E a un dio fatti il culo non credere mai. Cosa accadde alla Sapienza di Roma il 17 febbraio del ’77

Riprendiamo oggi una testimonianza che racconta cosa accadde alla Sapienza di Roma il 17 febbraio del 1977. L’università era stata occupata da quel nuovo movimento che sarebbe stato protagonista di quell’anno. Il segretario della Cgil Luciano Lama venne a tenervi un comizio predicando una politica di austerità e sacrifici, nella direzione di quella pacificazione sociale che sul piano politico si rifletteva allora nell’appoggio esterno del Partito comunista al governo democristiano di Andreotti, il cosiddetto “compromesso storico”. La presenza di Lama, scortato da un folto servizio d’ordine del Pci e del sindacato, fu percepita come arrogante e intrusiva dal movimento degli indiani metropolitani e il suo comizio degenerò in degli scontri. Degli scontri la cui portata simbolica e politica furono enormi, evidenziando una frattura insanabile tra due mondi. La testimonianza che riportiamo è tratta dal bel libro di Nanni Balestrini e Primo Moroni,  L’orda d’oro 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, Feltrinelli 1997. Un testo che consigliamo ai nostri lettori di prendere, per scoprirvi le ragioni, la ricchezza e il fervore di quel decennio straordinario, su cui l’intero apparato politico-mediatico ha speso tutte le proprie energie per stendervi il velo dell’oblio e della condanna senza appello. 

“Dalla giornata in cui Lama fu cacciato dall’università io ho un ricordo molto brutto. Mi è rimasta nella mente un’immagine: un compagno del movimento che durante il fuggifuggi del servizio d’ordine del Pci aveva in mano un martello, e ha cominciato a rincorrere uno del servizio d’ordine del Pci, poi si è fermato, è tornato indietro, si è messo a piangere e si è abbracciato con dei compagni. è stato un momento di psicosi collettiva. Era la prima volta che c’era stato uno scontro così duro, che non era stato solo uno scontro ideologico, ma uno scontro fisico pesante.

