Non c’è vittoria senza disarmo del nemico. Un anno dopo il 4 dicembre, che cosa resta del No sociale?

Democrazia è ordine pubblico

 

“Il lavoro che ho cominciato al Viminale quattro mesi fa può piacere o meno. Ma è figlio di un metodo, di un disegno, e di una certezza. Che sulle questioni della nostra sicurezza, si chiamino emergenza migranti, terrorismo, reati predatori, incolumità e decoro urbano, legittima difesa, non si giocano le prossime elezioni politiche. Ma il futuro e la qualità della nostra democrazia.”

(Marco Minniti, 16 maggio 2017)

 

 

Tutti ricorderanno il celebre discorso pronunciato dal commissario di polizia interpretato da Gian Maria Volonté nel film Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto diretto da Elio Petri. Il protagonista arringa la platea dei militari e degli ufficiali delle forze dell’ordine presenti in sala con un discorso infervorato, in cui mischia in un unico calderone lotte politiche, fenomeni di criminalità comune e comportamenti non conformi alla morale borghese.

La logica del suo discorso si fonda sull’equiparazione tecnica (ma non per questo meno ideologica) di fenomeni sociali difformi, strappati dai rispettivi contesti e gettati in un mucchio indistinto in cui il piano delle ragioni, dei torti, delle motivazioni e delle cause scatenanti viene semplicemente espulso. Di fatto, esso non esiste. Quello che conta è la forma che fa da denominatore comune, e cioè l’infrazione della norma: “Tra i reati comuni e i reati politici, sempre più si assottigliano le distinzioni, che tendono addirittura a scomparire. Questo scrivetevelo bene nella memoria: dietro ogni criminale può nascondersi un sovversivo, dietro ogni sovversivo può nascondersi un criminale.”

Il film di Petri esce nel 1970 e risente chiaramente dei sommovimenti sociali che avevano scosso anche l’Italia  negli anni immediatamente precedenti (il ’68 degli studenti, l’autunno caldo degli operai nel ’69 ecc.). Per la prima volta dal dopoguerra, il potere democristiano deve fare i conti con uno scontro politico in atto di vasta portata e capace di durare nel tempo, uno scontro che coinvolge una parte non piccola del corpo sociale.  

Potremmo dunque dire che il tono infervorato che assume la maschera del potere rappresentata dal film di Petri non è semplicemente una caricatura o una smargiassata, ma riflette anche un allarme, la reazione a una minaccia. Nessun sistema di potere accetta infatti di essere messo in discussione nei suoi fondamenti (come ad esempio l’oppressione di classe e lo sfruttamento capitalista), e quando questo sistema vive una crisi di legittimità, cerca di difendersi depoliticizzando quei fondamenti, spacciandoli per neutrali principi di razionalità, sicurezza, civiltà, ordine ecc. Opporsi a questi principi significa dunque, a rigor di logica, essere folli, pericolosi, incivili, violenti: tutte categorie da isolare e schiacciare per la comune salvezza della pace sociale.

Chiediamoci dunque: in un presente in cui le istituzioni rappresentative  vivono una crisi senza precedenti (basti vedere i livelli di astensione alle ultime tornate elettorali), ma che sconta l’assenza di una conflittualità sociale capace di assumere dimensioni di massa e una direzione politica chiara, da quale figura potremmo ascoltare nuovamente una simile apologia del potere e dell’ordine pubblico, in quale volto si incarnerebbe? Magari proprio in quello del ministro dell’Interno Marco Minniti. Come è già stato ampiamente detto e riconosciuto da più parti, è lui il vero premier ombra dell’incolore governo Gentiloni, l’uomo-simbolo di un radicale  cambio di fase apertosi dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.

Dicendo questo non vogliamo accodarci alla mostrificazione del personaggio, come se il suo operato fosse un qualcosa di eccezionale piombato dal nulla, e non il simbolo di un processo di ben più lunga durata, che negli ultimi mesi ha pur subito una indubbia accelerazione. Ma certo la sua figura incarna bene quella ristrutturazione sistemica di una democrazia in stato di decomposizione avanzato come è la nostra (si veda a questo proposito l’ultimo importante contributo di Paolo Cognini). Come siamo giunti a questo?

