Ancora sulla contestazione al G7, il comunicato e le valutazioni del comitato promotore

Riprendiamo dalla pagina Lucca contro il G7 un secondo comunicato uscito ieri in merito alla contestazione al G7 e a seguire una serie di valutazione più analitiche da parte degli Antagonisti Lucchesi sul percorso che ha reso possibile quella giornata, i suoi limiti e i suoi punti di forza, e sulle prospettive di ulteriore sviluppo della conflittualità che può aprire.

DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI VIOLENZA

Per settimane, man mano che il G7 si avvicinava, abbiamo sentito parlare di possibili devastazioni e saccheggi, abbiamo letto del “pericolo antagonisti” che avrebbero distrutto tutto, delle migliaia di poliziotti che avrebbero dovuto contenere manifestanti-pazzi-terroristi, abbiamo subito un vero e proprio terrorismo mediatico. Una narrazione completamente smentita dalla presenza di piazza che è stata attraversata da studenti, lavoratori, precari e disoccupati determinati a contestare radicalmente gli assassini che si sono riuniti a Lucca e a non sottostare a divieti ingiusti.

Poco altro da aggiungere su questo, se non quello che ci dicono i video invece che le dichiarazioni della polizia che trasudano menzogne. Abbiamo scelto di mostrare chiaramente la nostra intenzione di entrare in città, che con una decisione senza precedenti, ci era stata vietata e riservata a coloro che vengono a Lucca per programmare nuovi bombardamenti (come ha fatto il governo Trump giusto ieri). Nessun assalto, nessuna devastazione da parte nostra, se non la decisione di mettere i nostri corpi disarmati per affrontare la selvaggia violenza poliziesca che ha manganellato senza ritegno per oltre un chilometro chiunque capitasse a tiro, compresi passanti e una donna in carrozzina.

Se ci siamo mossi contro un divieto è stato per dimostrare la nostra indisponibilità a subire un’occupazione militare come quella che è si è verificata a Lucca il 10 e 11 aprile. Hanno fatto del centro storico un deserto e l’hanno chiamato vetrina.
È violenza disobbedire a un’imposizione ingiusta? E’ violenza protestare contro chi semina guerre e povertà in tutto il globo? O forse la vera violenza è quella dei manganelli, le bombe sganciate con l’assenso del nostro governo, il saccheggio delle risorse di altri paesi, le stragi di innocenti che abbiamo contestato? Crediamo che i bombardamenti smetteranno mentre attendiamo davanti al televisore? O che ci daranno più diritti sociali mentre ci negano anche di muoverci liberamente nella nostra città?

Forse è giunto il momento che la vera violenza, quella che subiamo ogni giorno come studenti in scuole senza fondi o sfruttati in posti di lavoro precari o come disoccupati alla ricerca di un futuro, nei tagli alla sanità, nelle grandi opere che devastano i territori, cominciamo a rispedirla al mittente.
Con tutto questo, con le passerelle del Pd, con i 300.000 spesi per l’accoglienza ai seminatori di morte, con chi propone mozioni a sostegno dei macellai in divisa che ci hanno caricato e con i “sinceri democratici” che non hanno speso una parola di indignazione per la violenza che abbiamo subito, non abbiamo nulla a che spartire. Abitiamo due mondi differenti e incompatibili. E come abbiamo fatto lunedì, sempre vi combatteremo, fino a rovesciarvi.

Lucca contro il G7

 


 

LA DIGNITA’, LA RESISTENZA, LA SPINTA. SUL SIGNIFICATO POLITICO DEL 10 APRILE A LUCCA

 

Ci siamo presi alcuni giorni di tempo per discutere collettivamente sulla contestazione al G7 lucchese, sulla composizione della piazza di lunedì, sul percorso che l’ha preparata e costruita, sulle prospettive che questa giornata ci può aprire e che dovremo essere capaci di cogliere.

