Una meteora che spezza la quiete. Sul fenomeno de “Il Palazzo che Brucia”

Pubblichiamo un nostro editoriale sull’esperienza de “Il Palazzo che Brucia” e sul percorso che passando per tre TAZ, è culminato fra sabato e domenica nell’occupazione e nello sgombero dell’ex Casina Rossa di Ponte San Pietro. Trattandosi di un fenomeno sicuramente nuovo, abbiamo cercato di dare spunti di riflessione tanto a coloro che hanno animato questo percorso o vi guardano con simpatia e curiosità, che a coloro che hanno storto il naso troppo superficialmente davanti al suo sopraggiungere.

 

Una scintilla di imprevedibilità

 

Partiamo dall’inizio. Nei primi giorni di settembre, una serie di scritte sono comparse in diversi punti della città: “Il Palazzo che Brucia 09/09 Dove non si sa” Negli stessi giorni, per mezzo di due profili facebook dai nomi goliardici quali “Lina Bambo” e “Maurino Costanzo”, venne preannunciata una imminente TAZ (sigla che sta per Zona Temporaneamente Autonoma). Poche righe sicuramente incisive e intriganti spiegano lo spirito che anima questi eventi:

“Abbiamo sempre immaginato le fiamme avvolgere la nostra città. Un fuoco che si alimenta del nostro odio per i palazzi del potere. Un fuoco che si espande ogni volta che facciamo qualcosa insieme. Liberati da legalità, mercato e proprietà, gli spazi e i tempi cominciano a vivere.”

Sui giornali locali abbiamo assistito a cronache allarmistiche, dal nostro punto di vista assai divertenti, che nel rimarcare la prossimità con la minaccia terroristica in qualche modo certificavano come l’operazione comunicativa fosse riuscita in pieno: spiazzamento, curiosità e panico nei benpensanti tutori della quiete e dell’ordine erano stati ottenuti.

 

 

La prima TAZ avviene il 9 di settembre in un locale abbandonato a Guamo. Band e Djset si alternano fino a tarda notte in una festa selvaggia e molto partecipata. Ne segue una seconda il 30 dello stesso mese, questa volta in un capannone industriale dismesso a Porcari. Tra l’una e l’altra si susseguono su facebook una serie di scatti provocatori accomunati dalla sigla “Mira i nemici – Brucia il palazzo”, che vedono mimare il gesto di una pistola puntata contro i vari palazzi e luoghi di potere presenti a Lucca: questura, tribunale, carcere, comune, sede di CPI.

 

 

Sui profili social di “movimento” a Lucca, tuttavia, di tutto ciò non compare traccia. Segno forse che questa esperienza, se non una rottura, rappresenta quanto meno un passo a lato rispetto ad altri percorsi precedenti. Seguono due mesi di silenzio, finché la settimana scorsa non viene finalmente annunciata una terza TAZ, che si conclude con l’occupazione (questa volta evidentemente permanente negli intenti) e lo sgombero della ex Casina Rossa avvenuto la mattina successiva, con tanto di sequestro del furgone e dell’impianto musicale e, soprattutto, la prevaricazione poliziesca che si è scatenata impunemente ammanettando e puntando le pistole contro un gruppo di ragazzi e ragazze disarmati.

 

 

Ora, piaccia o no questo tipo di eventi e la cornice narrativa che li accompagna, e al netto di legittime perplessità sul carattere nebuloso del progetto politico che le sostiene (perlomeno per come è stato comunicato all’esterno fino a questo momento) non si può comunque negare l’effetto sorpresa a livello di immaginario e di linguaggio che hanno avuto queste TAZ. La rottura di una certa routine e prassi comunicativa dei collettivi cittadini (documenti analitici, comunicati di rivendicazione lunghi e seri ecc.) è stato sicuramente un fattore che ha suscitato curiosità e interesse verso questa esperienza. Rappresenta senza dubbio uno dei suoi punti di forza ma anche, a doppio filo, di debolezza. Ci ritorneremo tra poco.