Effettivamente da parte del Pci c’era stata una provocazione esplicita. Non ci sono dubbi sul fatto che voleva a tutti i costi ristabilire l’ordine nell’università, non fosse altro per il fatto che era venuto lì con un servizio d’ordine molto ben strutturato e pronto sia psicologicamente che fisicamente ad affrontare una situazione di scontro. Credo che tutti i compagni l’abbiano vissuta male quella giornata. Il servizio d’ordine del Pci aveva una chiara volontà di scontro, c’erano alcuni di loro che hanno subito cominciato a provocare pesantemente. Praticamente ci siamo trovati schierati su due fronti. Loro erano entrati in forze già la mattina presto e si sono messi dalla parte sinistra dove sta giurisprudenza, mentre i compagni stavano di fronte, dall’altra parte.
Finché c’erano questi schieramenti divisi e finché Lama ha cominciato a parlare non è successo niente di grave. C’era solo una contestazione verbale molto forte da parte dei compagni del movimento, soprattutto da parte degli indiani metropolitani. Dopo c’è stata una risposta molto violenta da parte del servizio d’ordine del Pci, che ha cominciato a farsi avanti facendo provocazioni piuttosto evidenti. Io sono sicuro che c’era qualche caso di padre e figlio che stavano uno da una parte e l’altro dall’altra, schierati su fronti diversi. Quello che è successo lo puoi leggere anche in chiave di scontro generazionale, di culture diverse che arrivavano allo scontro, e c’è di mezzo anche un fatto umano pesante. Erano dei contrasti che poi magari avevi anche a casa tua con tuo padre. Insomma finalmente eri arrivato a prenderti a schiaffi con tuo padre, finalmente e però anche drammaticamente.
L’impatto psicologico è stato fortissimo, non si trattava di un semplice scontro di linee politiche differenti, dietro c’erano dei problemi molto più grossi, come la figura del Pci, che è la figura del padre dell’ideologia che ti dovrebbe coprire e che invece ti tradisce.
Erano anni che ti stava tradendo, ti ha tradito con la legge Reale, poi ti ha tradito con progetti politici assurdi, che non potevi mai e poi mai condividere: il governo delle astensioni, la filosofia dell’austerità e dei sacrifici, il compromesso storico in una parola, e non è che queste cose poi non avessero dei risvolti pratici.
Poi c’è Lama che arriva lì in università con il suo megafono, anzi megamegafono, con il suo impianto di amplificazione assordante e comincia a parlare in questa roba roboante, con una potenza tale di suono, di frastuono che nessuno, anche se avesse potuto, avrebbe potuto ascoltare quello che stava dicendo.
Il movimento in quei mesi non si era sviluppato su un messaggio unidirezionale, ma su una rete di cento comunicazioni diverse che erano i cento linguaggi diversi, che erano i cento messaggi diversi incrociati tra di loro, come per esempio le scritte sui muri dell’università, che loro del Pci hanno cancellato con prepotenza. All’università, durante l’occupazione nessuno voleva affermare la sua volontà sugli altri, perché tutti si confrontavano non solo nelle assemblee, ma anche facendo scritte di tutti i tipi e nessuno diceva io qui sono egemone, anzi la prima cosa che ha fatto il movimento è stata quella di affermare con molta chiarezza e determinazione che non si volevano partiti guida o tentativi di egemonia da parte di nessuno né singolo né gruppo.
Invece Lama viene lì e quello che fa è dire: io vengo qui, prendo un megafono grande così e faccio un discorso che deve coprire, che deve annullare tutti gli altri discorsi, perché lui non è venuto lì a confrontarsi col movimento, è venuto lì a imporsi. Ecco, questo è stato subito chiaro a tutti i compagni del movimento, questo tutti quanti i compagni lo hanno vissuto come un atto autoritario, illegittimo, prepotente, violento, in linea con tutto quello che il Pci aveva già detto e fatto fino a quel momento nei confronti del movimento.
Non hanno voluto assolutamente che ci fosse il confronto, infatti non hanno accettato che i compagni del movimento potessero intervenire dopo il comizio di Lama, non hanno accettato nemmeno questa minima condizione. Lama è venuto lì dicendo: parlo io e basta. Volevano, con quello che facevano, costringere quelli che stavano lì a seguire un comportamento, una cultura che non avevano più nessuna logica.
Ricordo che Lama a un certo punto del suo comizio disse una cosa tipo “gli operai nel ’43 hanno salvato le fabbriche dai tedeschi e voi adesso dovete salvare le università perché sono le vostre fabbriche”. è chiaro che quello che diceva non c’entrava niente con quello che succedeva. Allora io ho pensato, tutti hanno pensato: ma perché tu devi venirci qua e dirci queste cose che con noi, con questo movimento non c’entrano più niente? Perché la verità è che tu non capisci più niente  e pretendi di pormi l’ultimatum: o sei con me o sei contro di me.
Quella mattina io ero arrivato all’università molto presto e c’erano già lì quelli del servizio d’ordine del Pci e del sindacato con i cartellini rossi appuntati sul bavero della giacca, che stavano cancellando le scritte che avevamo fatto sui muri esterni delle facoltà. C’erano degli uomini in tuta con dei pennelli e dei secchi di vernice bianca che coprivano le scritte. Lavoravano a squadre, c’era un silenzio allucinante.