Pensiamo che sia una buona pratica, dopo un passaggio che giudichiamo politicamente importante, collettivizzare determinati livelli di riflessione, rivolgersi a chi ha condiviso con noi un certo momento o la ha guardato con interesse e simpatia (dentro e fuori Lucca), essere capaci di depositare anche nell’analisi la qualità e la forza che hanno contraddistinto le nostre pratiche. La comprensibilità e credibilità di un’opzione politica di trasformazione radicale dell’esistente, la sua praticabilità e la sua attrattività, pensiamo passi anche da questo.

La necessità di una presa di parola

Fin da quando a fine gennaio abbiamo saputo che si sarebbe tenuto a Lucca il G7 dei ministri degli esteri, sapevamo che non sarebbe stato affatto semplice costruire una mobilitazione sulle questioni internazionali della guerra e delle migrazioni. Il movimento no-war è ai minimi storici, i conflitti in Medio-Oriente, le stragi jihadiste nelle capitali europee, la sofferenza dei migranti che cercano di salvarsi raggiungendo le nostre coste, lasciano un senso diffuso di impotenza, sgomento, rassegnazione. E, nella melassa delle nuove forme della guerra globale, diffusa e permanente, un grande senso di confusione che si riflette anche al nostro interno, nella carenza di dibattito e di analisi che riguarda le aree militanti.

Presi dal senso di impotenza finiamo spesso con l’essere sopraffatti dall’orrore o dalla fretta di prendere posizione dentro un campo in cui i contendenti sono tutti nostri nemici. Fatichiamo a costruire un solido discorso autonomo e di parte contro la guerra che esca dalla polemica social, a indicare una prospettiva di mobilitazione, a connettere i piani della lotta alla guerra e quello della lotta alla crisi. Noi, nel nostro piccolo, ci abbiamo provato.

La due giorni di incontri e dibattiti su immigrazione e guerra dell’8-9 aprile ha unito momenti di analisi e di interpretazione più complessiva e di lungo periodo su questi macro-fenomeni (grazie in particolare ai preziosi contributi di Emilio Quadrelli e alla testimonianza di Davide Grasso) con momenti di incontro fra realtà di lotta: dai migranti protagonisti nei conflitti per il diritto all’abitare, nei magazzini della logistica e nelle campagne del Meridione, fino ad arrivare ai movimenti che dalla Sardegna alla Sicilia a Vicenza combattono contro le basi militari Nato.
Articolare un discorso e indicare le gambe su cui dovrà camminare. Può essere ancora poco rispetto alla gravità degli scenari che abbiamo di fronte e al nostro ritardo. Ma è la materia che abbiamo, e da questa dobbiamo per forza di cosa partire per metterci in movimento. Come abbiamo fatto il giorno dopo.

Una piazza difficile, una scommessa vinta

La costruzione della mobilitazione lucchese ha presentato tutte le difficoltà già verificate a Roma il 25 marzo nella manifestazione contro il vertice UE. Un progressivo aumento dei divieti rispetto alla possibilità di manifestare, una città pesantemente blindata sfruttando al massimo la sua conformazione naturale, la creazione sistematica di un clima di terrore rispetto alla minaccia di presunte devastazioni e violenze, il sempre presente spettro del terrorismo. Il G7 si è configurato come una vera e propria occupazione militare del centro storico, completamente desertificato: aree interdette ai comuni cittadini, abitanti e lavoratori costretti a dotarsi di un pass e a sottoporsi a identificazione obbligatoria, negozi chiusi. Una scia di disagi che tuttavia solo in piccola parte, per il “cittadino medio”, si è trasformata in rifiuto di ciò che il G7 rappresenta e in esigenza di manifestare. Queste dunque le difficoltà di partenza tra cui, non da ultimo, una mobilitazione da produrre in un giorno lavorativo.

Considerato tutto questo, riteniamo che la manifestazione del 10 aprile, costruita sul livello regionale, abbia portato in piazza una partecipazione importante e assolutamente dignitosa (oltre 600 persone) che non si è fatta intimidire e che è scesa in piazza determinata, mossa dalla necessità di una presa di posizione di fronte a una guerra che rischia da un momento all’altro di farsi più vicina di quanto non sia adesso. I diversi interventi che si sono succeduti durante il corteo si sono contraddistinti per animosità, denunciando con fermezza i divieti e la militarizzazione della città e indicando la necessità di contrapporsi ai signori della guerra e dello sfruttamento, raccogliendo applausi, entusiasmo e condivisione rispetto a questa prospettiva.

