti versi sopperisce alla mancanza e alla scarsità del salario reale.” (p.163)

I saperi non sono neutrali, nella società del capitale sono merce e strumento di comando, e anche il loro insegnamento viene aziendalizzato, disciplinato e parcellizzato; un punto che l’autore non cessa di ricordare, specie nelle pagine dedicate alla figura del docente e dello studente prodotti dalle trasformazioni subite dall’istituzione universitaria negli ultimi vent’anni per effetto delle diverse riforme. Anche in questo caso Roggero prova a indicare dei terreni di controsoggettivazione antagonista, tra cui l’indagine delle nuove forme di alienazione passiva potenzialmente trasformabili in odio per la propria condizione e dunque in rifiuto e distruzione di quella condizione stessa. Un discorso simile (e di fatto, spesso sovrapponibile) si può fare riguardo alla condizione precaria e ai possibili terreni su cui praticare il rifiuto del lavoro:

“Oggi il precariato sembra dibattersi in una duplice dimensione. Da un lato, all’occupazione saltuaria corrisponde non meno ma più lavoro, perché bisogna moltiplicare gli impieghi, formali e soprattutto informali, attraverso cui procacciare i soldi per campare. E anche la ricerca di un lavoro diventa a tutti gli effetti un lavoro, faticoso e snervante. Più lavoro e meno soldi, è la parola d’ordine del capitale. Dall’altro, le nuove generazioni hanno in qualche modo ereditato il rifiuto del lavoro senza esserselo conquistati, il che si traduce in alienazione più di quanto non si traduca in conflitto. Lo subiscono anziché agirlo, senza reddito e senza controsoggettivarsi attraverso una pratica.

Il rifiuto del lavoro, infatti, non è un vezzo sloganistico dei militanti, questa è mera autoreferenzialità identitaria. Quel rifiuto si muove dentro e contro i rapporti di sfruttamento, viene praticato non come ideologia ma come bisogno: per risparmiare fatica, guadagnare tempo, recuperare reddito e sottrarre energie a chi ci sfrutta. […] Nostro compito è oggi fare ricerca sulle nuove forme di rifiuto, potenziale o reale, storicamente determinate: rifiuto del lavoro gratuito, rifiuto del lavoro di merda, rifiuto del lavoro per pochi spiccioli, rifiuto del lavoro banalizzante.” (pp. 197-198)”

Passiamo all’argomento successivo, e cioè la riorganizzazione dei punti di attacco nella metropoli scaturita dalla dismissione della grande fabbrica. Risiede qui “un grande e irrisolto problema” in quanto:

“se vita e lavoro non sono più distinguibili, se la metropoli è il nuovo spazio della produzione, quali sono i tempi e i luoghi di organizzazione delle lotte e i punti in cui è possibile far male al nemico? Lo stesso nemico, d’altro canto, rischia di disincarnarsi ed evaporare, diviene un capitale estrattivo senza nomi e indirizzi. […]

Vita messa a lavoro, metropolitanizzazione produttiva non agiscono su uno spazio liscio e omogeneo. L’abusata immagine dei flussi coglie solo un aspetto del processo, quello della deterritorializzazione; questi flussi, però devono continuamente riterritorializzarsi in spazi e tempi gerarchicamente ordinati per captare valore ed esercitare comando.” (p. 177-178)

Questi spazi, che svolgono la funzione di “rubinetti attraverso cui raccogliere e condensare il valore” per Roggero sono le moderne imprese, i “nodi della rete”. Questi sono i luoghi su cui deve esercitarsi la lotta di classe, la produzione di controsoggettività e dunque l’attacco capace di far male al padrone, il blocco dei flussi. Lo si è già visto ad esempio nella potenza conflittuale espressa in questi anni dalle lotte nel mondo della logistica, con un forte protagonismo dei lavoratori migranti: dai flussi di merci e manodopera sfruttata, ai flussi delle lotte.