 

Sulla politicità del divertimento collettivo

 

Occorre sgombrare il campo da un equivoco, quello secondo cui la politica e l’agire militante risiede solo nel cielo tragico della lotta, dello scontro, del sacrificio e dell’impegno contro le ingiustizie. Si tratta secondo noi di un approccio miope e moralistico. La politica (e specie una politica che si vuole popolare) dovrebbe invece essere capace di innervare ogni momento della vita quotidiana in cui si sta insieme. Marcello Tarì ha scritto in maniera molto efficace che “Saper innalzare una barricata non vuol dire molto se allo stesso tempo non si sa come vivere dietro di lei.” Quindi sì, anche il divertimento è politico. Perché, come dovrebbe essere noto, quando ci si diverte si sta bene insieme è più facile sentirsi un noi e costruire una forza.

La criminalizzazione e la banalizzazione del divertimento, con tutto il codazzo dei consueti stereotipi triti e ritriti sui giovani drogati e fannulloni a cui abbiamo assistito sui media dopo il recente sgombero, vivono infatti un’intima contraddizione: vogliono additare una specie di nicchia da criminalizzare, e tuttavia non possono fare a meno di riconoscere che questa nicchia forse tanto nicchia non è. Come mai, come riconosciuto anche dagli stessi media, c’erano 300 persone a questa festa? Forse perché è una festa a cui si poteva accedere gratuitamente, senza dover spendere 10 e passa euro per questa o quella discoteca, o 7 euro per un cocktail?

Se siamo d’accordo nel voler edificare un altro tipo di società in cui le persone possano far uso del mondo e della sua ricchezza di piaceri ed esperienze senza la mediazione discriminante della quantità di denaro di cui dispone, esistono sicuramente degli elementi di socialità condivisa e non mercificata in feste come queste. E meritano il giusto riconoscimento. Sarebbe interessante a questo proposito raccogliere le opinioni e le testimonianze di coloro che hanno partecipato a queste TAZ al fine di avere un riscontro sul tipo di esperienza vissuta in un contesto del genere.

Esiste però una critica che può essere avanzata e che, nella fase attuale, riteniamo politicamente più che degna di considerazione: una cornice narrativa che punti sul divertimento e sul piacere di stare insieme, uno stare insieme libero e non limitato da norme e divieti imposti da qualcun altro, come si pone il problema di entrare in contatto con la sofferenza materiale e psicologica di tutte quelle fasce sociali colpite dalla crisi e dall’impoverimento dilagante (su cui, specie in questa fase, la propaganda fascista fa sicuramente più breccia di quella della nostra parte)? è efficace nel parlare a questi soggetti e nel mobilitarli politicamente?

Non è questione di contrapporre i momenti seri e i momenti ludici, come se fossero due cose antitetiche e non invece complementari. Ma nel momento in cui un polo manca, o comunque non è adeguatamente reso percepibile a livello di narrazione e soprattutto di organizzazione conflittuale di questi pezzi di corpo sociale (con tutta la fatica e lo sbattimento che questa fase richiede), qualcosa rischia di stridere. E questo no, non è affatto moralista indicarlo come problema da prendere in considerazione, se si ambisce a trasformare la società attuale in senso anticapitalista e antifascista.

 

A cosa serve uno spazio sociale occupato?

 

Partiamo da un dato di fatto. A differenza di molte altre città italiane, a Lucca un centro sociale vero, che durasse per più di qualche mese diventando un luogo di aggregazione riconosciuto e un punto di riferimento politico, non è mai esistito in 40 anni. è naturale dunque che questo bisogno torni periodicamente a manifestarsi specie fra le generazioni più giovani, che non capiscono perché devono essere costrette ad attraversare certi spazi di socialità e politica andando a Pisa, a Livorno, a Firenze ecc., senza poterlo fare nella propria città.

Altrettanto indiscutibile è il fatto che nei 40 anni di distanza che ci separano dalla sconfitta dei grandi movimenti degli anni Settanta (l’ultimo momento del Novecento in cui una rottura rivoluzionaria fu vista a torto o ragione come ancora possibile), il centro sociale inteso come luogo di riproduzione di una certa soggettività politica, è stato il mezzo con cui gestire un arretramento in termini politici e di radicamento sociale che, al di là di meritorie eccezioni in alcune città e in alcuni periodi, è comunque continuato fino ai giorni nostri.

Intendiamoci, ci sono centri sociali e centri sociali. Ci sono le discoteche alternative, e poi ci sono  luoghi che diventano motori propulsivi e riconosciuti di lotte per la casa, sui luoghi di lavoro, contro la distruzione del territorio, presidi sociali nei quartieri dove si pratica il mutualismo e la solidarietà di classe. Questo per dire, semplicemente, che la presenza di un centro sociale non conduce automaticamente al rafforzamento di certe istanze e percorsi di lotta di classe. Dipende.

