Da Bologna a Lucca per i giovani un solo futuro: precarietà, disciplina, repressione

Negli anni più recenti di una crisi che avrebbe dovuto mettere a dura prova la tenuta del regime democratico, una strategia politica è risultata veramente vincente in termini di pacificazione sociale, ovvero quella del divide et impera. Lo vediamo dal propagarsi dei neofascismi che soffiano sulla guerra tra poveri e lo vediamo banalmente nel conflitto tra studenti dell’Università di Bologna, tra chi protesta e viene manganellato e chi invece dalla sua quieta indifferenza accusa altri studenti di essere provocatori che “se la vanno a cercare”.
La società italiana ed europea è troppo spesso divisa su fratture forvianti e non pericolose per la stabilità, una su tutte quella tra migranti e autoctoni, ma anche tra giovani e vecchi, tra donne e uomini. Una conflittualità intestina scorre nell’opinione pubblica e sui social networks, ma raramente coglie e alimenta la frattura più profonda, concreta e rivoluzionaria: quella tra alto e basso. In realtà l’alto, la classe dominante, fatta da politici, imprenditori, banchieri e da tutti coloro che sfruttano e si arricchiscono sulle spalle altrui, è da sempre in guerra contro il basso, ma le classi subalterne sono divise, perse nel guardarsi, giudicarsi e combattere per le briciole concesse.
Talvolta però alcune lotte sociali cambiano questo scenario, ricordandoci le contraddizioni strutturali fondamentali, quella per la distribuzione della ricchezza e per il controllo delle città. Così irrompono sulla scena i facchini della logistica (uomini, donne, giovani, più vecchi, stranieri e italiani) o i territori in lotta, o gli studenti universitari.
Ed è proprio dai giovani, in particolari gli studenti universitari bolognesi, che partiamo per stare sui fatti di cronaca e sul dibattito degli ultimi giorni. A Bologna gli studenti da sempre sono stati un soggetto che ha dato linfa al conflitto sociale, dando esempio e spinta anche al resto del paese. Era il 1977 quando PCI e DC mandavano i carri armati contro il covo dei rivoluzionari italiani; da allora tanto è cambiato ma Bologna è rimasta una città universitaria dove non si smette di lottare. Nei mesi scorsi gli studenti si sono scagliati contro la carissima mensa universitaria, per settimane sono stati manganellati nell’indifferenza generale, e da sempre lottano per avere spazi di aggregazione, per veder garantito il diritto allo studio, e per un’idea di università non omologata al mercato ma ancora capace di alimentare un pensiero critico.

L’azione di sabotaggio in biblioteca si inserisce in questo contesto, essendo proprio i tornelli un simbolo della svolta aziendalistica e privatistica dell’università (e a chi parla a vanvera anche da sinistra dell’inutilità di combattere i tornelli, ricordiamo che l’Università è a Bologna la prima azienda cittadina)

La decisione di mettere dei tornelli avrà probabilmente fatto perno su delle recriminazioni circa le condizioni del 36, al suo essere non un semplice luogo di studio ma anche di socialità e di attivismo politico. La strumentalizzazione di qualche episodio poco piacevole è sicuramente servita a legittimare l’introduzione di questo dispositivo di controllo, che evidentemente ha goduto di un certo consenso tra la popolazione studentesca. Quello che però è stupefacente, in molte delle reazioni ostili all’azione dei collettivi, è come non si riesca a vedere che la decisione di mettere dei tornelli, di porre una barriera, un confine, di produrre esclusione nel tentativo di tenere fuori il “degrado” (parola ambigua e pericolosa in cui oggi si fa rientrare di tutto, e che sembra legittimare tutto) è una scelta che non è tecnica ma è estremamente politica, che produce controllo e privatizzazione di uno spazio a un’utenza ristretta, nonché la sua normalizzazione. C’è dunque di mezzo la politica, un conflitto sulla natura dello stare insieme, su che tipo di socialità e di luogo pubblico vogliamo. E nel momento in cui siamo chiamati a prendere posizione, non possiamo non vedere le conseguenze secondarie e indirette di un atto che cambia la natura dello spazio comune in cui abitiamo, sottoponendolo a forme di controllo e disciplinamento di cui un domani potremmo pentircene.

