Fra lotte sociali e tentativi di rappresentanza. La riflessione di un candidato di LCC verso le comunali di domenica

Domenica 11 giugno si terranno anche a Lucca le elezioni comunali, dopo cinque anni di amministrazione di centro-sinistra guidata da Tambellini, che decide di correre per il rinnovo. A sfidarlo una pluralità di candidati che occupano perlopiù il campo del centro e della destra: da Fabio Barsanti di CasaPound al centro-destra di Remo Santini, dalla Lega Toscana di Ilaria Quilici alla candidatura di Donatella Buonriposi, fino al M5S e alle liste che sostengono il fuoriuscito dal Pd Matteo Garzella. In questo quadro decisamente orientato a destra che ha determinato l’agenda politica di questa campagna elettorale, la candidatura a sindaco di Marina Manfrotto, sindacalista dell’USB sostenuta dalla lista Lucca Città in Comune, rappresenta un’eccezione (a questo link potete trovare il programma completo).

Abbiamo richiesto ad alcuni dei candidati che hanno attraversato a vario titolo e in periodi diversi il ciclo di lotte sociali che dal 2012 si sono date a Lucca (a partire dalle scuole, per l’autogestione degli spazi sociali e contro le politiche neoliberiste promosse dal PD) che cosa ne pensassero del rapporto da sempre controverso tra lotte sociali antagoniste (e, in prospettiva, rivoluzionarie) e rappresentanza elettorale con lo scopo di offrire degli elementi utili per decidere se astenersi o andare a votare a chi in questi anni ha animato, ha partecipato o ha guardato con simpatia a quel ciclo di lotte. Ospitiamo qui di seguito il contributo di Gianluca Chelini, candidato consigliere comunale per Lucca Città in Comune.

Gianluca Chelini nasce a Lucca nel 1990. Compiuti studi musicali (diploma in violino) si avvicina alla musicologia conseguendo la laurea triennale in questa disciplina presso l’Università degli Studi di Pavia. Dal 2013 studia antropologia della musica presso l’università “La Sapienza” di Roma interessandosi nello specifico di dinamiche di globalizzazione musicale con particolare attenzione alle esperienze di indigenizzazione di generi musicali globali e al rapporto tra musica e turismo nel sud est asiatico. Ha fatto parte del Collettivo Torpedo nel 2013, in coincidenza con l’occupazione e l’autogestione della Polisportiva Madonne Bianche.

 Per il superamento della divisione tra lotta e rappresentanza

«Forse ti meraviglierai di vedere che io, astensionista deciso ed appassionato, spinga ora i miei amici a farsi eleggere deputati. Glì è che le circostanze e i tempi sono mutati. Anzitutto i miei amici, cominciando da te, si sono talmente agguerriti nelle nostre idee, nei nostri principi, che non c’è più pericolo che possono dimenticarli, mortificarli, sacrificarli, e ricadere nelle loro antiche abitudini politiche. E poi, i tempi sono diventati talmente seri, il pericolo che minaccia la libertà di tutti i paesi talmente formidabile, che bisogna che ovunque gli uomini di buona volontà siano sulla breccia, e che i nostri amici soprattutto siano in una tale posizione che la loro influenza diventi quanto più efficace è possibile. Cristoforo (Fanelli) mi ha promesso di scrivermi e di tenermi al corrente delle vostre lotte elettorali che m’interessano al massimo grado».

Michail Bakunin

 

La citazione di questa lettera di Bakunin all’anarchico Carlo Gambuzzi è riportata in un breve scritto teorico di uno di quelli che considero tra i punti più alti del pensiero libertario italiano, Camillo Berneri. E’ grazie a questo breve scritto che, personalmente, ho costruito molte delle mie idee sul rapporto tra lotta e rappresentanza, soprattutto quando, appena “iniziato” ad un linguaggio politico come quello antagonista, percepivo con chiarezza la forte ambiguità tra un progetto politico rivoluzionario ed uno che cerca di muoversi all’interno degli schemi politici “borghesi”. L’ambiguità era, ovviamente, soprattutto personale, dal momento che percepivo la necessità di uscire dall’idea della rappresentanza come unica via del cambiamento possibile, ma allo stesso tempo una sorta di zavorra mi manteneva ancorato a qualcosa di “noto”, una specie di horror vacui dal quale ho provata a risollevarmi attraverso una riflessione sul ruolo che lotta e rappresentanza possono avere nella fase storica attuale. Forse c’è, in questa sola affermazione, materiale per una psicanalisi, o più semplicemente per le offese di alcuni compagni che potrebbero tacciare la mia posizione come, in definitiva, borghese. Ma il punto della discussione è ovviamente un altro, e dunque tornerò ancora un attimo sullo scritto di Camillo Berneri[1]. Il rivoluzionario, per spiegare la citazione di Bakunin vista sopra afferma:

“Per Bakunin il problema era di strategia e non di tattica. Il non distinguere la prima dalla seconda conduce al cretinismo astensionista non meno infantile del cretinismo parlamentarista.”