Lasciando da parte un ragionamento sulla crisi e i limiti dei movimenti in Italia nell’autunno freddo di questo 2017 che ci porterebbe molto lontano, rimaniamo sulla storia recente della nostra città. L’ultima occupazione degna di nota a Lucca è stata quella della Polisportiva Autogestita delle Madonne Bianche a Sant’Alessio, durata circa sei mesi nella seconda metà del 2013. Quello che ci interessa rimarcare in questo caso, è che quell’occupazione ebbe una certa legittimità e non venne immediatamente sgomberata non solo perché lo spazio in questione era pubblico e non privato (cosa che chiaramente fa una differenza enorme in termini di possibilità di una mediazione politica che si sostituisca alla pura repressione), ma perché si presentò come la riapertura di un bene comune da rimettere a disposizione della città e del quartiere e non semplicemente di coloro che lo avevano occupato e riqualificato.

Non solo: quella occupazione fu preceduta da un anno di mobilitazione continua capace di esprimere un protagonismo sociale in città: le occupazioni delle scuole, tre cortei studenteschi con centinaia di partecipanti nell’autunno 2012, l’occupazione temporanea della biblioteca Agorà, il percorso di lotta dei pendolari Lucca-Pisa ecc. C’era insomma una soggettività giovane che andava all’attacco, capace di protagonismo e di conquistarsi legittimità e consenso.

Oggi il clima politico a Lucca è completamente cambiato, come risulta evidente dal successo elettorale di CPI e dalla difficoltà del fronte antagonista a dare continuità politica al percorso che ha portato alla contestazione al G7 di aprile. A ciò si aggiunge la difficoltà altrettanto evidente a inserirsi in un dibattito cittadino che su temi quali sicurezza, immigrazione, razzismo e fascismo oggi è tutto giocato tra le destre da un lato e il PD dall’altro.

Un centro sociale può essere il punto di inizio di un rilancio? Di nuovo ci viene da dire: dipende. Se l’esempio delle Madonne Bianche ci insegna qualcosa, è che prima dovrebbe venire l’azione politica e una mobilitazione sociale su delle lotte che creano una soggettività protagonista, che non si senta messa ai margini (e nemmeno cerchi di rifugiarcisi); poi, si sente il bisogno di prendersi un luogo che dia un identità spaziale a questo noi, e che serva da spinta propulsiva per continuare quelle lotte il cui cuore continua comunque a svolgersi fuori.

Quindi tutto sbagliato? O si segue il manuale o niente? Le cose non possono andare diversamente, scommettendo su uno spazio che sia il fuoco alimentatore di lotte oggi assenti o deboli? Tutto è possibile, ma pensiamo che realizzare questa ipotesi sia molto più difficile. E che forse, in questa precisa fase a Lucca, se si vuole recuperare protagonismo politico e riconoscimento presso gli strati sociali a cui noi facciamo riferimento, la priorità non sia questa. Ma è solo un nostro punto di vista, del tutto discutibile e smentibile alla prova della realtà.

 

Chi siamo noi, chi sono i “nostri”

 

Spendiamo ora qualche parola sul comunicato fatto uscire martedì pomeriggio dei ragazzi e le ragazze del Palazzo che Brucia a commento dello sgombero. è la prima presa di parola vera e propria di questo percorso, che rivendica l’importanza centrale di “uno spazio nostro, dove vivere, confrontarsi e immaginare soluzioni da costruire insieme” e sperimentare “una forma altra di vivere” e che preannuncia altre occupazioni in futuro. Ritorna più volte nel testo un’insoddisfazione che sembra dipingere la nostra città come un corpo monoliticamente nemico, borghese e fascista (“città morta”, la “vergognosa risposta di Lucca”), nonché un disprezzo del consenso forse un po’ troppo ostentato e semplicistico.

Ecco, ci limitiamo a segnalare un rischio: quello di pensare che quella che magari è una situazione di marginalità contingente, dovuta alla fase, alla repressione poliziesca e fascista, ai limiti dei movimenti anticapitalisti lucchesi negli anni passati, diventi un tratto identificante. La guerra rischia così di diventare contro tutto il mondo, la terra di mezzo dei soggetti sociali da contendere politicamente al nemico risulta sparita. Chi è il “noi” che agisce politicamente, e qual è la sua condizione socio-economica dentro la crisi? Chi sono i “nostri” (attuali o potenziali) a cui ci si rivolge e che si vorrebbero coinvolgere e mobilitare in uno spazio e a quale scopo? Su questi interrogativi, tutt’altro che secondari a nostro avviso, ci sembra che la presa di parola degli occupanti non abbia fornito (almeno per il momento) risposte chiare.

