Di lavoro si muore, di sfruttamento del lavoro si vive. è tempo di dire basta!

Ieri pomeriggio Lucca è rimasta scioccata dalla morte di due operai avvenuta in pieno centro storico. Il cestello di una gru crolla da un altezza di 8 metri, rimbalza a terra e scaglia via a pochi metri di distanza i corpi dei due operai. Uno muore sul colpo, l’altro morirà pochi minuti dopo, nonostante una disperata corsa in ospedale. Alle loro famiglie, ai loro amici e colleghi di lavoro, va tutta la nostra solidarietà e vicinanza in questo momento terribile.

C’è un indagine in corso, vedremo se le responsabilità di questa tragedia riusciranno a emergere. Ma al di là dell’esito delle indagini, non possiamo fare a meno di porre questa vicenda dentro un quadro più ampio, che è quello delle morti sul lavoro nel nostro paese. Ogni anno infatti sono circa 1000 i caduti di questa guerra, e ancor maggiore è il numero degli infortuni anche gravi e invalidanti, senza contare le malattie professionali. Nei primi 7 mesi del 2017, per non smentire questa triste statistica, sono morti 591 lavoratori.

Si tratta di un bilancio spaventoso e quotidiano (3 morti ogni giorno in media), eppure solo raramente quella che è a tutti gli effetti un’emergenza sicurezza sui luoghi di lavoro, riesce a conquistare le prime pagine dei giornali. Di fronte alle tragedie più eclatanti, come quella di ieri, le istituzioni e i partiti si stringono in un cordoglio unanime, per poi, spenti i riflettori, tornare a ignorare il problema. Perché affrontarlo seriamente richiederebbe risorse, uomini, mezzi, leggi, controlli, e soprattutto la disponibilità a far pagare un prezzo a quelle imprese che risparmiano sulla sicurezza dei propri dipendenti, tagliandole fuori dal mercato e dagli appalti pubblici. Nella realtà sappiamo invece che le cose vanno all’inverso, e che è proprio la logica degli appalti al ribasso, della competizione sui costi, a consentire a molte imprese e cooperative di stare sul mercato.

Le vittime sono come sempre i lavoratori e le lavoratrici, che costretti dal ricatto della disoccupazione e della povertà ad accettare i lavori più pesanti, privi di tutele e che violano norme di sicurezza, mettendo in gioco la propria salute e la propria vita per pochi spiccioli. Qualunque discorso sulla sicurezza nei luoghi di lavoro che voglia essere politicamente agganciato alla realtà, non può eludere questo problema: dove i lavoratori hanno poco potere contrattuale dinanzi ai padroni, hanno anche meno garanzie sulla loro sicurezza, su cui il datore di lavoro può all’occorrenza sentirsi libero di risparmiare.

è perciò ipocrita, di fronte al susseguirsi di queste tragedie, lanciarsi in grandi costruzioni retoriche sul lavoro come valore, come fondamento della produttività e della salute della nazione di cui tutti godrebbero i frutti; come se non fosse invece, in tanti casi, un terreno di scontro feroce tra chi ha bisogno di guadagnare qualcosa per sopravvivere, e chi vuole aumentare i propri margini di profitti anche passando sopra alla salute e alla sicurezza dei propri dipendenti (che tanto la fila per sostituirli è sempre lunga…).

Viviamo in un’epoca in cui l’agenda politica si adegua a un senso comune fondato sempre più su delle percezioni che sono sproporzionate rispetto alla verità materiale sui fatti. Lo vediamo rispetto alla paura di un’invasione di massa di immigrati del nostro paese , lo vediamo a proposito della psicosi da attentato terroristico, e lo vediamo anche (all’inverso) rispetto al dramma delle morti sul lavoro. Vogliamo mettere a confronto due numeri, non per prestarci al gioco infame della classifica della dignità e della priorità delle vittime, ma perché pensiamo che anche e soprattutto di fronte alle tragedie, se perdiamo la lucidità necessaria per comprendere quanto ci sta davanti, perdiamo anche la capacità di intervenire sulla realtà per cambiarla.

In tutta Europa, dal 2001 ad oggi sono morte 623 persone a causa del terrorismo jihadista.  Sappiamo bene quanto dispendio in termini di risorse, uomini, mezzi e leggi speciali i nostri governi hanno messo in campo in questi 15 anni per aumentare i livelli di sicurezza (non senza un adeguato tornaconto per la loro, di sicurezza) e di controllo sociale, lo sperimentiamo quotidianamente prendendo un aereo o andando a un maxi-concerto. Eppure ogni anno, soltanto in Italia, quasi il doppio delle persone perde la vita sui luoghi di lavoro, senza che questo procuri un senso di panico neanche minimamente paragonabile alla minaccia attentati. Ai genitori preoccupati che i propri figli possano morire tragicamente in vacanza a Parigi e a Barcellona verrebbe purtroppo da dire: fossi in voi, mi preoccuperei di più se trovassero lavoro…

