Potere al Popolo. Quando il saggio indica la luna…

Circa due mesi fa l’ex Opg – Je so’ Pazzo (uno dei centri sociali più importanti di Napoli) ha lanciato il progetto di Potere al Popolo, un nuovo movimento che si presenterà alle prossime elezioni parlamentari del 4 marzo. L’obiettivo dichiarato è quello di sfruttare la tornata elettorale non come fine, ma come come momento coagulante delle diverse lotte e realtà sociali e politiche anticapitaliste presenti nei territori, ricostruendo così un soggetto politico nazionale che possa servire da spazio di riconoscimento a un popolo che oggi è sempre più espropriato ed escluso dalla decisionalità politica. Una sfida che ha acceso tanti entusiasmi e suscitato altrettante perplessità.

Invece di esprimere un punto di vista univoco, abbiamo deciso di compiere una scelta insolita: oggi diamo spazio a un editoriale che sottolinea le potenzialità di questo progetto, mentre domani ne pubblicheremo uno che si sofferma maggiormente sui suoi limiti e rischi. Buona lettura.

 

Potere al Popolo. Quando il saggio indica la luna…

di Giuliano Dami

Cosa vuol dire, nel 2018, vivere nelle periferie? O nelle province lasciate a loro stesse piuttosto che in una città universitaria. Quando si parla di presente e di realtà bisogna avere uno sguardo molto ampio e, per quanto possa essere difficile, oggettivo.

Il presente di chi vive nell’Occidente, più precisamente in Europa, più precisamente in Italia, è sempre più polarizzato. Da una parte c’è chi può disporre di risorse economiche che rendano la sua esistenza più pragmatica per trarne i massimi benefici personali; dall’altra chi può solo subire le scelte esistenziali in maniera passiva senza avere sicurezza o appagamento. Fine. Questo è il modo più generico con cui si può descrivere la lotta di classe. Bisogna parlare in modo generico perché la lotta di classe è tutt’altro che finita (chi afferma il contrario sa bene da che parte stare) ma sono mutati gli attori in gioco.

Quello che qualcuno ha previsto alla fine degli anni 90 si sta realizzando da vent’anni sotto i nostri occhi: la distruzione sistematica di qualunque spazio di vita collettiva che possa andare contro la logica competitivista del mercato. Le democrazie europee stanno creando quello che è il cittadino perfetto nella visione neo-liberista. Il cittadino che paga le crisi, che se non arriva a fine mese è perché non è stato all’altezza, che può incolpare solo se stesso o chi sta peggio di lui in questa lotta tra poveri. Il cittadino che se si trova dalla parte del benessere avrà tutti i mezzi per accrescerlo e mantenerlo. Come si arriva a tutto ciò se non grazie a una sinergia tra politica, mezzi di informazione e poteri economici forti?

In Italia è storia recente di come il Berlusconismo, troppo goffo nel nascondere la corruzione e il conflitto di interesse che lo caratterizza, è stato soppiantato da una classe dirigente che, pur definendosi di Centro-Sinistra, ha portato avanti con efficienza lo smantellamento dei diritti dei lavoratori conquistati in anni di lotte. Ha portato avanti gli interessi dei privati nell’Istruzione rendendo le scuole sempre più una palestra di competizione per il mondo capitalista. Oltretutto ricordiamoci che se nel mar mediterraneo le ONG non possono più operare liberamente è grazie al Partito Democratico che per inseguire l’elettorato nazionalista ha messo a repentaglio migliaia di vite umane.

La strada dell’antiberlusconismo ha fatto sì che si creassero alleanze post-ideologiche in nome della morale o, al limite, dei diritti civili; ci siamo abituati a baracconi elettorali in nome della vittoria perdendo di vista la realtà: la parola Sinistra nella politica istituzionale non ha più alcun valore.

Contemporaneamente alla fine della democrazia rappresentativa alla quale abbiamo assistito, la voglia di fare politica attiva sui territori è tutt’altro che scemata: la penisola italiana è punteggiata da un denso arcipelago di collettivi, movimenti sociali, comitati cittadini tutti accomunati da proposte  collettiviste e da una lotta senza quartiere alle conseguenze della crisi economica imposte dal neo-liberismo. Purtroppo questo non basta e le politiche repressive sempre più dure che i governi muovono verso queste realtà lo evidenziano.

Vi è bisogno di un contenitore nella quale si possano riconoscere i movimenti e gli esclusi dal potere. Una rete organizzativa, una piattaforma comunicativa per mettere in risonanza lotte e messaggi.