Il tentativo di violare la zona rossa e di entrare in città nei pressi di Porta San Jacopo dietro una rete ha così potuto avere una comprensibilità e una complicità ideale da parte di tutte le componenti del corteo, che è riuscito a non disperdersi e a ricompattarsi dopo le ripetute e brutali cariche della polizia. Di fronte all’orrore quotidiano dei bombardamenti e delle stragi in Medio Oriente, di fronte al rischio di una nostra assuefazione, di fronte alla provocazione di invitare a Lucca anche i rappresentanti di Stati canaglia come la Turchia del dittatore Erdogan e i paesi del Golfo finanziatori dell’Isis, non potevamo permetterci una semplice sfilata. Occorreva mandare un segnale chiaro, dare un’indicazione di conflitto. E siamo stati capaci di farlo.

Un risultato che riteniamo importante non solo per Lucca, non solo per la Toscana, ma per tutta Italia, specie dopo l’addomesticamento dell’ultima piazza romana e l’aumento ulteriore della repressione prefigurata dal Decreto Minniti. Perché, nonostante tutto, al netto di alcuni aspetti organizzativi legati alla gestione e alla tenuta della piazza su cui possiamo e dobbiamo migliorare, si può e si deve ancora esprimere il conflitto e indicarlo come mezzo di riscatto, costruire su di esso un orgoglio di parte, un immaginario e una prospettiva di ricomposizione. La soddisfazione che si respirava al termine del corteo, la convinzione di aver fatto l’unica cosa giusta da fare, di essere tornati a casa più forti e compatti di prima nonostante le ripetute cariche che abbiamo subito, pensiamo siano lì a dimostrarlo.

La loro repressione, la nostra solidarietà

Circa la gratuità e la brutalità della violenza poliziesca in piazza, i video che tutti hanno potuto vedere parlano da soli. Una violenza che certamente non sorprende la comunità dei militanti, abituati a vedere questi livelli di repressione in altri contesti, ma che per una componente del corteo nuova a queste dinamiche (parliamo dopotutto di un territorio che ha visto molto di rado delle cariche in piazza) deve essere stata vissuta con comprensibile paura. Quella stessa paura che ha spinto molte persone che magari sarebbero scese volentieri in piazza con noi a rimanere a casa.
Come far sì che tutto ciò non si traduca in una minore partecipazione alle manifestazioni future?

Pensiamo si tratti di un interrogativo cruciale, che non riguarda solamente le realtà che hanno attraversato la piazza di Lucca, ma tutte le soggettività che si propongono di produrre conflitto sociale nella attuale congiuntura, priva di movimenti di massa (con l’importantissima eccezione di Non una di meno). La questione si può ridurre a questo interrogativo, formulato già da alcuni compagni nelle analisi post 25 marzo: è possibile oggi, negli attuali rapporti di forza, tenere dentro nello stesso momento partecipazione, solidarietà popolare e conflittualità militante?

Noi pensiamo che sia possibile, ma ciò impone ai militanti di dare un peso adeguato, nella preparazione di una manifestazione che voglia essere conflittuale, alla questione della messa in sicurezza (per quello che possono consentire i numeri e i rapporti di forza, questo è chiaro) di quelle parti del corteo meno preparate a una dinamica di scontro. Impegnarsi dunque nel dissipare e contrastare nelle persone che vogliamo far scendere in piazza (e anche in noi stessi) il clima di terrorismo psicologico che subiamo dalla controparte, ma anche adottare delle forme di stare in piazza che rendano qualitativamente distinta e riconoscibile la presenza organizzata dei compagni e delle compagne, allo scopo di dare una maggiore sicurezza, reale o quantomeno psicologica, al resto dei partecipanti a una manifestazione. Non sottovalutiamo questo aspetto.

