Vincitori e sconfitti. Appunti sulle ultime elezioni

Uno sguardo d’insieme

 

Partiamo dalle cose simpatiche: i camerati di Casa Pound, nonostante un’esposizione mediatica degna di Pippo Baudo e una fiumana di denaro bruciato per la campagna elettorale, aumentano sì, ma stanno sotto l’1% dei voti. La presa di Tripoli è evidentemente rimandata, purtroppo per loro non sono riusciti a erodere nulla alla Lega, anzi. Resta da capire perché abbia così a lungo affollato gli studi di La7 e non solo un partito infinitesimale alle urne e irrilevante nelle piazze, se non per sdoganare definitivamente proprio la “nuova” Lega di Salvini, zeppa di contenuti xenofobi e ultranazionalisti, presentato però come un gustoso “centrodestra” moderato.

Il PD, forte della linea del segretario “quello vincente mica come Bersani”, perde l’ennesima tornata elettorale come di prassi dopo le Europee del 2014: scende sotto il 20%, cala il bacino elettorale di 2 milioni di voti e conferma la via della pasokizzazione, destino pressoché comune a tutte le socialdemocrazie europee, o quantomeno ai loro gusci vuoti. Livelli di cretinismo parlamentare quasi imbarazzanti per i democratici renziani, forti di una pratica di governo e una campagna elettorale buona giusto per far trionfare grillini e leghisti. E infatti. 

In tutto questo, il nuovo exploit del M5S e la forte ripresa della Lega (che sorpassa ampiamente i residui di Forza Italia) uniti al crollo verticale dei dem, ci prospetta il caro vecchio governo balneare. Auguriamocelo di cuore, perché l’alternativa potrebbe esser un governo che seppur privo di svastica ne porterebbe in alto i contenuti.

Se andiamo a vedere le combinazioni possibili sulla base della composizione delle nuove camere, non sembra scontata la formazione di un governo viste certe difficoltà di incastri tra i tre schieramenti del PD in salsa confindustriale (quasi comico l’ingresso nel partito di Calenda dopo le elezioni, quasi un segnale di commissariamento da parte della grande industria), del M5S e della già non troppo lineare coalizione Lega-Berlusconi-Fratelli d’Italia.

Un’occhiata al locale: se in Toscana il PD si salva per un soffio e rimane in testa, scendendo drasticamente nei collegi elettorali comprendenti l’area della provincia di Lucca (ovvero zone tradizionalmente non “rosse”, per quanto sia comico ormai associare ancora quel colore al Partito Democratico) si registrano i seguenti dati: alla Camera, il collegio Toscana 01 – Massa-Carrara, Lucca, Pistoia, Prato – vede la sonora affermazione del centrodestra con il 36,7% dei voti, e il PD (al 25,4%) che resta davanti al Movimento 5 stelle solo grazie agli alleati di coalizione, eleggendo tuttavia solo due deputati come la banda Di Maio, contro i 7 delle destre (3 in quota plurinominale, 4 su 4 in quota uninominale). Appena sopra il 3% Liberi e Uguali, Potere al Popolo e Casa Pound rimediano rispettivamente 9600 e 8200 preferenze, con percentuali da uno virgola.

Andando più nel dettaglio, le elezioni segnano anche la caduta pressoché totale dell’establishment democratico locale: Baccelli alla Camera rimane 11 punti dietro il candidato di destra Zucconi e appena un punto sopra il grillino Landi, Marcucci al Senato riesce a far peggio finendo terzo dietro la candidata pentastellata Paglini e l’ex sindaco forzista di Pietrasanta Mallegni, avanti di ben 13 punti. Prima di vedere il territorio comunale, si segnala il dispiacere per il risultato nel collegio Massa-Versilia del ras forzanuovista Cabras, noto ai più per il negazionismo sui campi di sterminio nazisti: 500 voti sono pure troppi.

Leggendo i dati su Lucca comune, facilmente confrontabili con quelli delle comunali dello scorso anno e dove si può facilmente ragionare sui voti netti, senza la tara della differente affluenza (estremamente bassa alle ultime amministrative, solo in leggero calo a queste politiche), si rilevano tendenze importanti: i voti quadruplicati della Lega e dei grillini, la perdita secca di un migliaio di voti per Barsanti con il presunto alpinista Bergamini che al Senato fa ancora peggio, il PD orfano delle liste civiche e di qualsivoglia “sponda sinistra” che non intercetta praticamente niente dell’elettorato assente alle elezioni comunali, con analogo risultato per Potere al Popolo che coglie pressoché gli stessi voti presi da un anno fa da Lucca città in comune.

Che cosa ci dicono dunque queste elezioni? Non ci proponiamo di fornire qui analisi dettagliate, ci limitiamo a riassumere ed evidenziare alcuni dati di fatto.