Quello che Berneri vuol far emergere è principalmente la necessità di considerare il tema dell’astensionismo (ma più in generale qualsiasi caposaldo dell’ideologia anarchica) come un principio di metodo, e non un dogma infallibile. E’ in questo senso che specifica, alcune righe sotto, che cosa intende con cretinismo astensionista:

“Il cretinismo astensionista è quella superstizione politica che considera l’atto di votare come una menomazione della dignità umana o che valuta una situazione politica-sociale dal numero degli astenuti delle elezioni, quando non abbina l’uno e l’altro infantilismo.”

Oggi, fortunatamente, credo che ci siamo decisamente lasciati alle spalle questo “cretinismo astensionista” descritto da Camillo Berneri, e la più grande dimostrazione di ciò è stato il ruolo che l’area antagonista ha avuto nella costruzione del “No Sociale”, un movimento (più o meno) di massa che ha contribuito in maniera significativa alla vittoria del No al referendum costituzionale dello scorso 4 Dicembre. Ma il venir meno di questa superstizione politica non sembra aver migliorato il rapporto dei rivoluzionari di oggi con la rappresentanza. Personalmente, credo che la questione possa essere riassunta in questi termini: i militanti hanno oggi (in parte) accettato la possibilità di “votare contro”, nel senso che intravedono la possibilità di  fare “uno sgambetto” al potere costituito, ma in nessun modo prendano in considerazione l’idea di “votare per”, convinti che non siano le istituzioni borghesi a poter risolvere le ingiustizie che esse stesse contribuiscono a creare.

Al di là della storia teorica di questo atteggiamento, che affonda le sue radici nel pensiero socialista ottocentesco, ma che non è meno debitore dell’approccio cosiddetto istituzionalista e neo-istituzionalista della storiografia secondo il quale le persone sono forgiate dalle istituzioni che abitano, credo che questo abbia oggi molto a che fare con i due modi con cui viene oggi intesa la rappresentanza: o come forma di cooptazione e di addomesticamento delle lotte, di cui la rappresentanza elettorale dovrebbe rappresentare la sintesi politica; oppure come un ausilio per le lotte, rispetto a cui ci si pone come alleati, riconoscendone l’autonomia e, in prospettiva, non opponendo resistenza all’esautoramento delle attuali istituzioni a vantaggio di quelle da edificare in un processo rivoluzionario.

Ritengo entrambi questi atteggiamenti sbagliati. Il primo dei due, l’idea della rappresentanza come forma istituzionalizzata delle lotte, pronta a prendere parola in nome delle rivendicazioni del movimento, è un atteggiamento che quasi non dovremmo prendere in considerazione e che possiamo tranquillamente lasciare a quei rottami della sinistra che ancora non hanno capito di non avere più alcun collegamento reale con la società e il disagio che questa vive. La seconda opzione, invece, seppur decisamente più attraente della prima, vedendo il rapporto tra lotta e rappresentanza come una sorta di alleanza tesa più alla sopportazione che alla reale collaborazione, continua a perpetrare una visione dicotomica, che è oggi a mio avviso il principale ostacolo alla costruzione di una forza politica matura. Con forza politica matura, intendo un partito (in senso lato) che sappia muoversi con efficacia sui differenti campi di azione, sfruttando di volta in volta i vantaggi che le differenti situazioni hanno da offrire, senza trincerarsi dietro un’opzione preconcetta e data a priori come l’unica via praticabile per il superamento dello stato di cose presenti.

D’altra parte, la storia recente ci ha dimostrato cosa vuol dire, da un punto di vista pratico, avere lotte senza rappresentanza e viceversa rappresentanza senza lotte. Questo secondo caso è evidente a tutti, ed è il rapido spostamento a destra che i soggetti della sinistra istituzionale stanno attuando in questi anni: la formula “sinistra di governo” è stato il passepartout con la quale ceto politico borghese si è accaparrato rendite di posizione, perdendo interamente il contatto con il movimento reale. Viceversa, il venir meno di un qualsiasi tipo di rappresentanza è una parte decisiva del netto arretramento delle condizioni sociali ma anche dei rapporti di forza politici che viviamo oggi nel nostro paese. Questa affermazione è a mio avviso spiegabile con due esempi: primo, la sparizione di una qualsiasi forza veramente di sinistra dal parlamento nelle ultime elezioni (con la fallimentare esperienza di Rivoluzione Civile) e la credibilità delle forze sindacali ormai ai minimi storici, si è rivelata essere la situazione perfetta con cui le forze di destra (dal PD in là) hanno fatto passare misure anti-popolare e ultracapitaliste (dal Jobs Act, al Piano Casa al recente decreto Minniti); ugualmente, la scarsa fortuna che un esperimento (che io reputo) bello come quello de “La Repubblica Romana” di Sandro Medici ha avuto alle elezioni di Roma del 2013, ha significato la completa mancanza nelle istituzioni cittadine di una realtà politica vicina al variegato mondo dei movimenti romani, che oggi ne pagano lo scotto vedendo ogni giorno messi sotto attacco centri sociali ed occupazioni abitative.[2]