Sempre a proposito del come riterritorializzare il conflitto, secondo Roggero la <<forma-occupy>>, che è stata protagonista del movimento delle piazze all’inizio degli anni Dieci, ha rappresentato un tentativo di riappropriazione di stanzialità in opposizione ai flussi da parte di tutte quelle figure che hanno necessità di ritrovarsi fisicamente e di riconoscersi come potenza collettiva nello spazio metropolitano. Un tentativo che secondo l’autore è stato “innanzitutto l’embrionale costruzione di nuovi rapporti collettivi e potenziali spazi di controsoggettivazione” (p. 183).

La capacità di individuare dei punti di attacco, delle gerarchie di comando che pur nella loro stratificazione mantengono comunque delle luogotenenze territorialmente situate, è uno dei terreni decisivi su cui deve misurarsi il lavoro militante. Un problema urgente che politicamente è solo deleterio rimandare, in quanto (scriveva l’autore ad inizio 2016, e il resto dell’anno gli dà indiscutibilmente ragione):

“La forza del cosiddetto <<populismo>> contemporaneo […] è proprio quella di dare dei volti al nemico. Sono spesso volti inesatti e fuorvianti, talora mistificati o reazionari,  ma nondimeno in grado di semplificare, coagulare e dare un indirizzo all’indignazione, alla rabbia e all’opposizione diffusa. Questa è la sfida resa ancora più urgente dalla crisi e dalle tensioni soggettive che racchiude: o noi riusciamo a dare dei volti ai capitalisti e identificare dei luoghi del capitale da attaccare, oppure a ricomporsi continuamente sarà solo la classe a noi nemica.” (p. 179)

Prima di avviarci verso la fine del libro, soffermiamoci brevemente su limiti e potenzialità dei social network in un’ottica militante, ricollegando l’argomento ai piani del simbolico e dell’immaginario, provando in questo caso a proporre un terreno di indagine da un lato, e a segnalare quella che secondo noi è una carenza nel testo dall’altra.

Roggero pone giustamente il problema dei rischi di un uso acritico dei social networks, di una loro sopravvalutazione illusoria come strumento di potenziamento e organizzazione delle lotte (se non addirittura sostituzione vera e propria). Nel marasma della rete il rischio è quello di cadere in un

“ <<presentismo>> senza profondità genealogica e di prospettiva. Dal punto di vista politico, il militante può così essere trascinato a un’idea evenemenziale dell’azione, corrispondente appunto alla notizia che rimbalza sui social network, il cui grado di successo non è la sedimentazione dentro un processo di lotta, l’accumulo di soggettività e il cambiamento dei rapporti di forza, bensì il tasso di gradimento e <<like>> tra gli utenti. Finendo per scambiare, per giunta, le proprie reti comunitarie virtuali con la realtà del mondo intero.” (p. 175)

Certe mode tecnopolitiche non ci interessano, di clickattivisti ce ne sono già a sufficienza. C’è però un punto che secondo noi merita un approfondimento quando parliamo di social network, e cioè la produzione di identità, soggettività e comunità. Labili, tendenzialmente docili, integrate, inoffensive, funzionali alla logica culturale del capitale e al rafforzamento dei suoi dispositivi di comando materiale, certamente. Ma anche qui, non si pone dunque a noi il problema di come elaboriamo un controutilizzo dello strumento?

Se la logica che i social network alimentano è quella della dispersione monadica o delle microcomunità separate, noi come lavoriamo nella direzione della riaggregazione degli atomi, alla rappresentazione e alla riconoscibilità della nostra parte che non si traduca in autocompiaciuta estetica di gruppo, al portare fuori quelle espressioni di opposizione e di rifiuto che oggi rimangono confinate in questo spazio? Tra i due estremi della sufficienza moralistica rispetto alla demarcazione del proprio “essere contro” che oggi vive solo nella rete, e le derive talora grottesche di chi sembra sostituire il clickattivismo alla militanza e all’organizzazione vera e propria delle lotte, non è forse il caso di indagare l’ambivalenza di queste forme in cui oggi si manifesta il bisogno di opposizione per capire come agirle nella direzione della controsoggettivazione?