Quello che ho immediatamente realizzato è stato che quello che copriva le scritte era uno che mi rompeva i coglioni. Su Lama, sul ’77 poteva succedere di tutto, io la pensavo in un modo, altri in altri modi, ma non tolleravo uno che veniva lì e cancellava le scritte, anche se su quelle scritte io magari non ero d’accordo. Il fatto è che in quella cosa, in quello che stava facendo, lui non era diverso dal primo poliziotto che ti capita di incontrare. Quello che stava facendo, cancellare le scritte, era un atto di violenza incredibile. E poi quelli lì li identificavi subito come gente che con l’occupazione non c’entravano niente, potevano essere tuo padre, era proprio tuo padre che veniva lì a riportare l’ordine, i papà con le panze. C’era una scritta che diceva: “I Lama stanno nel Tibet” e uno di questi  del Pci gridava incazzato: ma che cosa vuol dire? ma questi che cosa vogliono? Allora un compagno del movimento che era lì gli ha detto: vuol dire tutto e vuol dire niente, vai a chiederlo a chi l’ha scritto invece di cancellare senza neanche sapere perché, ma tu perché cancelli? ma chi sei?
Quelli del servizio d’ordine del Pci li vedevamo come persone adulte, come persone grosse, manovali, edili, gente che non c’entrava un cazzo. Mi ricordo che molti avevano gli impermeabili scuri e gli ombrelli, e mi ha colpito il fatto che nessuno di noi aveva gli ombrelli anche se piovigginava. L’ombrello era come la pipa. Li sentivi estranei, non c’era niente da fare. Quando sono scoppiati gli scontri ho visto lì in mezzo teste spaccate. Ma prima già questi del Pci dicevano: ‘sti figli di mignotta, in Siberia li dobbiamo mandare. Uno di questi io lo conoscevo, allora gli ho detto: ma abitiamo a cento metri, ma dove vuoi mandarmi?
Il palco di Lama era montato su un camion parcheggiato nel piazzale. In prima fila, di fronte al servizio d’ordine del Pci, ci sono gli indiani metropolitani che hanno su una scaletta un palchetto tipo carroccio, con un fantoccio in polistirolo e dei cartelli a forma di cuore con su scritto: “Vogliamo parlare” e “Lama o non Lama, non Lama nessuno”. Hanno visi dipinti, asce di gomma, stelle filanti, coriandoli, palloncini e qualche busta d’acqua che gettano sui componenti del servizio d’ordine del Pci, scandendo slogan ironici: “Sa-cri-fi-ci-sa-cri-fi-ci”, “Più lavoro, meno salario”, “Il capitalismo non ha nazione, l’internazionalismo è la produzione”, “Più baracche, meno case”, “è ora, è ora, miseria a chi lavora”, “Potere padronale”, “Ti prego Lama non andare via, vogliamo ancora tanta polizia”.
A un certo punto da sotto il carroccio degli indiani metropolitani si è vista alzarsi una nuova bianca, era stato uno del servizio d’ordine del Pci che aveva azionato un estintore, ho visto la nuvola bianca che si alzava sopra le teste intorno al palco che ha cominciato a ondeggiare, un ondeggiare continuo, confuso, poi gente che scappava da tutte le parti. Il servizio d’ordine del Pci è venuto avanti picchiando, volavano delle cose, sono cominciati a volare sassi e pezzi di legno. Di slancio quelli del Pci sono venuti avanti caricando fino alla fine della fontana. Ho visto i primi compagni del movimento che venivano portati via per le gambe e per le braccia, con le teste rotte, con le facce insanguinate. è stato scioccante per tutti vedere quei compagni conciati così, e quando il servizio d’ordine del Pci è tornato indietro verso il palco c’è stata la controcarica dei compagni del movimento, che si erano armati con quello che avevano trovato lì sul momento.
C’è stato il contrattacco, eravamo davvero incazzati, c’era la nostra gente con la testa spaccata. Il camion su cui stava Lama è stato capovolto, distrutto. In quel momento c’è stata la sensazione che qualcosa si era rotto, poteva essere la testa delle persone che conoscevi, io avevo la fidanzata che era della Fgci e in quel momento ho capito che si rompeva anche qualcosa che riguardava i miei affetti. Quello che stava succedendo in quel momento era chiaro: il sindacato e il Pci ti venivano addosso come la polizia, come i fascisti. In quel momento era chiaro che c’era una frattura insanabile tra noi e loro. Era chiaro che da quel giorno quelli del Pci non avrebbero più avuto diritto di parola dentro il movimento.
Avevano cercato, avevano voluto lo scontro per giustificare la teoria secondo la quale col movimento non si poteva dialogare. Quel giorno per loro vincere o perdere era la stessa cosa, non avevano niente da perdere perché ormai l’università occupata l’avevano già persa, l’università era ormai un fortino del movimento che loro dovevano espugnare in qualsiasi modo, ogni modo di “liberarlo” per loro era buono. Dovevano salvarsi la faccia rispetto alle istituzioni democratiche affermando che noi non solo non eravamo loro figli illegittimi, ma addirittura eravamo dei fascisti. Dovevano ribadire la loro capacità di gestire la situazione e che loro erano il partito della classe operaia e dei proletari, gli unici garantiti e mediatori, gli unici rappresentanti ufficiali in ogni conflitto. La loro logica è che se scoppia un casino lo gestisco io, sennò è merda.”
 
(Nanni Balestrini -Primo Moroni,  L’orda d’oro 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, Feltrinelli 1997, pp. 536-541)
 
“Ed ero già vecchio quando vicino a Roma a Little-Big-Horn
capelli corti generale ci parlò all’università
dei fratelli tute blu che seppellirono le asce
ma non fumammo con lui non era venuto in pace.
E a un dio fatti il culo non credere mai.”
 
(Fabrizio De Andrè – Coda di lupo)

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