Oltre il 25 Marzo: per rompere con questa UE bisogna rompere con la compatibilità.

Sabato anche da Lucca, come da tutta la Toscana e da tutta Italia, siamo scesi a Roma per la manifestazione contro il vertice UE lanciata dalla piattaforma Eurostop. Sono difatti trascorsi sessant’anni da quando furono siglati i trattati di Roma che istituirono la CEE (Comunità Economica Europea) che divenne poi, con il Trattato di Maastricht del 1992, semplicemente Unione Europea. Un cambiamento nominativo che ha malcelato la base puramente economico-commerciale di un’unione commerciale che, a dispetto della retorica sui decenni di pace e la libertà di circolazione che avrebbe garantito agli europei è stata sempre vuota di significato per i milioni di cittadini europei, è stata soprattutto una sovrastruttura costruita con lo scopo di adeguare le legislazioni di tutti gli Stati del continente ai dettami del neoliberismo, promuovendo privatizzazioni, interessi bancari e di grandi imprese,  compressione dei diritti del lavoro.

Un’istituzione che non solo ha contribuito a svuotare di potere la decisionalità dei singoli Stati (ci ricordiamo bene le lettere di commissariamento di Draghi che fecero schizzare in alto lo spread italiano allo scopo di detronizzare Berlusconi e implementare anche in Italia le politiche di austerità poi eseguite da Monti: le stesse elezioni vengono annullate di peso tanto c’è il “pilota automatico”) ma che opera in una cornice di assoluta illegalità. Basti pensare alla decisione di Draghi di chiudere le banche greche durante la crisi di giugno 2015, oppure al fatto che le stesse trattive che hanno imposto il terzo memorandum (leggesi “massacro sociale”) al governo di Syriza sono state imposte dall’Eurogruppo, un’assemblea dei 19 ministri delle finanze dell’area euro che non ha alcun fondamento giuridico in nessuno dei trattati della UE.

Il 25 marzo tutti i capi di stato dell’Unione Europea si sono riuniti per celebrare questo, una gabbia fatta di vane speranze, diritti su carta e interessi finanziari. A manifestare contro i padroni dell’Europa, durante la giornata, non c’era solo chi preme per una rottura con l’istituzione europea da un punto di vista di classe (Rete dei comunisti, Eurostop, Usb, Infoaut, Globalproject ecc.) c’era pure la sinistra istituzionale (CGIL, Sinistra Italiana, UIL, COBAS, Arci, alcuni centri sociali e la piattaforma Diem25 della ‘superstar’ Yanis Varoufakis) che sfilava per “un’altra Europa”. Non potevano mancare i movimenti federalisti pro-UE e la destra “sovranista” che cavalca l’onda anti-immigrazione.

Per quanto il fatto che le destre antieuropeiste chiedano il ritorno allo Stato-nazione e alle frontiere chiuse possa spingere a vedere nella UE un baluardo della libertà di circolazione, non c’è niente di più ingannevole. Abbiamo già visto che il trattato di Schengen è stato più volte sospeso a discrezione dei singoli Stati (basti pensare ai blocchi delle frontiere sul Brennero e a Ventimiglia verificatisi l’estate scorsa), senza contare che per anni (e tuttora), l’UE ha delocalizzato la gestione dei propri confini affidando a Stati come la Turchia il blocco, l’arresto e la deportazione dei migranti. Come a proposito del diritto alla salute, al lavoro, alla casa e alla dignità, c’è ben poco di garantito per chi non ha niente, dentro questa Unione Europea devono circolare solo le merci e la “generazione Erasmus”.

La natura anti-democratica e autoritaria dei vertici di questa Europa, la distruzione sistematica dei diritti e la tutela solo degli interessi capitalistici è ormai un fatto incontrovertibile. Dieci anni di crisi economica, o meglio di governo della crisi come strumento di ristrutturazione in senso neoliberista – perché c’è da poco da prendersi in giro, una crisi è un fenomeno straordinario e saltuario: qui siamo di fronte a uno stato di eccezionalità permanente che giustifica la macelleria sociale, ma che altro non è la quotidianità del sistema capitalistico lasciato senza freni – ci hanno dimostrato che le misure di austerità dettate dal vincolo di stabilità, fino al pareggio di bilancio in costituzione, hanno come scopo principale quello di cancellare diritti del lavoro e il welfare state per aumentare la competitività e gli investimenti esteri, senza peraltro aver prodotto alcuna sostanziale ripresa dell’economia e dell’occupazione.