Allo stesso modo, per quanto riguarda il piano del simbolico e dell’immaginario: uno dei problemi più grandi che ci troviamo davanti e che forse si manifesta in forma più accentuata nell’universo giovanile e precario (nel senso anagraficamente lato di questa condizione) è oggi quello di sovvertire un ordine di passioni che sembra intrappolato tra due figure dell’impotenza: la rassegnazione sottomessa da un lato, il cinismo e il nichilismo dall’altro. Come si spezza questo ordine di passioni? Come si costruisce (anche) sul piano dell’immaginario la possibilità del meglio oltre la Scilla del “meno peggio” e la Cariddi del “tutto fa schifo, there is no alternative”?

A questo proposito un terreno che dovremmo maggiormente indagare e studiare è quello della produzione di simbologie atte a servire alla fase in cui viviamo. La dimensione del simbolico ha a che fare infatti con la costruzione del noi, dei riferimenti e del nostro immaginario collettivo. Sottolineare il rilievo di questo punto non è un ozioso ricamare sull’estetica e la creatività artistica come dimensioni sostitutive della materialità delle lotte e degli interessi da organizzare e contrapporre. Non c’è alcuna scorciatoia possibile da questo punto di visto, poniamo invece l’esigenza di capire se e come la prima possa potenziare e in una certa misura creare un terreno favorevole alla seconda.

D’altro canto, come riconosce anche l’autore, “non è possibile immaginare oggi delle lotte che non si pongano anche l’obiettivo di costruire nuovo senso collettivo” (p. 184). Gli ingredienti di questo senso collettivo, però, possono essere tanto invenzione autonoma delle lotte, che prodotti dell’industria culturale da rovesciare e da controutilizzare. Anche in questo campo c’è dunque una battaglia da combattere tra autonomia e sussunzione, c’è di mezzo l’ambivalenza. Come ci rapportiamo dunque, tanto per proporre un campo di indagine concreto, con quella galassia di contenuti che oggi fanno parte dell’immaginario giovanile (film, serie tv, pagine facebook di successo ecc.) e che possono creare una sorta di “cornice di familiarità” da utilizzare per veicolare contenuti ideologici, ordini discorsivi ecc.?

Forse sono già in corso delle sperimentazioni a cui sarebbe importante guardare per studiarne l’efficacia anche in termini di strumenti di attacco, e non solo di scarico ludico. Ci sembra questo un terreno che dischiude dei campi di possibilità tutti da vagliare e da approfondire.

5. Arriviamo alla conclusione del libro, dove l’autore mette al centro i compiti che attendono oggi i militanti, la differenza che devono fare nella direzione di “un uso offensivo e non meramente resistenziale” (p. 189) della crisi. In breve, tornare veramente alla “politica come attività che mette in gioco i termini reali del potere nella società” (p. 187), rigettando con fermezza i “germi dell’autoreferenzialità, di un’impotenza politica che si traduce nell’autoesaltazione comunitaria” (p, 188), germi che purtroppo sono oggi assai diffusi nei movimenti. Occorre dunque ripensare un’idea forte del noi, fondata sulla radicalità dell’essere contro (e non fuori) e sulla ricerca della potenza:

“è stato il conflitto a imporre il cosiddetto <<progresso>> al capitale; senza lotte, senza la capacità di mettere in gioco i rapporti di forza, senza una pistola puntata alla testa, il capitale può tranquillamente procedere concentrando la ricchezza verso l’alto. A dire il vero, non si capisce perché non dovrebbe se ha il potere di farlo. […]

Da questo dato di fatto, dobbiamo evitare di cadere in un ulteriore sbaglio: pensare che oggi la lotta sia contro l’esclusione. è esattamente il contrario: il capitalismo è una macchina di inclusione, è questa la sua potenza. Un’inclusione subordinata e gerarchizzata, ovviamente. è l’inclusione nello sfruttamento e nella precarietà, l’inclusione nel consumo distruttivo e nelle reti di estrazione del valore, l’inclusione nella mobilità verso il basso e nelle aspettative decrescenti. è l’inclusione nella soggettività media del capitalismo, <<l’uomo massa democratico>>. è un’inclusione che mangia le nostre capacità e succhia la nostra forza potenziale. Perciò oggi è contro l’inclusione che dobbiamo lottare. Non fingendo di esserne fuori, o fuggendo verso un mitico altrove. Ma cercando le armi per liberarci collettivamente. Arrivando a odiare e lottare contro noi stessi in quanto incarnazione del capitale, della sua logica di sfruttamento, del suo processo di soggettivazione.