Anche a noi piacerebbe vedere questo mondo in fiamme, dalle cui ceneri ne nasca uno diverso. Siamo altrettanto convinti che se l’incendio vuole divampare fino al cuore delle città e dei palazzi del potere, e non restare confinato in un piccolo recinto (fisico o mentale che sia), c’è bisogno di andare in cerca anche di quella legna la cui superficie, a un primo sguardo, può sembrare bagnata. Pensiamo infatti che il territorio sia sempre il prodotto di uno scontro di forze sociali e di interessi contrapposti, e che non sia mai un qualcosa di interamente colonizzato da forze a noi nemiche. Occorre conoscerlo e coglierne le potenzialità nascoste nel bel mezzo delle contraddizioni materiali, anche se per farlo c’è bisogno di mettersi in discussione, non rinchiudersi nella cerchia rassicurante dei propri simili, di andare dove non siamo e dove magari, di primo acchito, non ci si sente neanche troppo comodi e in buona compagnia perché le nostre posizioni e convinzioni di partenza possono venire contraddette. Solo così, secondo noi, è possibile ribaltare i rapporti di forza.

 

Lo scandalo di un’occupazione, la solidarietà necessaria

 

Da ultimo, occupiamoci delle reazioni scandalizzate e scomposte che questa occupazione ha scatenato nel teatrino della politica lucchese. Immancabile il tentativo da parte di CasaPound di sventolare lo “spauracchio eversivo rosso”, fondendo le iniziative politiche del PD, il corteo contro il G7, eventi culturali come il Borda!Fest e fantomatiche sequele di aggressioni e danneggiamenti a sedi politiche non gradite agli antagonisti.  Il tutto sublimato nel “Palazzo che brucia” spento dalla pioggia e devastato dall’estrema sinistra, con allusioni ad una collusa tardività d’azione delle forze dell’ordine evidentemente orchestrate dal gran burattinaio Tambellini.

Una narrazione chiaramente ridicola, che si sgonfia semplicemente ricordando che una delle tante “inchieste” antidegrado condotte dal parafascista Marco Santi Guerrieri nel febbraio di quest’anno verteva proprio sullo stato di totale abbandono dell’ex Casina Rossa e dell’area circostante. Ciaone alla favoletta della devastazione come sport preferito dagli antagonisti.

Riteniamo inoltre che chi come Fabio Barsanti (della cui storia ci siamo già occupati) vorrebbe spacciare l’idea di un fascismo pulito e responsabile pontificando sulla sicurezza e l’eversione, salvo poi usare la sede di Casa Pound in Via Michele Rosi per fare “beneficenza” verso i peggiori squadristi resisi autori di coltellate, ferimenti e ripetute aggressioni in questa città (si veda l’inchiesta già pubblicata un anno fa sul nostro sito) e stare fianco al fianco dello stragista Gianluca Casseri, abbia tutto meno che i titoli per dare lezioni di democrazia e di convivenza civile a chicchessia.  

Di fronte a questa offensiva, condotta da chi stando in consiglio comunale vuole identificare con il potere costituito l’area dei movimenti, non possiamo non schierarci. La risposta repressiva in termini di denunce e di fogli di via che si abbatterà su tutti coloro che hanno sostenuto questa occupazione impone di manifestare solidarietà (che si condivida le ragioni di questa occupazione e il percorso che la accompagna o meno) e di difendere politicamente la legittimità di una pratica come quella di occupare immobili sfitti e abbandonati per riutilizzarli a scopo sociale, aggregativo o abitativo, restituendoli alla collettività – uno degli spazi sociali oggi più frequentati a Lucca come Il Cantiere in Via del Brennero, per dire, venne ristrutturato e riaperto dalla Provincia proprio in seguito alla pressione esercitata dal basso tramite un’occupazione avvenuta nel 2008.

Perché anche al netto di divergenze politiche che possono esserci, quando la repressione e la criminalizzazione mediatica si mettono in moto, a essere colpiti sono gli spazi di agibilità di tutti. Come tali, vanno difesi.

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