Partecipare attivamete alla politica dal basso è difficile soprattutto in quelle realtà dove ci si sente più soli e isolati: la Rivoluzione non partirà mai (purtroppo) da un ipotetico ma plausibile collettivo di mutuo soccorso per i lavoratori nella Val d’Arno o da un agguerrito centro sociale di un qualche capoluogo di regione. Ciò che può veramente cambiare le cose è riuscire a creare una sinergia tra le diverse anime dei movimenti e allo stesso tempo formare un soggetto in cui chi è sfruttato dal capitalismo si possa riconoscere.

Lo scorso Novembre uno dei centri sociali più attivi in Italia, l’Ex OPG Je So’ Pazzo di Napoli, ha lanciato una proposta inaspettata:creare un soggetto, di ispirazione marxista, che guarda alla partecipazione popolare e che sintetizza le lotte  anticapitaliste che migliaia di militanti portano avanti con dedizione sul territorio. Tale progetto è stato chiamato Potere al Popolo. Ma la cosa più inaspettata è la proposta di presentare questo soggetto alle elezioni politiche che si svolgeranno tra meno di due mesi. La sfida non sta tanto nel risultato delle urne quanto nelle contraddizioni che può portare tale percorso istituzionale. Prima di tutto bisogna tenere bene a mente che il fine di Potere  al Popolo non è quello di creare una lista elettorale ma di dar maggiore forza a chi già fa politica nelle strade, nelle piazze e sui posti di lavoro ovvero i luoghi dove la si trova la vera democrazia diretta. Le elezioni non sono che un pretesto per mettere subito le cose in chiaro dando un manifesto, un programma e un’organizzazione a un progetto così ambizioso. Sbaglia di grosso chi si avvicina a Potere al Popolo ponendosi come obiettivo l’ingresso nelle istituzioni. Piuttosto nella volontà di irrompere nella scena politica nazionale bisogna leggere il coraggio e la determinazione di usare ogni mezzo possibile per rompere il giocattolo del teatrino della politica alla quale questa finta democrazia ci ha abituati. Una tattica offensiva per essere in anticipo verso chi comunica con le piazze mandando le camionette della polizia.

Tutto questo pone ovviamente dei quesiti leciti: è possibile unire insieme le diverse realtà di movimento con le loro contraddizioni? Come ci si può proporre alle elezioni senza normalizzare le lotte? L’entusiasmo innegabile che sta raccogliendo in tutta Italia sopravviverà dopo le urne?

Questi dubbi giustamente rimangono tali a due mesi dal giorno in cui è stata lanciata la proposta di Potere al Popolo ma dovrebbe essere questo anche il momento in cui concentrarsi maggiormente sulle potenzialità che ci possono essere. Ci troviamo in un presente in cui le forze nazionaliste, liberiste e xenofobe hanno campo libero di fronte a un decennio di innegabile indebolimento delle realtà militanti: c’è davvero bisogno di creare un soggetto determinato, combattivo e unitario che sia molto di più che la semplice somma delle sue parti. I motivi per essere ottimisti ci sono quando, in poche settimane, si vedono migliaia di persone avvicinarsi o riavvicinarsi alla politica dal basso. Non bisogna riesumare alle esperienze passate ma fondare qualcosa di nuovo. Non è il tempo dell’autoreferenzialità o dell’”aristocrazia” delle lotte ma è il tempo della sinergia e dell’organizzazione in cui bisogna sovvertire il presente partendo dai conflitti sociali  ma affiancati da una rete affidabile e inclusiva. Mettere in risalto le divergenze è il regalo più grande che si può fare ai nostri veri avversari.

Ciò che sarebbe ingiustificato in questo momento è una mancanza di sostegno o interesse verso Potere al Popolo da parte di un qualunque movimento (non sconnesso con la realtà) che abbia una connotazione rivoluzionaria: senza la costruzione di una rete organizzata, delle lotte e dei luoghi in cui l’anticapitalismo diventa contropotere, autonoma e alternativa di massa, non si può progettare o sperare in una prospettiva rivoluzionaria.

Vivere nel 2018 le bolle di solitudine nella quale veniamo ingabbiati che siano periferie, province, posti di lavoro sempre più alienanti, centri di accoglienza, università che guardano al modello anglosassone, monolocali della quale non si riesce a pagare l’affitto… fa tutto parte di un disegno della quale questi sono gli effetti collaterali considerati necessari. Chi vuole cambiare il presente dovrà sempre fare i conti con questo e rispondere nella maniera più efficace sia in modo immediato che a lungo termine. Esiste un popolo senza confini di sfruttati ed esclusi dal potere che non rientra in questo disegno che può davvero assaltare il cielo.

Giuliano Dami

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