Nessuna “Europe for all” quindi, non dentro l’UE, non con questa moneta unica. L’Europa dei muri e dei debiti pubblici da ripagare a costo di produrre massacri sociali, questa è l’unica Europa che abbiamo sotto gli occhi, non ce ne è un’altra possibile.  Se la natura oppressiva delle istituzioni europee è ben chiara, molto meno lo è l’inevitabile ipotesi di rottura che molti, succubi della narrazione europeista, giudicano catastrofica, salvo essere smentiti dalla realtà (come sta la gran Bretagna dopo la Brexit? E come sta invece la Grecia ancora dentro la Ue?). Ma il corteo promosso sabato scorso da Eurostop e dai movimenti e territori per il No sociale ha dimostrato che la rottura della gabbia chiamata Unione Europea rappresenta un’esigenza inderogabile e ineludibile.

La riformabilità delle istituzioni europee è un sogno che proprio la socialdemocrazia ha seppellito. Seppellito in quanto è stato proprio il centro-sinistra europeo, dagli anni Novanta fino a oggi, la principale forza costruttrice di questa Ue, prima traghettando i rispettivi paesi nell’eurozona e poi  sostenendo le scellerate scelte della troika, abdicando definitivamente alla propria tradizione di partiti vicini agli interessi dei lavoratori e mettendo a regime quelle politiche neoliberiste che le destre non erano riuscite ad approvare (si vedano le svolte di Spd, Labour, Pds-PD, Ps).

Il sogno europeo trasformatosi in incubo si è manifestato in tutta la sua funesta chiarezza con l’umiliazione imposta alla Grecia nel 2015. Neppure il governo di Syriza, con il suo largo consenso, caso più unico che raro per una piattaforma sulla carta così radicale, nonostante un risultato straordinario al referendum (60 % di No all’austerità) si è dovuta piegare ai rapporti di forza brutali imposti dalla Germania e dagli altri falchi del Nord Europa. La forza di un conflitto sociale dirompente che attraversato per anni le piazze greche si è scontrata contro il muro dell’irreformabilità dell’UE da un lato e con l’impreparazione del governo Tsipras di fronte all’ipotesi di una Grexit.

Il fallimento contemporaneo delle ipotesi social-riformiste sta tutto lì: nel sogno utopico di stare dentro l’UE senza essere costretti ad adottare politiche di austerità e nel sogno ancor più utopico di riformare la società dentro le istituzioni di democrazia rappresentativa. è qui, su questo che fare?, che siamo chiamati a dare risposte, partendo dalla piazza di sabato.

Nonostante il clima di terrore respirato in queste settimane, fatto di panico orchestrato ad arte dai media, controlli a tappeto dell’apparato Digos e allarmi di pericolo jihadista associato all’immancabile spauracchio dei black bloc, sabato sono comunque scese in piazza 10mila persone del fronte No Ue, lontane sia dal sovranismo delle destre sia dal carrozzone delle sinistre europeiste fuori tempo massimo. Un corteo perlopiù militante, con dei numeri ancora molto lontani da una dimensione di massa, e tuttavia molto più alti di qualsiasi altro corteo della giornata e che rappresenta un punto di partenza importante nella costruzione di un fronte anti-Ue che metta al centro il protagonismo delle lotte sociali che vivono nei territori: le lotte contro le Grandi Opere, contro lo sfruttamento del lavoro, contro l’aziendalizzazione dell’università, per strappare a chi ci sfrutta e ci affama casa, reddito e dignità.

Il dato più significativo di tutta la giornata di sabato, quello su cui tutti i media mainstream e i cosiddetti “sinceri democratici” hanno taciuto è tuttavia un altro: il profondo salto di qualità nella repressione del diritto a manifestare imposto dal nuovo corso del ministro degli Interni Minniti.