Ciò detto, è importante sottolineare una cosa importante, forse la nota più bella della piazza di lunedì: la solidarietà. Dopo le cariche ci siamo ricompattati e siamo tornati in circonvallazione bloccandola per altre due ore, finché tutti i compagni e le compagne fermati non sono stati rilasciati/e. Si parte e si torna insieme non è uno slogan, deve sempre essere la cifra caratteristica del nostro stare in piazza. E lunedì siamo stati di parola.

Nei giorni successivi, inoltre, nessuna delle componenti che hanno attraversato la manifestazione si è dissociata da noi e dalle pratiche che abbiamo adottato. La divisione tra buoni e cattivi manifestanti sembra una strategia non più in grado di attecchire nel nostro campo, forse più ristretto ma sicuramente più compatto. Non attecchisce perché il pacifismo come principio aprioristico, all’altezza della fase che attraversiamo, non è più riconosciuto come un’opzione politicamente praticabile e dotata di efficacia. Il confronto numerico tra la nostra manifestazione e le poche decine di persone che in contemporanea al corteo hanno dato vita in città a un flash mob pacifista è lì a confermarlo. La questione non è più la moralità delle pratiche, ma la loro efficacia e la loro chiarezza nei termini di indicazione di una contrapposizione reale a dei nemici. è un passo in avanti importante che, per quanto lentamente, si sta consolidando.

Parlando di solidarietà, non possiamo non fare cenno a quello che è stato sicuramente il vero punto di forza del corteo, la sua spina dorsale: l’apporto generoso che le realtà di lotta e i collettivi antagonisti toscani hanno dato alla nostra piazza. Un apporto che si è sentito in positivo anche nel momento dello scontro e che è frutto di un importante percorso di coordinamento regionale che da alcuni mesi ci ha visto condividere diversi momenti di confronto collettivo e di crescita politica, dalla battaglia per il No sociale al referendum fino alla piazza di Lucca. Un’esperienza in cui come antagonisti lucchesi abbiamo creduto e crediamo fermamente, sperando che percorsi unitari analoghi, costruiti non in base alla sommatoria di strutture ma sulla definizione di pratiche e orizzonti strategici comuni, possano darsi anche in altre regioni.

Si tratta di una forza di cui la nostra controparte è ben consapevole e che cercherà di disarticolare. I fogli di via promessi dal nuovo questore di Lucca Vito Montaruli all’indomani del corteo mirano esattamente a questo. Di fronte a questa prospettiva e alla messa a regime del decreto Minniti e della gestione delle piazze sperimentata il 25 marzo a Roma, non possiamo che prepararci a dare un’unica risposta, nel solco di quanto abbiamo fatto lunedì: non accettare i divieti, tracimare dai margini di compatibilità.
Non sarà una sfida semplice e dovremo elaborare le forme per farlo con intelligenza, determinazione e capacità di coinvolgimento al di fuori delle nostre cerchie. Ma è l’unica strada praticabile se non vogliamo autocondannarci alla marginalità e all’addomesticamento, e su questo pensiamo che tutte le realtà di movimento, non solo in Toscana, siano chiamate a confrontarsi e ad aiutarsi con spirito di solidarietà, perché è in gioco l’agibilità politica di tutti noi.

Chi c’era, chi non c’era

Qualche parola sulla composizione della piazza di lunedì, sulle soggettività che c’erano e su quelle che sono mancate. Sul protagonismo in termini numerici e qualitativi della dimensione regionale abbiamo già detto. Per quel che riguarda la partecipazione da Lucca, nonostante il lunedì lavorativo, abbiamo visto una buona partecipazione da parte di persone di più generazioni, oltre a un’ottima prova di compattezza dell’area militante lucchese che ha dato una risposta adeguata alla chiamata.
è sostanzialmente mancata invece una partecipazione massiccia e riconoscibile a colpo d’occhio della componente migrante e di quella studentesca, nonostante gli sforzi fatti. Un’assenza che si spiega molto probabilmente, almeno per buona parte, alla luce del clima di paura a scendere in piazza che ha determinato delle forme di repressione preventiva e di “tutela” (in famiglia o nelle strutture di accoglienza). Dato l’investimento strategico che dobbiamo fare su queste due componenti per lo sviluppo della lotta di classe, il problema dell’inceppare a monte la macchina repressiva della paura si ripropone, nell’ottica di cui parlavamo sopra.

