Il business dell’accoglienza uccide ancora. La soluzione del governo: espulsioni per chi si ribella

Si chiamava Sandrine Bakayoko la ragazza 25enne proveniente dalla Costa D’Avorio morta il 2 Gennaio mentre aspettava i soccorsi al centro emergenziale temporaneo di Cona nella provincia di Venezia.

Sandrine è morta per un malore dopo poco tempo che aveva subito un aborto e, come denunciano gli altri ospiti del centro, per il ritardo dell’ambulanza, chiamata troppo tardi dagli operatori. Poteva essere salvata prima? Gli operatori la hanno assistita adeguatamente? Le condizioni precarie di vita hanno influito? A quanto dicono gli altri ospiti, dubbi ce ne sono; forse in una struttura adeguata la sua morte poteva essere evitata.

In seguito al decesso di Sandrine è scoppiata una rivolta che, nonostante il puntale sdegno dei media laddove i richiedenti asilo politico osino addirittura protestare, è stata una protesta contenuta e pacifica che ha occupato il centro fino a tarda notte bruciando qualche vecchia panchina. Una protesta che ha suscitato uno sdegno disgustoso in settori dell’opinione pubblica, i soliti “ma di che si lamentano” sempre pronti a puntare il dito davanti al televisore quando in realtà dovrebbero provare solo tanta stima per chi, allo stesso modo di tanti italiani, vede calpestata la propria dignità e ha ancora il coraggio di ribellarsi.

La verità, malcelata dai media che soffiano sul fuoco del razzismo, è che il centro di Cona doveva essere chiuso e che i migranti avevano tutte le ragioni per protestare.

Il Centro di Cona era stato creato in una ex base militare nel Luglio 2015 per ospitare 15 migranti, ad oggi ce ne sono quasi 1500. Le condizioni sono quelle terribili di tanti Cara, che di “accogliente” non hanno un bel nulla. Fatiscente, sporco, sovraffollato, senza privacy, senza servizi igienici adeguati, con bagni sporchi, senza acqua calda, letti accatastati, servizi di inclusione sociali rari (come testimoniano le recenti visite). Altro che gli hotel a cinque stelle tanto cari alla retorica salviniana. In Italia di accoglienza si muore, Sandrine né è il triste ultimo episodio.

Ma non facciamo che sia l’ultima morte inevitabile, l’ennesima fatalità. Sandrine è morta in un contesto che niente aveva di giusto o legittimo, di cui molti si dovrebbero sentire responsabili.

Il centro di Cona è stato costruito volutamente e strategicamente nel nulla, in una base militare abbandonata e isolata, dove per i migranti non c’è possibilità di inclusione, di conoscenze, di trovare un contatto con il mondo esterno. Un vero e proprio campo di concentramento, nascosto alla vista dei residenti, che “sopperisce alla mancata accoglienza dei comuni veneti, i cui sindaci rifiutano di accogliere richiedenti asilo” (come testimoniava melting pot già mesi fa). Ecco i primi responsabili del sovraffollamento: i politici leghisti che si rifiutano di accogliere, creando per effetto centri sovraffollati dove regna il disagio, la miseria e la rabbia tanto cara al terrorismo jihadista (di cui proprio i leghisti paiono essere i più preoccupati).

Il sovraffollato centro di Cona è gestito dalla cooperativa Ecofficina Edeco di Padova, una società nata nel 2011 per la gestione dello smaltimento rifiuti e che si è tuffata recentemente nel business accoglienza riuscendo ad arrivare ad un fatturato di oltre 10 milioni di euro e i cui vertici sono già stati indagati per truffa, presentazione di documenti falsi nell’ambito di una gara di appalto e maltrattamenti a danno dei migranti ‘accolti’. Già la loro breve storia dovrebbe aver messo sull’avviso la prefettura che nonostante tutto ha continuato ad affidarli la gestione di diversi centri di accoglienza nella provincia veneziana. Ad oggi la cooperativa gestisce 2000 dei 3000 richiedenti asilo presenti in Veneto.

Fa presto Luca Zaia, governatore del Veneto, a parlare di business. Ovviamente un business esiste (che dà lavoro e in teoria garantisce accoglienza) e fintanto che non si faranno rispettare, in primis, i diritti dei rifugiati ci sarà sempre chi, come in ogni settore del welfare, lucrerà. Il sistema degli hub, dei Cara e sopratutto dei Cie non funziona, non possiamo continuare a stipare esseri umani, colpevoli di non si sa quale crimine, in strutture fatiscenti e affollate, e sperare pure che ci ringrazino. Gli unici a guadagnare su questo sistema sono i dirigenti di mega cooperative che speculano sui famosi 35 euro a migrante, non garantendo niente altro che un materasso e un po’ di cibo, quando invece quei fondi sarebbero stanziati per vitto, alloggio, servizi igienici, copertura sanitaria, corsi di lingua, corsi di formazione, trasporti, vestiti. Come si pensa possa esserci inclusione sociale fintanto che non si garantiscono corsi d’italiano e neppure un vitto adeguato? A nessuna importa: il problema migrazione, fino ad ora, è stato trattato da media e istituzioni come un mero problema di sicurezza e ordine pubblico.

I migranti intanto sono lasciati in un limbo di contraddizioni a subire l’odio della guerra tra poveri. Lo Stato stanzia ingenti somme che non vengono quasi mai spese per un’accoglienza adeguata ma semmai arricchiscono i soliti speculatori, i centri di accoglienza affollati e senza servizi fomentano la legittima rabbia dei richiedenti asilo e la soluzione della politica qual è? Espulsioni per chi si ribella e apertura di nuovi CIE. Una soluzione xenofoba e pseudo-securitaria che proviene dal capo della polizia Gabrielli e dal Ministro dell’Interno Minniti, che accontenterà forse l’elettorato di Salvini ma che non sarà mai la soluzione al fenomeno dei flussi migratori. I CIE sono disumani, e se di questo la politica se ne disinteressa, possiamo far notare che sono anche inutili (ce lo dice anche Internazionale).

D’altronde siamo abituati alla politica poliziesca del Partito Democratico. Invece di riformare il sistema, puntare su un sistema di micro-centri, e combattere gli speculatori, si aumenta controllo, sorveglianza e repressione. In barba ai più basilari precetti del pensiero liberale chi protesta perde il diritto alla vita, alla dignità umana, e ad ogni copertura del sistema italiano di welfare. Una retorica che si ode anche a Lucca dove l’assessore al sociale Antonio Sichi ha più volte ribadito, in vari contesti, che “non c’è giustizia sociale senza legalità”. Ma se l’ingiustizia si fa legge, c’è chi ancora è pronto a protestare duramente per il proprio futuro, e sono sopratutto i migranti, che hanno mandato in crisi i meccanismi di controllo, determinando una svolta repressiva a cui ci deve essere una risposta adeguata anche da noi italiani. Questo deve partire da ogni territorio, come tentato a Ventimiglia e come può essere fatto anche a Lucca dove le strutture sovraffollate della Croce Rossa Italiana sono attraversate da migliaia di migranti che vengono rimbalzati tra cooperative di varie città senza che nessuno si preoccupi, in prima istanza, dei diritti e dei desideri dei rifugiati politici, donne, uomini e minori, che sono prima di tutto esseri umani e non pedine di un’eterna campagna elettorale.

Per Sandrine, e per tutti i migranti senza nome morti in mare o nell’omertà dei Cie.

Andrea Rinaldi

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