Ci siamo infatti trovati di fronte un dispiegamento di forze di polizia mai visto: per la prima volta controlli sistematici per tutte le vie di accesso al centro urbano, perquisizioni di decine di pullman che hanno portato alla segregazione di 150 persone al commissariato di Tor Cervara, ree di indossare degli indumenti scuri e di avere un “orientamento ideologico” indesiderato. Per 26 di loro sono stati inoltre emessi dei fogli di via da Roma per 3 anni, sempre con la scusa di avere dei K-way neri. è la nuova legalità di Minniti, quella del garantismo invertito: si è colpevoli fino a prova contraria, presunti indizi sono già delle prove per limitare la libertà di movimento e il diritto di manifestazione.

Veri e propri provvedimenti da regime, in questo caso guidato dagli apparati del Partito Democratico ma emanazione dell’ordine europeo, dove tutte le manifestazioni di dissenso (siano sforamenti del patto di stabilità o cortei radicali) devono essere ricondotte a forme di compatibilità, quindi nell’oblio mediatico e nell’innocuo recinto della poca libertà di espressione di posizioni e rivendicazioni controcorrente che ci viene consentita. Non sono mancate neppure le provocazioni, come ad esempio quando il corteo che pacificamente si avviava verso la sua fine è stato tagliato in due dalle Fdo, con lo spezzone di coda accerchiato e bloccato per circa mezzora.

Un precedente che rischia di imporre rapporti di forza più sfavorevoli del passato, che ci dice tanto sulla potenza che non siamo riusciti a mettere in campo e sull’urgenza di rompere con questa UE che governa manu militari anche gli scenari di lotta e che appresta nuove forme di disciplinamento e controllo.

C’è poco di che essere felici ovviamente, un corteo che rimane forzatamente nei binari impressi dal Ministero degli Interni tanto sul percorso che nelle pratiche come può sognare di imporsi come soggetto di rottura?

Non possiamo infatti accontentarci di un’autorappresentazione di soggettività politiche, per quanto sabato e i numeri e la pervasività dell’apparato poliziesco ci hanno confinato a questo. La rottura con questa UE è prima di tutto rottura con le compatibilità dettate dalla controparte e capacità di costruire entusiasmo e potenza, di imporre rapporti di forza di massa e radicali. Essere ingovernabili è, prima che uno slogan, una necessità materiale e politica. Questo ci serve per essere rivoluzionari: essere ingovernabili, usare tutta la nostra forza e la nostra intelligenza per rompere con gli schemi che le forze della repressione si aspettano da noi e che sono capaci di prevedere e depotenziare.

La nostra sfida si impone anche sul terreno locale dei G7 sparsi per il territorio, che ci daranno scenari molto simili, lo vediamo già a Taormina dove si è imposta una zona rossa su tutto il centro. Ancora una riprova che le scelte di ordine pubblico, dietro la presunta facciata tecnica, sono mosse politiche volte a togliere agibilità e visibilità ai movimenti, che vengono espulsi dai centri di potere e di comando, sempre più irraggiungibili e sempre più controllati con apparati di sicurezza orwelliani. Una strategia messa quotidianamente all’opera nei centri metropolitani come quello romano sia nei piccoli centri come quello di Lucca dove solo i residenti e i turisti con portafogli pieni devono essere ammessi, mentre i comportamenti dei poveri e dei giovani devono essere criminalizzati, repressi e posti sotto l’etichetta del degrado.

La mobilitazione lucchese contro il G7  è ovviamente un primo e importante appuntamento che va colto. E se il corteo del 10 Aprile contro i sette ministri degli affari esteri vedrà una riproposizione di questo 25 Marzo, della repressione in salsa europea, tocca a noi il compito (arduo) di non farci costringere nella marginalità della sfilata o nella trappola poliziesca, ma di porre una critica radicale ed efficace contro i vertici del comando mondiale.

Di fronte al clima di repressione crescente, i giovani, i migranti, i precari, i lavoratori sono chiamati a prendere posizione, a mettersi in gioco riempiendo le piazze, a prendersi ciò che non ci daranno mai gli appelli a dei diritti democratici ormai morti. O avremo la forza e i numeri per fare questo, o l’alternativa che ci aspetta è quella di rassegnarsi a un presente di impotenza e a un futuro di miseria e sottomissione. Oggi più che mai, chi pensa e vede deve agire.

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