 

Prima e dopo il 4 dicembre. Come si costruisce una rivoluzione passiva

 

“Per la rivoluzione non basta che le masse sfruttate e oppresse siano coscienti dell’impossibilità di continuare a vivere come per il passato ed esigano dei cambiamenti, per la rivoluzione è necessario che gli sfruttatori non possano più vivere e governare come per il passato. Soltanto quando gli ‘strati inferiori’ non vogliono più il passato e gli ‘strati superiori’ non possono più vivere come in passato, la rivoluzione può vincere”

(Lenin, L’estremismo malattia infantile del comunismo)

 

Un anno fa, la frattura sociale che dieci anni di crisi hanno progressivamente aperto nella società italiana è emersa con una chiarezza talmente dirompente da non poter più essere ignorata. I tutori dell’ordine e della governabilità sono dovuti correre ai ripari e cambiare passo, pena lo spettro dell’ingovernabilità e del “diluvio populista”. Il 4 dicembre 2016 infatti non ha segnato semplicemente la fine del governo Renzi, ha indicato invece qualcosa di più: la fine della possibilità di un governo consensuale della crisi. E l’inizio di una stagione in cui la posta in gioco per le istituzioni sarà sempre più quella di governare nonostante il dissenso. E, ancor di più, derubricare il dissenso alla sfera della minaccia antidemocratica. Se andiamo a ripercorrere l’operato dei governi che si sono succeduti a partire dal 2011 e, soprattutto, le diverse missioni che questi si sono assunti di fronte alla cittadinanza, ci troviamo davanti tre paradigmi di gestione politica della crisi e delle tensioni sociali (in atto o potenziali) che essa poteva scatenare.

Il primo è stato quello incarnato dal governo “tecnico” di Mario Monti (con la parentesi, sostanzialmente nello stesso solco, del governo Letta): la messa a regime dell’austerità e dei tagli alla spesa sociale, in nome dell’imperativo dei conti in ordine e del “ce lo chiede l’Europa”, viene fatta digerire grazie allo spauracchio dello spread, alla paura di essere declassati o espulsi dall’area Euro, al diffondersi della narrazione secondo cui avremmo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, e che ora fosse giunto il momento di pagare dazio. La linea passa, ma non senza creare una rabbia e una disaffezione crescente verso le istituzioni, i partiti, l’Unione Europea: le elezioni politiche del 2013 sono il primo campanello d’allarme.

Il boom del M5S (primo partito con il 25 % dei voti) manda in crisi vent’anni di bipolarismo: le coalizioni politiche tradizionali, pur continuando a convogliare su di sé i due terzi dei consensi, perdono complessivamente dieci milioni di voti rispetto al 2008. Assistiamo a una riedizione della grande coalizione di responsabilità nazionale guidata da Letta. Ma il gioco non può durare all’infinito contando sulla passività di un corpo sociale sempre più insofferente, a cui non si è più capaci di rispondere con una mediazione politica. Lo si vede soprattutto dal protagonismo dei movimenti di lotta per la casa e dalla scia di occupazioni e di forme di resistenza diffusa agli sfratti e agli sgomberi che nell’autunno contribuiscono in maniera determinante, insieme ai sindacati di base, al successo delle due giornate del 18 e 19 ottobre in cui 70.000 persone assediano i palazzi del potere.

La borghesia italiana si rende conto che è necessario ritornare a un progetto di governo più politico, capace di ricompattare il ceto medio in via di impoverimento attorno alle istituzioni, e di illudere se possibile un pezzo di classi subalterne. Si gioca la scommessa di una narrazione positiva, vincente, di riscossa del paese che possa mantenere la stabilità e depotenziare conflitti e rivolte. è il momento di Matteo Renzi, che attraverso un’abile retorica fondata sulla rottamazione del vecchio, sull’ideologia del merito, sul taglio delle tasse e sulle energie imprenditoriali da liberare per rilanciare la crescita, l’occupazione e i consumi, riesce a raccogliere, perlomeno nel primo anno e mezzo di governo, un consenso maggioritario attorno a un progetto di ristrutturazione neoliberista del paese: il famoso 40 % del PD alle Europee del 2014 segna il suo risultato più alto.