Ci chiediamo: quante morti sul lavoro si potrebbero evitare se da parte delle istituzioni ci fosse un impegno simile a quello che vediamo dispiegato contro la minaccia degli attentati? Sul perché questo non avviene, a voi le conclusioni…

C’è anche un’altra ragione per cui la morte dei due operai avvenuta ieri ha colpito così tanto, e cioè il luogo in cui è accaduta. La morte di due operai fa scalpore perché accade in pieno centro, non rimane chiusa dentro le fabbriche o i cantieri, ma irrompe nel cuore della città-vetrina a misura di turista e consumatore. Solo per un caso infatti, nella tragedia di ieri non sono morte o ferite altre persone, ed è proprio a partire dalle prime dichiarazioni dei testimoni presenti, – “ho sentito un boato fortissimo” – che possiamo misurare il terrore (viene da chiedersi infatti se alcuni dei presenti, prima di rendersi effettivamente conto dell’accaduto, per poche frazioni di secondo non abbiano inconsciamente pensato proprio a un attentato) di fronte a una minaccia a cui non ci si sentiva esposti.

Sono delle morti che infine ricordano prepotentemente – a chi per anni si è lasciato abbindolare dalla favola per cui gli operai, scomparsi dal centro dell’agenda politica, non esistessero più nemmeno nella realtà – che il mondo in cui viviamo si regge ancora in larga parte sulla fatica di mani, braccia e schiene (e a volte vite) spezzate dal lavoro e che gli operai non stanno solo in Cina. Perché il problema della liberazione del e dal lavoro, la fine dell’oppressione, dello sfruttamento e della violenza dei capitalisti sui corpi di chi è costretto a lavorare per vivere (a soffrire per vivere, se ci rifacciamo all’etimologia latina della parola labor), quella che Zola definiva “la questione più importante del secolo XX”  è ancora la questione più importante del XXI secolo.

Il ricatto della disoccupazione, il dover compiere lavori rischiosi e usuranti per pochi spiccioli o per ottenere il permesso di soggiorno, barcamenandosi tra più lavori e contratti precari, l’essere costretti a lavorare fino a 67 in fabbrica o in un cantiere rischiando di creparci, sentendosi dire senza vergogna che è un atto di responsabilità verso i più giovani che nel frattempo al 40 % sono disoccupati e in fuga verso l’estero: questo il vero stato del mondo lavoro nel nostro paese. Uno stato che non può essere semplicemente pianto, ma che deve essere rovesciato con la lotta.

Perché bisogna dire le cose come stanno: in Italia c’è una guerra di classe dei padroni contro i lavoratori. Lo vediamo nei 1000 morti l’anno per mancanza di controlli e investimenti in sicurezza, lo vediamo nelle cariche della polizia e dei crumiri contro i picchetti degli operai in sciopero, come avvenuto l’anno scorso a Piacenza, dove un facchino è morto investito da un tir durante un picchetto.

Non dubitiamo che anche dinanzi alla tragedia avvenuta ieri a Lucca, se uno dei lavoratori fosse stato di colore o di nazionalità non italiana, non sarebbero mancati i commenti del fascistume cittadino su “un immigrato in meno” che lascia un posto di lavoro a un italiano. Chi in queste settimane ha applaudito l’operazione di “cleaning” – così è stato definita dal prefetto di Roma Paola Basilone lo sgombero dei rifugiati di Piazza Indipendenza, con una terminologia il cui senso è prossimo all’ “Arbeit Macht Frei” che campeggiava sui cancelli di Auschwitz – pensando che quella violenza poliziesca sia riservata solo ai “negri”, farebbe bene a ricredersi: il funzionario di polizia che invitava i suoi colleghi a spezzare le braccia dei rifugiati rimasti senza casa, è lo stesso che nel 2014 ordinava di picchiare gli operai della ThyssenKrupp di Terni in lotta per difendere il proprio posto di lavoro.

Avremo a breve un’occasione per reagire a questa guerra che subiamo come lavoratori, lavoratrici, studenti e disoccupat*, ed è il G7 sul Lavoro previsto a Torino per fine settembre. Contro il vertice dei 7 ministri (che per l’occasione si ritireranno nella reggia di Venaria per decidere come rendere ancora più sfruttata e deprezzata la nostra manodopera), contro la strage quotidiana che si consuma ogni giorno per fare più profitti sulla pelle di chi lavora, contro lo scempio del lavoro gratuito spacciato per formazione grazie alla Buona Scuola, contro l’arroganza di un ministro come Poletti che irride al dramma delle generazioni più giovani lasciate a se stesse e senza prospettive, dobbiamo mobilitarci, per portare in piazza, come sui luoghi di lavoro, tutta la nostra voglia di riscatto e di diritti, proprio come pochi mesi fa è stato fatto nella nostra città contro i signori delle armi e delle guerre.

Perché di lavoro non si deve più morire, ma nemmeno di sfruttamento del lavoro vogliamo più vivere.

Sasso Nello Stagno

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