Per affrontare un simile compito, abbiamo bisogno di definire il <<noi>>. Qui inteso non in termini di identità di struttura organizzata, ma di parte collettiva. Questa parte la chiamiamo classe, in quanto composizione di soggetti e linee di forza molteplici. La classe […] non è un dato naturale o economico: è una questione di collocazione, dentro i rapporti di produzione e sfruttamento, ed è una questione di lotta, contro questi rapporti. Quello alla classe è sempre un passaggio che va conquistato. Ci sono volute tante lotte e la paura dei padroni perché i poveri diventassero classe operaia. Oggi purtroppo – perfino nei lessici dei movimenti – tornano a essere poveri: qui c’è il problema da cui partire, il processo da rovesciare, il nemico da combattere. (pp. 189-190)

Allo stesso modo l’autore deplora, con parole perentorie, l’uso della democrazia tanto come ordine del discorso dei movimenti che come scelta del terreno istituzionale, essendo questa una cornice creata dal nemico (definita “totalitarismo dell’opinione pubblica e dell’oggettivazione dei mercati” p. 203), che  comporta “l’accettazione dell’interesse generale, che è quello di chi comanda” e la rinuncia alla rottura di parte, rivoluzionaria.

Occorre invece “combinare la massima rigidità strategica con la massima rigidità tattica” (p. 207) come metodo di organizzazione della rottura, e occorre inoltre riappropriarsi di una temporalità autonoma della sovversione, liberandola dalla feticizzazione dell’evento decisivo e, viceversa, da una visione lineare del processo, tramite i quali

“si finisce così preda di una dialettica tra un pensiero volontaristico e un pensiero evoluzionistico. Il primo astrae il problema della materialità dell’organizzazione dalla materialità dei rapporti sociali e di forza, dalla composizione di classe e dalla soggettività concretamente esistenti. Presupponendo un’insorgenza sempre spontaneamente pronta e latente, organizzazione e militanza vengono così ridotte a un atto volontaristico, astorico. Qui l’evento è tutto, il processo è nulla. Nel pensiero evoluzionistico l’organizzazione viene invece immaginata come un percorso lineare e progressivo, una sommatoria di nuove strutture e nuovi militanti. Ciò porta a un’idea prescrittiva e gestionale della militanza, che magari regge finché si tratta di affrontare in modo procedurale la quotidianità, è incapace però di dare risposte inedite a problemi nuovi, o che comunque richiedono soluzioni differenti da quelle già previste. Il referente dell’iniziativa politica finisce dunque per essere non la composizione di classe bensì il gruppo di appartenenza. Qui il processo è tutto, l’evento è nulla.

Si tratta allora di pensare il rapporto tra processo ed evento in modo completamente differente […]. Il salto è frattura, non evoluzione graduale né balzo privo di radici. Senza la paziente costruzione organizzativa, l’occasione non si dà, o comunque non può essere afferrata. Il salto non è solo possibilità di rottura con la controparte, ma anche con le nostre forme di organizzazione, con quello che siamo. Quando ci si accontenta di quello che si ha e si pensa che l’unico problema sia gestire l’esistente, si confonde il militante con il burocrate.” (pp. 206-207)

Il rischio più grosso per Roggero, e tanto più forte in questa fase, risiede nell’introiezione da parte dei militanti stessi del pensiero della sconfitta, nel rifugiarsi all’interno dei confini marginali e innocui ma rassicuranti del proprio centro sociale o del proprio circolo intellettuale, nella rinuncia ad indagare e ad agire le contraddizioni del presente in nome di una sterile purezza incapace di fare i conti con l’ambiguità del reale. Ma questa è la negazione della militanza, l’abbandono di quella terra di mezzo tra noi e il nemico (il “medio raggio”) che invece i militanti devono essere capaci di abitare, trasformare e sovvertire. 