A questa narrazione (e alla sua pesante trasposizione sul piano legislativo, si vedano Jobs Act, Buona Scuola, Piano Casa ecc.) si accompagna una crescente stretta repressiva nei confronti delle proteste di piazza, delle lotte sul mondo del lavoro (dopo decenni assistiamo, nel settembre 2016, all’assassinio di un operaio durante un picchetto) e una ondata di sgomberi di occupazioni abitative e di spazi sociali autogestiti. Il quadro idillico di un paese in ripresa non deve essere turbato da conflitti, scontri fra le classi, e ancor più dalla presenza dei poveri, da ridurre al silenzio e all’invisibilità. A determinati pezzi di società, quelli ormai irrecuperabili al consumo o indocili alla propria messa a valore da parte dalla macchina dello sfruttamento capitalistico, si incomincia a parlare soltanto a colpi di manganello.

Ma la crescita tanto millantata non si verifica, mentre la disoccupazione scende solo taroccando le statistiche. Il Jobs Act rivela ben presto a suon di voucher che le tutele crescenti sono solo per i padroni, la riforma della Buona Scuola viene fatta passare con la contrarietà dell’80 % dei docenti in sciopero, il salvataggio tramite bail-in di 4 banche in crisi nell’autunno 2015 a danno di 130.000 risparmiatori, fa traballare il consenso del ceto medio attorno al governo.

Il mutato clima internazionale introdotto dal diffondersi in Europa degli attentati jihadisti e dei flussi migratori provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente, contribuisce nel frattempo a seminare paure, tensioni e un diffondersi di rigurgiti fascisti e razzisti all’interno dei settori popolari più colpiti dalla crisi, che si sentono posti in concorrenza con i migranti per gli ultimi residui di welfare.

La fiducia nel governo cade in picchiata, ogni sua visita nelle città diventa motivo di accese contestazioni, un referendum che doveva segnare il suo trionfo rappresenta invece la sua Caporetto. Quel 60 % di No (ma al Sud e fra i giovani la forbice è persino più alta) segna una frattura scomposta fra le istituzioni rappresentative e tutti i soggetti sociali colpiti a vari livelli da questi anni di crisi. In presenza di un soggetto politico capace di fomentarla e di agirla, l’ondata di rifiuto che ha travolto Renzi e le sue politiche, avrebbe potuto spostarsi e divampare anche su un terreno diverso da quello delle urne. Ma questo non è avvenuto.

La nostra controparte si è resa conto che per risollevarsi da questo scossone occorreva un cambio di paradigma, occorreva creare le condizioni di una nuova governabilità sistemica. Il governo dell’incolore premier Gentiloni si è assunto il compito di cominciare questa rivoluzione passiva, senza clamori e senza proclami altisonanti: il risultato è la fine di qualunque dialettica politico-parlamentare fra agende politiche realmente divergenti (fatte salve diatribe strumentali come il dibattito sullo ius soli), sostituita da una competizione su chi è in grado di realizzare con maggiore efficacia una medesima agenda. La grande coalizione PD-centrodestra che verosimilmente guiderà il governo a partire dalle elezioni del 2018 (magari guidata proprio dal nostro Marco Minniti) dopo una campagna elettorale farsa, esiste già nei fatti, ed è addirittura totale, se andiamo a vedere a che punto sia giunta la comunità di intenti, programmi e lessici in materia di immigrazione, il grande tema su cui deve essere ricomposto e ricucito in senso reazionario il sentimento perduto dell’unità nazionale.

Dai complimenti del leader di Casa Pound Simone Di Stefano a Minniti per il suo pugno di ferro contro le ONG, alle parole di Renzi sul diritto di inospitalità riprese da Forza Nuova e dalla Lega Nord, fino ad arrivare a un M5S che si scatena contro chi soccorre i profughi definendoli per bocca di Di Maio “taxi del mare”, giungendo persino a esprimere solidarietà a una nave di fascisti a caccia di migranti nel Mediterraneo, è un coro unanime quello che sentiamo ossessivamente ripetere da mesi. Ormai non c’è più alcuna distinzione tra quelli di destra, quelli di sinistra e quelli “né di destra né di sinistra”. “Non possiamo permetterci di accoglierne ancora”, “Fermiamo gli sbarchi”, “Aiutiamoli a casa loro”… è sorprendente vedere come questi slogan che fino a pochi anni fa erano appannaggio del leghismo e dell’estrema destra siano stati progressivamente accolti da tutte le maggiori forze politiche, fino a strutturare un senso comune rancoroso e “cattivista”.