La conseguenza immediata della protesta è stata infatti la calata della celere su studenti inermi dentro una sala studio, con libri e pc distrutti o sequestrati. In risposta a questa irruzione che determina un pericoloso precedente (come ricorda la testimonianza di un professore, neppure al culmine degli anni ’70, quando in strada si sparava, si permetteva alla polizia di entrare nei locali universitari) migliaia di giovani sono scesi in strada per riprendersi lo spazio del civico 36, determinando tre giorni di manifestazioni partecipatissime e di scontri contro le forze dell’ordine, la cui presenza in zona universitaria è stata giudicata alla stregua dell’intrusione di un corpo nemico.

Ma oltre all’entusiasmo per la risposta diffusa che i giovani sono riusciti a mettere in campo, bisogna soffermarci sui commenti aberranti di alcuni studenti sui social network (pompati dai media anche quando si trattava in realtà di giovani del Partito Democratico). Studenti spesso calati nella retorica della competizione meritocratica (ne abbiamo parlato qui) che vivono tra l’indifferenza verso il mondo politico e il disprezzo verso coloro che non risultano omologati ai ritmi di produzione del sapere (il luogo comune sui fuoricorso che fanno degrado e casino di contro agli studenti diligenti che vorrebbero solo studiare). Una frattura interna alle scuole e all’università che ci dice tanto sul conformismo di massa e sulla retorica mainstream: il discorso ideologico delle classi sfruttatrici che vince con i suoi principi di efficienza e produttività, che si radica anche tra i giovani, convinti di aver il solo compito di studiare e chinare e la testa. Un divide et impera, che come dicevamo, funziona ancora.

Non dimentichiamoci tuttavia che in piazza, dopo l’agguato della celere, in meno di due ore c’erano duemila giovani. Una forza ben diversa, per peso e potenza, dal chiacchericcio disperso dell’ ‘opinione pubblica’ che commenta dietro un pc o apaticamente non prende parola. Non dimentichiamoci neppure che nel ceto studentesco ci sarà sempre chi utilizza l’università per affinare le sue competenze in funzione di una carriera da manager, politico, o padroncino. Non ce ne deve fregare nulla del consenso unanime del mondo universitario, e tuttavia non può non colpire fino a che punto la classe dominante abbia imposto delle strutture culturali così contrarie al dissenso e alla disobbedienza anche ai giovani che subiscono più di tutti il ricatto del precariato, il furto del futuro e la mancanza di diritti. Quelli stessi giovani che si autoconformano all’ideale di quel potere che li rende schiavi, legittimando in questo modo la loro stessa condizione materiale di sfruttati e perpetrandola. Un meccanismo di legittimazione che la democrazia ha inventato andando ben oltre i sogni dei regimi autoritari. Sono difatti molti dei giovani stessi a conformarsi all’idea dominante, senza neanche bisogno di una continua repressione quantitativamente estesa (come durante un dittatura) ma solo qualitativamente funzionale e pervasiva, che colpisce essendo anche legittimata da quell’opinione pubblica che chiede sicurezza-decoro-legalità, e che ormai vede in qualsiasi deroga alle norme del diritto un crimine orribile indipendentemente dalla sua motivazione.

Proprio il moral panic, in certa misura creato e sicuramente fomentato dai media della comunicazione di massa, pervade la “società liquida” del nostro tempo (Bauman intendeva proprio una società senza sicurezze, senza solide fondamenta), e se come diceva Bourdieu la “precarietà è dappertutto”, la paura è il primo sentimento che vive dentro di noi, ed è incarnata non dallo stato assoluto che sta sopra di noi (come ai tempi dei monarchi assoluti descritti da Hobbes) ma, nell’epoca del buon governo democratico, dai capri espiatori che stanno intorno a noi: dai soggetti devianti, che hanno comportamenti non conformi al cammino delineato dall’ordine sociale.

Tra questi soggetti le più evidenti forme devianti sono proprio tipicamente giovanili. Difatti proprio le sfide poste dai giovani allo status quo sono da sempre scintilla della conflittualità sociale, una conflittualità che quando non distratta dalle forvianti fratture sopraddette, si evolve sui binari della lotta tra classi, tra dominati e dominatori, ed è quindi pericolosissima per la stabilità del sistema