Occorre invece liberarsi dall’alternanza insensata di euforia e depressione per costruire le nostre possibilità di reale autonomia, e per afferrarle: “Le fasi storiche non sono belle o brutte: sono spazi dentro e contro cui collocarsi progettualmente. Non vanno giudicate sulla base dei nostri desideri, vanno combattute sulla base dei nostri compiti. […] L’attivista di sinistra piange sulla debolezza, il militante rivoluzionario è alla ricerca della forza.” (pp. 210-211). Una forza che non bisogna aver paura di fondare, in partenza, su una posizione e su un rapporto di minoranza, se vi si vedono i germi tendenziali di una potenza futura. Il militante infatti “agisce dentro e contro la storia; non seguendo lo spirito dei tempi, ma aggredendolo. Perciò il militante è una figura della libertà. E solo in questo senso può affermare: non ci prenderete mai.”

Il libro di Roggero si conclude sulla questione che è sottesa a tutto il testo: chi e cos’è un militante. La risposta dell’autore emerge per mezzo della contrapposizione con le due figure che ne hanno preso il posto ad inizio millennio: il volontario e l’attivista. No, ci dice Roggero, il militante non è questo. Non è un volontario perché non è “una figura dell’interesse generale” (p. 204), “è al contrario un soggetto divisivo che produce continuamente il <<noi>> e il <<loro>>, prende posizione e costringe a schierarsi”. E non è nemmeno un attivista, termine che cancella il carattere religioso della figura del militante (“colui o colei che mette interamente in gioco la propria vita”), la sua spiritualità rivoluzionaria. Una spiritualità che deve fondarsi per l’autore sulla “costanza, la dedizione e la dura assunzione di responsabilità senza cui il militante non è tale”.

Solo in questi termini è possibile concepire una gioia non mercificata e sussunta nel mercato delle passioni capitalistiche, e la dimensione del sacrificio perde i caratteri del martirio per  assumere quelli dell’”arricchimento soggettivo nella lotta incessante contro la privazione a cui quotidianamente il capitale ci costringe, in termini di reddito e di capacità umane”. (p. 205)

Qui termina il libro di Roggero. Un libro che, lungi dall’essere un insieme di semplici appunti di lavoro, rappresenta un tentativo di ritessere i fili dispersi di una storia del pensiero rivoluzionario, con l’operaismo come chiave di lettura privilegiata, per consegnarlo ai militanti e renderlo maneggevole (“concetti da usare come piedi di porco, e viceversa” p. 16). Un tentativo ambizioso e secondo noi riuscito, e che ha inoltre il merito di mettere efficacemente a critica, con franchezza e nettezza, molte delle teorie e delle pratiche dei movimenti contemporanei che hanno finora stentato in termini di efficacia e che faticano a incarnarsi in delle lotte reali. Molte altre questioni sono aperte alla ricerca (anzi, alla conricerca), ma già tentare di definirle e disporle in un ordine di importanza e di concatenazione, nella direzione di un intervento pratico dei militanti, è un passo avanti non da poco.

Rifondare materialisticamente l’utopia comunista e una prospettiva di autonomia (parola che forse dovremmo cominciare a sostituire integralmente all’ormai abusata e corrotta “libertà”) rivoluzionaria. Questo è il compito, in sintesi, che l’autore pone, con la massima serietà e urgenza, davanti ai militanti. Un compito da perseguire con odio e metodo: “studiare, studiare, studiare – studiare il capitale e studiare la soggettività operaia, e studiare come la soggettività operaia possa organizzarsi contro il capitale. Studiare ciò che più si odia, per distruggerlo.” (p. 60)

Non da ultimo, dicevamo poco sopra, questo testo ci propone una descrizione e un modello di che cos’è un militante rivoluzionario impegnato nella trasformazione dell’esistente. Un modello alto e difficile (alto perché difficile) ma a cui è bene non rinunciare a guardare e a indicare come scelta etica radicale. Specie in un momento come il nostro in cui, forse, dietro alcune manifestazioni di nichilismo cinico o autodistruttivo si nasconde proprio la delusione per la difficoltà a vedere manifestazioni di questa figura come possibilità di reperimento e creazione di senso.

Sasso Nello Stagno

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