L’indignazione rancorosa rappresenta il gradino più infimo della volontà di potenza secondo Nietzsche, ed è pertanto il sentimento più adatto a esprimere (e a lasciar sfogare in forma innocua) la rabbia dei senza potere. L’apparato politico-mediatico si premura di rendere produttivo questo sentimento a suo favore, dirottandolo su bersagli mistificati e secondari, e in modo tale da veicolare il messaggio per cui questi bersagli possono essere efficacemente sconfitti e debellati solo con il concorso autoritario di quelle istituzioni responsabili del disagio e dell’impoverimento generalizzato. Il pugno duro sui migranti, il portare a maturazione un nuovo discorso pubblico incentrato sull’ordine e la sicurezza, sono diventate le pietre su cui rilegittimare l’operato delle istituzioni davanti ai cittadini e riassorbire il colpo del 4 dicembre. Una crisi politica che poteva (dal nostro punto di vista) aprire ulteriori possibilità di rottura, è stata invece usata dalla nostra controparte per trasformarsi e rafforzarsi ulteriormente. Il risultato, almeno per il momento, è una passivizzazione di quell’ “insorgenza”.  

 

Il tramonto dei diritti umani

 

“Bisogna che accettiamo il fatto che la lotta, in questo mondo, è essenzialmente criminale, poiché tutto è divenuto criminalizzabile.”

(Comitato invisibile, Adesso)

 

In seguito alla rappresaglia dell’Unione Europea a guida tedesca che nell’estate del 2015 si è abbattuta contro la Grecia, spingendo il governo di Tsipras alla capitolazione e a calpestare l’esito del referendum da lui stesso convocato e che aveva sancito a larga maggioranza l’opposizione popolare a una nuova ondata di austerità, qualcuno ha scritto, con un aforisma di invidiabile efficacia, che “dall’Atene delle origini all’Atene dell’austerity, la democrazia nasce con la schiavitù degli antichi e muore con la schiavitù dei moderni”. Di fronte alla durezza della rappresaglia che allora si abbatté contro il paese che più di tutti è stato socialmente devastato dalle politiche di austerità della Troika, l’incompatibilità fra democrazia e Unione Europea si manifestò in una forma inequivocabile. Niente più incanto democratico.

Nell’estate del 2017 in Italia è però accaduto qualcosa per certi versi di ancora più deflagrante dell’erosione democratica delle istituzioni rappresentative: il crollo repentino della tutela dei diritti umani come valore distintivo delle democrazie nate in Europa dopo il 1945, sia nel discorso pubblico che nel senso comune. Per quanto ai più disincantati possa apparire come un passaggio del tutto coerente e conseguente alla lotta di classe dall’alto che subiamo dai 40 anni in Occidente (tolti i diritti sociali perché troppo costosi per il capitale, perché la vita umana in sé dovrebbe ricevere un trattamento diverso, se non serve a produrre profitto per qualcuno?), la cesura è comunque assai inquietante.

La campagna di criminalizzazione delle ONG, è servita infatti a giustificare agli occhi dell’opinione pubblica la chiusura dei corridoi di transito nel Mediterraneo e lo spostamento delle frontiere meridionali dell’Unione Europea direttamente sul continente africano, abbandonando i migranti all’inferno dei lager e delle prigioni libiche. I migranti sono i corpi espiatori sacrificati sull’altare di una ristrutturazione sistemica della forma Stato che istituzionalizza un “diritto differenziale”, espellendo tutti i soggetti giudicati a vario titolo come indesiderati, indecorosi, indisciplinati e improduttivi dalla comunità di coloro che invece, pur su livelli gerarchici diversi, risultano parte integrante della macchina produttiva capitalista.