Ma come vengono inquadrati socialmente i giovani? E come diventano capri espiatori quando questo inquadramento disciplinare va in tilt? Il processo storico di sviluppo del capitalismo ha segnato l’inquadramento di ogni categoria sociale in strutture fisiche e culturali. La fabbrica, la casa, la scuola. Nel ruolo impostogli socialmente, i giovani devono studiare per poi entrare nel mercato lavorativo. Lo studente poi deve limitarsi al suo ruolo ancor di più di quanto non possa fare un salariato: in quanto non economicamente autonomo lo studente deve porsi solo il problema del successo accademico, quando invece si pone problemi di esistenziale criticità è caldamente invitato a tacere. Nell’ultima fase post-industriale la scuola, a dispetto delle lotte del movimento studentesco del ‘68, è stata progressivamente trasformata in un’azienda puramente dedita alla formazione di forza lavoro, la crisi ha poi brutalmente imposto concetti come meritocrazia e competizione rendendola in questo modo ancor più inaccessibile ed elitaria (si veda il crollo delle immatricolazioni all’università).

Ovviamente il mondo del lavoro è il più evidente fallimento delle politiche neoliberiste e di austerità promosse negli ultimi anni. Le tutele lavorative non solo sono state barbaramente cancellate, ma il posto di lavoro è un privilegio oramai per pochi, soprattutto se giovani (in Italia la disoccupazione giovanile si attesta oltre il 40%). Istituzioni scolastiche e posto di lavoro, rispondono prima di tutto ad una funzione di controllo sociale, ovvero di azione diretta all’uniformazione degli individui. Negli ultimi anni i meccanismi di controllo hanno stretto ancora di più la loro morsa, andando di pari passo con l’eliminazione di diritti, libertà, agibilità e il vero e proprio furto del futuro.

Insieme a questo intensificarsi dei mezzi di controllo abbiamo assistito anche ad una continua denigrazione mediatica dei giovani. Nulla di nuovo da quando esiste la stampa nel mondo occidentale ma negli ultimi anni ha delineato una vere e propria tendenza della retorica politica. I giovani “bamboccioni” da cacciare di casa di Padoa Schioppa, i giovani “troppo choosy” di Elsa Fornero e i “giovani che è bene non avere tra i piedi” di Giuliano Poletti. Tutte dichiarazioni di Ministri della repubblica a cui si aggiungono melense pseudo interpretazioni sociologiche di opinionisti da strapazzo sui “giovani di oggi”: smartphone-droga-musica è il leit motiv della denigrazione, oltre alla più affinata accusa di disinteresse per il mondo che li circonda e quindi apatia politica. Senza sottolineare nuovamente come i giovani siano in realtà motore delle più importanti rivolte moderne, possiamo anche dire che se i giovani hanno mostrato disinteresse verso la politica, la causa è forse da imputare ad uno stato falsamente democratico che non include i cittadini nelle decisioni.

Inquadrati in strutture sempre più coercitive, posti sotto l’attacco continuo dei media, i giovani vedono anche criminalizzati i loro comportamenti con una forza repressiva sempre più pervasiva e strumenti penali specifici e puntuali. Quei giovani che da sempre nella Storia si sono identificati in pratiche di ribellione all’autorità, che nella loro effervescenza hanno spesso portato avanti pratiche radicali di lotta e delegittimazione del potere e pertanto sono i primi soggetti da ingabbiare e controllare. Lo vediamo anche nell’attualità degli ultimi anni: da New York ad Atene, passando per Madrid e Il Cairo, sono stati i giovani a incendiare le metropoli e determinando rotture insanabili con l’establishment. Per questo la loro forza va repressa, controllata, disciplinata, lasciata sfogare in forme inoffensive o contro nemici mistificati.

Basti pensare alle misure anti-movida delle nostre città (come il comune di Lucca, e ne parlavamo qui) dove il consumo di alcol in vetro, la musica per strada, il consumo di droghe leggere hanno subito un’ondata di criminalizzazione e indignazione morale dalla parte più reazionaria della società (movimento delle spugnette a Milano, borghesia del centro storico a Bologna, Pisa, Lucca), tramutatasi in una normativa punitiva comune a molte città.