Nel nostro territorio, non siamo ancora riusciti in questi anni a creare dei veri e propri percorsi di contrapposizione di classe sui bisogni primari (casa, lavoro, reddito, sanità) capaci di durare e di aggregare politicamente pezzi di proletariato italiano e migrante che risiede nei quartieri popolari e lo si è visto anche lunedì in termini di mancanza di spezzoni organizzati. E tuttavia, a dispetto di chi crede che solo su un piano inizialmente vertenziale si possa dare una ricomposizione di soggetti da portare poi a un livello di politicizzazione più alto e generale, ci viene da dire che al contrario, in territori come il nostro, le cose vanno in maniera opposta: ci si ricompatta su piani già alti, immediatamente politici, in singole giornate di contrapposizione, e ci si pone poi il problema di dare a questi momenti continuità nel tempo e radicamento nel corpo sociale. Dalla giornata di lunedì, pensiamo di uscire rafforzati nel proseguire su questa direzione.

10 giugno-10 aprile. La traiettoria di un antagonismo in formazione

Dobbiamo sempre tenere insieme i due tempi dell’agire politico: evento e processo. Il primo senza il secondo condanna il conflitto a restare un punto isolato, il secondo senza il primo a non fare salti, a non decollare mai. Prendiamo dunque due date, due eventi, per provare a rendere conto di un processo che c’è nel mezzo, che fa della giornata di lunedì, per l’appunto, qualcosa di diverso da un punto isolato, rendendola invece un’occasione di rilancio in avanti del conflitto.

Lo scorso 10 giugno a Lucca la passerella in città del premier Renzi fu rovinata da un corteo di 150 persone convocato in appena tre giorni. Quella che molti credevano sarebbe stata una semplice sfilata si è trasformato in un tentativo di portare la rabbia di una composizione giovanile e precaria contro il principale responsabile del governo autoritario e neoliberista della crisi, delle politiche di impoverimento, precarizzazione e sfruttamento del lavoro. Il nostro mondo contro il loro, e a separarci, ancora una volta, una rete dietro cui abbiamo spinto. La polizia ci ha caricato, ed erano anni che a Lucca non si vedeva una cosa del genere. Un momento di conflittualità importante, capace di ottenere un consenso vasto e di intercettare un umore di rabbia diffuso contro il PD e tutto ciò che questo rappresenta.

Da quella data, fino al percorso che ha costruito la tre giorni di contestazione al G7, ci sembra che stia in mezzo un processo di accumulo di soggettività militante e di maggiore definizione di una progettualità strategica in senso antagonista. La nascita di un sito di informazione e di analisi politica come il Tafferuglio, la scelta di dare vita a un collettivo di lotta per la casa per provare a misurarsi sul terreno dei bisogni, una ricomposizione tra diverse generazioni di compagni e compagne ottenuta grazie a momenti di discussione e di crescita politica collettiva, alcune letture condivise, l’adesione all’assemblea regionale delle realtà antagoniste toscane, fino a una maggiore partecipazione alle mobilitazioni nazionali del movimento, a partire dal percorso per il No sociale al referendum del 4 dicembre… Tutti questi elementi presi insieme, definiscono la traiettoria di una soggettività antagonista in formazione e più consapevole di se stessa, dei propri interessi, dei propri metodi e della propria forza. Ed è in gran parte grazie a questo processo che è stato possibile misurarsi con un appuntamento impegnativo come quello del G7, e riuscire ad esserne all’altezza.

E da qui ripartiamo. Più forti, entusiasti e determinati di prima, con l’intento di muovere guerra a chi ci opprime e a chi ci sfrutta, alle loro guerre e alle loro crisi, sempre in direzione ostinata e contraria alla barbarie dello stato di cose presente.

Antagonisti Lucchesi

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