I migranti, cioè, sono la cavia su cui tastare forme di segregazione e di marginalizzazione sociale che sono destinati ad essere estesi alla nuova massa degli impoveriti autoctoni, progressivamente (e strutturalmente) scartati da un mercato del lavoro che sempre meno avrà bisogno di manodopera a causa di una rivoluzione tecnologica che falcidierà ancor di più gli attuali livelli occupazionali, e che farà del bisogno diffuso di lavoro il mezzo per renderlo ancora più sfruttato, privo di tutele, sottopagato o addirittura (basti pensare al modello Expo) gratuito. C’è dunque qualcosa di tragico nel vedere come il razzismo, la xenofobia – oggi così in ascesa in vasti settori proletari  o in via di proletarizzazione della società italiana –  e il rigetto diffuso verso i migranti, trovi appiglio in una condizione di vulnerabilità sociale che è oggettivamente il prodotto delle politiche neoliberiste ma che, soggettivamente, viene vissuta perlopiù da queste fasce sociali come competizione in basso e al ribasso per l’accesso alla casa, al lavoro e agli ultimi scampoli di welfare.

Se la democrazia liberale è arrivata persino a criminalizzare anche la solidarietà (nei pressi dei confini come Ventimiglia, esistono ordinanze comunali che vietano persino di portare cibo e vestiti ai migranti) o l’esistenza stessa dei poveri con i nuovi Daspo urbani varati da Minniti, lottare per costruire un cambiamento politico e sociale al di fuori dei suoi orizzonti, non è più semplicemente un progetto o un desiderio: è e sarà sempre più una necessità di vita per milioni di persone. Occorre che situiamo il nostro pensiero e il nostro agire politico all’altezza di questa prospettiva.

 

Non c’è vittoria senza il disarmo del nemico.

 

Se è questo è il quadro in cui ci troviamo, retrospettivamente qual è il giudizio che dobbiamo dare sulla campagna per il NO sociale al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 (per cui anche noi ci siamo spesi come redazione)? Perché quella che oggettivamente fu una spaccatura della società italiana netta, su delle linee di classe, un duro colpo inferto al progetto neoliberista renziano, non ha dato vita ad alcun esito progressivo, né ha prodotto un rilancio in avanti del conflitto sociale, ma una riconfigurazione della governabilità sistemica su basi ancor più autoritarie e socialmente escludenti? Scommessa persa o scommessa sbagliata?

Pensiamo che inserirsi in quella partita (la cui posta in palio, per la grande maggioranza della società, era assai diversa dal Sì o No alla riforma costituzione), anche alla luce degli esiti del voto, sia stata un’intuizione giusta. Chi esclude per un feticismo ideologico la possibilità di prendere parte a dei processi elettorali o referendari, invece di fare volta per volta l’analisi concreta della situazione concreta, dovrebbe riflettere su questa materialistica verità: a fronte di un contesto in cui le urne sono sempre più guardate con disinteresse e quindi disertate e delegittimate (si tratta però ancora di una delegittimazione perlopiù passiva, purtroppo), il referendum costituzionale è stato un appuntamento che ha polarizzato in due la società italiana, un qualcosa di cui si è discusso ovunque per mesi e che ha portato a un’affluenza intorno al 65 %.

Oggi le masse sono sempre più ostili alle istituzioni e ai loro governanti; in mancanza di una prospettiva politica che passi attraverso il conflitto, ma che giunga poi a un ridisegno complessivo della società in senso anticapitalista, è naturale che facciano pesare questa ostilità o disertando le urne, o votando contro, quando questo loro dire No è animato da una volontà punitiva. Quel 60 % di No fu un voto contro Renzi e contro tutto ciò che ha rappresentato nei suoi anni di governo, contro cui anche noi ci siamo battuti nelle piazze, nelle strade, nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Perciò è stato giusto esserci.

Che cosa è che andato storto allora? Semplicemente non abbiamo saputo cosa fare di quella vittoria. Attenzione, non stiamo dicendo che quella vittoria sia stata soltanto (e nemmeno soprattutto) nostra, stiamo dicendo invece che quel vasto, eterogeneo, confuso e sporco NO, noi non abbiamo saputo contenderlo e occuparlo con le nostre parole d’ordine e dargli una direzione chiara e una spinta in avanti una volta manifestatosi nel risultato elettorale. Si è pensato, forse, che dalla campagna per il NO sociale si potesse trarre ulteriore linfa da spendere nei singoli contesti di lotta territoriali, senza invece porsi il problema di come restare su un piano più direttamente politico, qual’era quello su cui si era giocata la campagna referendaria.