Ecco che entra in scena il concetto di degrado che si lega al concetto di decoro urbano ed è legittimazione di molte delle misure repressive urbane, che hanno ovviamente colpito prima di tutto i giovani. Sotto la propaganda anti-degrado, ovviamente ci finiscono tutte quelle misure repressive contro i poveri e contro i giovani. Pensiamo a Lucca, che ha visto negli ultimi anni un’estensione spasmodica dei circuiti di videosorveglianza, una vera e propria repulsione dei residenti verso i giovani (secchiate d’acqua, olio sugli scalini contro i bivacchi) e nuclei di vigili urbani dediti alla compilazione di multe contro musicisti di strada, poveri e giovani colpevoli di divertirsi. Recentemente è anche arrivato il plauso del Sindaco Tambellini al Ministro dell’Interno Minniti che propone il daspo(allontanamento dalla città) per episodi di vandalismo, siamo al totale follia, una scritta su un muro punita con il confino.

Va detto che questa giunta comunale non ci ha dato molto da sperare sul fronte delle politiche giovanili. Possiamo dire, che proprio in continuità con quanto fatto da sempre dalle giunte della Democrazia Cristiana o del centro destra, l’amministrazione PD non ha mosso un dito per i giovani. A Lucca i problemi, desideri e bisogni di quei 12 mila cittadini tra i 14 e i 29 anni(su 89mila abitanti) sono un tema totalmente ignorato da sinistra a destra, lo vediamo anche nel dibattito pre-elettorale. Non che i problemi lavorativi, di infrastrutture e diritti siano temi realmente affrontati ma quantomeno tengono banco, con tanti distinguo, su giornali e social media.

In cinque anni di amministrazione non c’è stato un singolo provvedimento inerente alle politiche giovanili, il sindaco Tambellini e l’assessore alle politiche giovanili Ilaria Vietina, non hanno mosso un dito se non in tema a loro giudizio strettamente collegato: quella della sicurezza. Ecco che riappare il tema del controllo e dell’ingabbiamento dell’effervescenza giovanile. Solo dal punto di vista della sicurezza la questione giovanile viene affrontata. In accordo con le forze di polizia ecco che si moltiplicano fogli di via per giovani beccati con qualche grammo di erba, provvedimenti come quello contro la movida, chiusura verso i collettivi che chiedono spazi (Madonne Bianche e BORDA!Fest entrambi le esperienze finite con lo sgombero) e una gestione dell’unica sala studio del centro (la biblioteca civica Agorà) raccapricciante, con ben due guardie armate che inutilmente vengono pagate per intimidire e controllare gli studenti dediti a prendersi una pausa dallo studio.

Proprio la biblioteca simboleggia oggi l’espressione di quel panico securitario di cui abbiamo parlato. Le istituzioni incapaci di rispondere alla complessità dei problemi rispondono solamente con chiusure repressive e intensificazione del controllo (a Bologna come a Lucca) e le criticità vengono espulse, allontanate, nascoste sotto il tappeto( sia chi dorme per strada cacciato con un foglio di via, o lo spacciatore che entra al civico 36 di via Zamboni o studenti troppo rumorosi dentro l’Agorà).

Concludendo possiamo sottolineare come i giovani siano sempre stati un problema per la stabilità del potere, proprio per la connaturata predisposizione allo scontro con l’autorità. Anche le forme di vandalismo, di ribellione pre-politica, e di micro-criminalità rappresentano delle forme ambivalenti di rifiuto e di resistenza al conformismo e alla violenza fisica e simbolica dei dominatori.

Per questo chi auspica un cambiamento sistemico deve puntare sulle energie giovanili, per questo, per lo Stato, è tanto fondamentale la delegittimazione, il controllo, la denigrazione e la repressione dei più giovani, e con essa la distruzione degli spazi pubblici propriamente detti, lo sgombero degli spazi sociali, le politiche urbane anti-movida e anti-bivacchi, l’aziendalizzazione della scuola e, pensando a Bologna, la propaganda che fa scontrare bravi studenti e fannulloni dei collettivi.

Ma ben lungi dalla vittoria contro la macchina della repressione, ricordiamoci di essere anche ben lontani dalla sconfitta. L’80 % di No che il mondo giovanile ha espresso all’ultimo referendum parla anche di questo, di una generazione potenzialmente ingovernabile e vogliosa di riscatto e di vendetta per tutto quanto subito, per il furto della felicità, per la distruzione del proprio futuro. Quando oltre al disagio quotidiano si aggiunge anche una calata di poliziotti in biblioteca, va a farsi benedire la retorica del degrado e della legalità, lo abbiamo visto con i duemila studenti nelle vie di Bologna. D’altronde come cantavano i Sex Pistols: “When there’s no future, how can there be sin ”. E aggiungiamo noi: ci avete rubato il futuro, ci prenderemo il vostro!

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