Mutuo soccorso ed autorganizzazione solidale dentro la crisi. Per un dibattito sul mutualismo oggi.

Come redazione del Tafferuglio, sabato 9 dicembre alle 16 presso la Biblioteca Popolare di San Concordio (Via Urbiciani 362, Lucca) promuoviamo un dibattito sulle pratiche di mutualismo, confrontandoci con alcune realtà locali e non che in questi hanno hanno lavorato in questa direzione.

 

Come ricostruire legami di solidarietà di classe a partire dai bisogni che sempre più persone non riescono più a soddisfare nel mezzo della crisi? Può il mutualismo essere una pista da percorrere per ricreare comunità unite da una condizione di disagio, ma anche dalla volontà di combatterlo insieme?

Ne parliamo con:

-Società popolare di mutuo soccorso Giuseppe Garibaldi (Lucca)

-Alcuni compagn* delle Brigate di Solidarietà Attiva che ci parleranno del loro lavoro nelle zone terremotate del centro Italia e nel territorio di Livorno in seguito alla recente alluvione. 

 

A seguire aperitivo benefit.

 

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Mutuo soccorso ed autorganizzazione solidale dentro la crisi. Spunti per un dibattito.

 

Dieci anni di crisi hanno cambiato completamente la società italiana, le abitudini e le aspettative di vita di milioni di persone. Impoverimento, impotenza, solitudine, senso di declassamento e abbandono, esclusione, rassegnazione: queste sono le sensazioni dominanti nel pezzo di società a cui facciamo rifermento. La crisi del mondo del capitale viene infatti fatta pagare e scaricata in basso, in assenza di lotte di massa in grado di rovesciare questo stato di cose.

La frammentazione sociale e la mancanza di spazi aggregativi dentro città-vetrina sempre più desertificate, alimenta infatti quel senso di debolezza e di impotenza che impedisce a chi sta male di collettivizzare il proprio disagio, di riconoscersi in una condizione comune a diverse figure sociali (gli studenti, i lavoratori, i disoccupati, i migranti). Senza la percezione di una potenza collettiva possibile, il peggioramento delle condizioni di vita non si traduce in rabbia attiva e disponibilità alla lotta, ma in ulteriore subalternità. Si tratta di un nodo inaggirabile per tutti coloro che vogliono organizzarsi e mobilitarsi contro questo presente, contro lo sfruttamento sempre più selvaggio del lavoro, del nostro tempo di vita, dei territori. 

Come riaggregare la dispersione? Come ricostruire legami di solidarietà di classe a partire dai bisogni che un numero crescente di persone non riescono più a soddisfare? Può il mutualismo essere una pista da percorrere?

Ci interessa aprire un dibattito a partire da queste domande, un dibattito finalizzato a delineare la possibilità di alcune pratiche. Intendiamo quindi ripercorrere l’esperienza storica del mutualismo nella seconda metà dell’Ottocento nell’ambito del movimento operaio e vedere in che cosa quel modello può tornarci ancora utile nell’oggi.

Quando parliamo di mutualismo, ci sembra importante definire un rischio in cui determinate pratiche possono incorrere: quello di fare assistenzialismo e volontariato. è una soluzione già prevista e incoraggiata dai governi neoliberisti per scaricare in basso il costo delle loro politiche. Niente di più compatibile con l’esistente che farsi carico in forma volontaria di quei servizi e del soddisfacimento di quei bisogni da cui lo Stato si disimpegna. Se non vengono sorrette da una strategia politica chiaramente orientata nella direzione della lotta e della rottura dell’esistente, le pratiche di mutualismo non solo non mantengono intatta la separazione tra i soggetti bisognosi e coloro che cercano di soddisfarli, ma faranno anche da calmiere al malessere impedendo che si trasformi in rabbia rivoluzionaria.

Da questo di vista pensiamo che l’intervento di una realtà come le Brigate di Solidarietà Attiva nelle zone soggette a disastri naturali (ma spesso acuiti da responsabilità istituzionali) abbia molto di positivo da insegnarci.

Che cosa accade quando una popolazione vede distrutti i propri spazi di vita privata o di piccolo gruppo in seguito a un terremoto o un’alluvione, e nessuno può continuare più la vita di prima?

Come si ricrea un senso di comunità (una comunità che abbia la volontà di decidere autonomamente “come ricominciare” senza subire decisioni imposte dall’alto) a partire da una situazione di estrema vulnerabilità come quella di chi viene strappato alle proprie case?

Il nodo centrale su cui vorremmo concentrarci è quello dell’autorganizzazione come mezzo, la creazione di una comunità ampia che si senta sentimentalmente e materialmente connessa a una dimensione di lotta e di riscatto, l’obiettivo. In che modo questo metodo e questo obiettivo potrebbero essere perseguiti in altri ambiti? In che modo, provando a dirlo in forma più diretta, la solidarietà può essere un motore, e non un’alternativa alla rabbia e al conflitto?

 

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