Le immediate dimissioni di Renzi la sera stessa del voto hanno sicuramente pesato in termini di depotenziamento di possibilità conflittuali immediate; e tuttavia, a distanza di un anno, come realtà anticapitaliste dovremmo forse riconoscere che l’ampio arco temporale che abbiamo lasciato alla controparte per riorganizzarsi (tra la manifestazione nazionale C’è chi dice No del 27 novembre e il tentativo sostanzialmente non riuscito di raccogliere nuovamente  a quel No con la manifestazione contro il vertice UE del 25 marzo, ci sono stati ben 4 mesi) è il risultato di un vuoto di prospettiva politica di cui abbiamo pagato il prezzo. Il resto, l’intensificarsi della repressione nelle piazze (compresa quella preventiva dei fogli di via, o l’abuso da parte delle questure del ricorso al divieto a manifestare), gli sgomberi di spazi sociali e occupazioni abitative e la guerra ai poveri e ai migranti a mezzo di Daspo urbani e di lager costruiti di qua e di là dal mare, il riemergere prepotente di forze neofasciste e neonaziste, è storia fin troppo recente per rimemorarla nel dettaglio.

La recente proposta di costituire una lista popolare per le prossime elezioni avanzata dai compagni e dalle compagne dell’Ex Opg ‘Je So pazzo, che ha suscitato nuovi entusiasmi e un salutare dibattito all’interno del “movimento” e della “sinistra radicale”, ci sembra tuttavia che spicchi più per il deserto di prospettive generali altre che per meriti in sé della proposta, che pure porta con sé molti aspetti interessanti e positivi accanto a non poche criticità (ma su questo ritorneremo un’altra volta).

Se un anno dopo il 4 dicembre, la nostra parte non è in grado di mettere in piedi un tentativo di rilancio che non si muova sul terreno subalterno dei tempi del nemico come quello della scadenza elettorale, proprio nel momento in cui l’attaccamento popolare alla democrazia rappresentativa vive la sua fase terminale con livelli di astensione altissimi a cui anche le prossime politiche non faranno eccezione (una bella differenza rispetto al 4 dicembre), abbiamo molto su cui interrogarci. Senza la capacità di costruire un’agenda autonoma delle lotte da convogliare in un’unica lotta, che sappia ottenere riconoscimento ed esprimere forza materiale e organizzata nelle piazze e in tutti i luoghi di questo paese dove degli spazi di conflittualità ancora esistono e resistono, anche il miglior successo elettorale non cambierà di una virgola la nostra attuale condizione di debolezza.

A fronte di un contesto sociale e politico sicuramente involuto nel peggiore dei modi rispetto a un anno fa, e che vede le forze anticapitaliste sostanzialmente messe ai margini, pensiamo sia allora necessario fare della nostra crisi un’occasione per ripensare radicalmente i nostri limiti, le nostre inadeguatezze e insufficienze rispetto alla possibilità di incidere davvero nella direzione di una rottura e di una trasformazione rivoluzionaria della società. Anche solo evocare queste parole (“rottura e trasformazione rivoluzionaria”) potrebbe sembrare folle vista la situazione in cui siamo. Pensiamo al contrario che sia folle, proprio adesso, non fare i conti con la necessità di trasformare prima di tutto noi stessi: non basta più accontentarsi di gestire bene i propri spazi sociali e politici sempre più ridotti e disarmati, difendere la nostra identità differente da un mondo che non se ne accorgerà neppure; così come non basta più investire in un conflittualismo a tempo indeterminato, o in questa o quella lotta vertenziale e locale senza capacità di sintesi e di direzione politica generale.

Su questi nodi, è necessario trovare gli ambiti per discutere e confrontarsi, con la massima umiltà e apertura, se vogliamo coltivare l’ambizione di dare la nostra impronta e capacità di direzione ai conflitti che comunque sono destinati a esplodere nei prossimi anni. Saremo in grado di anticiparli e di farci trovare pronti?

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