Allora la necessità è quella di fermarsi un attimo, e “sporcarsi le mani”. Uso questa formula perché è quella che Luigi De Magistris ha più volte utilizzato dal palco di Piazza Guidiccioni nel comizio tenuto in sostengo a Lucca Città in Comune. Sporcarsi le mani vuol dire lasciar da parte una volta per tutte la propria voglia di purezza: e questo vale sia per quella sinistra legalitaria ormai impegnata nel solo governo del reale,  sia per i movimenti che dovrebbero smettere di vedere nelle istituzioni solamente una trappola pronta ad ingabbiare i compagni e trasformarli in oggetti guidati dalla borghesia. Come scritto nelle domande, Luigi De Magistris è uno dei modelli di Lucca Città in Comune, o almeno è a mio modo di vedere una delle poche possibilità che la sinistra ha di ricompattarsi in una forza politica matura. Questo non perché De Magistris sia un uomo della provvidenza, né perché io condivida interamente le sue affermazioni (credo, ad esempio, che l’idea di poter far la rivoluzione con il diritto non possa essere da noi accettata acriticamente, pena un pericoloso scivolamento verso la “sinistra di governo”). Ma De Magistris ha saputo dar cittadinanza, senza sussumerle, a modalità di organizzazione politica che stanno trasformando Napoli in una città all’avanguardia sotto il profilo del mutualismo, del conflitto sociale e della coscienza politica, rendendola un efficiente laboratorio di idee e pratiche che stanno mettendo in discussione il pensiero neoliberista. E’ questo processo che è necessario innescare a Lucca, a partire da immediatamente dopo le elezioni. Qualunque sia il risultato, tutte le forze della sinistra lucchese devono mettersi in gioco per tornare a sottrarre spazi tanto al fascismo esplicito di Casapound che a quello implicito del PD. Non è sul piano delle azioni politiche, seppur meritevoli (ripubblicizzazione dell’acqua, soluzione del problema rifiuti, percorsi partecipativi su decisioni centrali della vita pubblica cittadina) che a Lucca dobbiamo imparare da De Magistris, ma principalmente dall’atteggiamento da lui messo in campo per la creazione di una città in cui il disagio sociale, la povertà dilagante e i problemi della nostra classe possono essere affrontati in maniera tale da mettere in discussione lo status quo.

In questo quadro, credo, emerge chiaramente che le elezioni amministrative a cui ci stiamo apprestando altro non sono che il terreno di uno scontro più vicino cronologicamente, una battaglia che non dovremmo perdere senza nemmeno combattere. Oggi più che mai abbiamo bisogno nelle istituzioni di quelli che Bakunin chiamava amici […] talmente agguerriti nelle nostre idee, nei nostri principi, che non c’è più pericolo che possono dimenticarli, mortificarli, sacrificarli, e ricadere nelle loro antiche abitudini politiche” per cominciare a costruire anche in questo terreno difficile le condizioni per un reale cambiamento della società. La presenza in Lucca Città in Comune di persone che hanno dimostrato in questi anni un attaccamento alle varie lotte avvenute sul territorio (seppur con le ovvie divergenze) credo dovrebbe essere visto come un evidente volontà di non fermarsi all’11 giugno. Dovrebbero essere queste stesse persone, qualsiasi sia il risultato finale, a farsi carico per primi di un deciso passo avanti nella direzione del superamento a Lucca della  dicotomica tra lotta e rappresentanza, per fare in modo che maturino le condizioni per una sempre maggior presa di controllo in tutti i campi in cui si giocherà nei prossimi anni la battaglia per la rivoluzione.

Ps: Ritengo, per la storia politica e l’impegno profuso in questi anni, che Kiko, rappresenti oggi la miglior opzione attorno alla quale compattare il nostro fronte. Per questo motivo, pur candidato, esprimerò come mia preferenza Federico Camici Roncioni, e invito i compagni che andranno a votare a fare lo stesso…

[1] L’intero scritto è reperibile online al link http://www.socialismolibertario.it/berneri15.htm

[2] Su questo specifico caso la riflessione dovrebbe essere profonda, dal momento che ci fu all’epoca una profonda spaccatura tra le due principali aree del movimentismo romano: una fu attivamente impegnata nella campagna elettorale e politica di Sandro Medici mentre l’altra mise in piedi la campagna “Vota Nessuno”.

Gianluca Chelini, candidato consigliere comunale per Lucca Città in Comune

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