 

I vincitori

 

La Lega. In pochi anni Salvini è riuscito nell’impresa di resuscitare un partito che sembrava messo ai margini (4,1 % alle precedenti politiche del 2013 con 1.390.000 voti circa) quadruplicandone i consensi sia in assoluto che in percentuale. Da forza secessionista saldamente radicata ma anche confinata nelle regioni del Nord, il progetto sovranista e xenofobo della nuova Lega è riuscito a fare breccia e a raccogliere consensi ampi anche nelle ormai ex regioni rosse del Centro. La ruspa è a pieno regime, l’odio verso i migranti con tanto di pallottole gratuite pure. Non ci aspettano dei bei anni.

 

Il M5S. Non meno travolgente è il boom della formazione guidata da Di Maio che si conferma primo partito per numero di voti e supera abbondantemente il 40 % in tutte le regioni del Sud. Le tutt’altro che brillanti prove che hanno dato di sé i sindaci pentastallati nei comuni dove hanno governato finora (Torino e Roma in primis) non hanno infatti mimimamente scalfito l’avanzata di questo strano oggetto politico, che continua ad essere visto come l’unica opzione forte a cui affidarsi per scassare il sistema.

 

Il “populismo”. Se l’ampia vittoria di Macron in Francia e il mantenimento della grande coalizione tra i socialdemocratici e il partito della Merkel in Germania sembravano preannunciare una prima battuta d’arresto della ventata populista, mettendo così in sicurezza il cuore dell’Europa dopo lo scossone della Brexit, il voto italiano butta di nuovo tutto all’aria.

Malgrado le loro differenze in termini di radicamento territoriale e di scelta dei propri principali cavalli di battaglia (l’opposizione virulenta all’immigrazione da una parte, la proposta del reddito di cittadinanza dall’altra), le formazioni populiste raccolgono il consenso della metà esatta dei votanti.

Sia chiaro: la minaccia dell’ingovernabilità e del populismo è fantomatica, i mercati hanno dormito e continueranno a dormire sonni tranquilli. Né la Lega né il M5S hanno la forza e la coesione ideologica necessaria per essere delle forze realmente antisistemiche capaci di mettere radicalmente in discussione l’Unione Europea o il neoliberismo, il loro compito è quello di incanalare la rabbia e il disagio sociale in delle forme compatibili e gestibili.  Ciò non toglie che la loro vittoria segna la fine non di un governo, ma di un’intera stagione politica.

 

 

Gli sconfitti

 

Il PD. è il vero grande sconfitto di queste elezioni. Il progetto renziano di costruire un nuovo partito della nazione sull’onda dell’euforia per il 41 % ottenuto dal PD alle europee del 2014 fallisce nella maniera più ingloriosa e più misera. Il centro-sinistra è ormai una forza residuale, odiato e respinto dai 4/5 della società e assediato da Lega e M5S persino nelle sue ultime e traballanti cittadelle del centro Italia. Visti i massacri sociali che il renzismo (e i suoi liberamente ipocriti fuoriusciti) hanno prodotto in questi ultimi anni, possiamo sicuramente rallegrarcene.

 

Le forze moderate. Nel 2008 il Pd e Forza Italia (allora Popolo delle Libertà) si spartivano il 70 % dei consensi. Dieci anni dopo, i referenti politici più affidabili per la grande borghesia e per le istituzioni europee raggiungono a malapena un terzo dei voti totali. Il vecchio bipolarismo va definitivamente in soffitta, non si vince più al centro, perché quel centro (il centro dei moderati, il centro di chi ha bisogno di stabilità e pace sociale perché sta economicamente bene) è stato disarticolato dalla crisi. Quello che queste elezioni sembrano delineare come tendenza per i prossimi anni è un nuovo bipolarismo populista, tra il M5S e il centro-destra a trazione Lega.

 

Potere al Popolo (e dintorni). Spendiamo in questo caso qualche (dolorosa) parola di più, perché il risultato elettorale chiama direttamente in causa il nostro noi in quanto comunisti e anticapitalisti. L’aver aderito convintamente al progetto di Potere al Popolo o l’essersi limitati a non sabotarlo, pensando magari che le conseguenze del voto di domenica non riguardino pesantemente anche le realtà anticapitaliste astensioniste (diserzioni di massa dalle urne non si sono peraltro viste), è un fatto del tutto secondario viste le proporzioni di quanto accaduto. 

Inutile girarci attorno: è stata una disfatta. Le ragioni dell’uguaglianza, della giustizia sociale e dei diritti dei lavoratori, codificate dalla cultura politica della sinistra e del movimento operaio, risultano confinate all’irrilevanza, pressoché cancellate. Si voleva partecipare al voto, non si è riusciti nemmeno a entrare in partita, nonostante la generosità e l’entusiasmo che tanti compagni e compagne vi hanno profuso in un tempo sicuramente risicato.

Attaccare Potere al Popolo per aver voluto sfruttare la tornata elettorale come momento ricostruttivo di una forza politica di sinistra radicale nel nostro paese in un momento in cui non esistevano le condizioni per un suo successo è legittimo, ma è anche pericolosamente rassicurante. Ad essere ridotto al lumicino non è semplicemente una lista elettorale: è tutto il nostro mondo.

Dopo dieci anni di crisi epocale, in cui pure tante lotte piccole e grandi ci sono state – ma non c’è stato alcun movimento di massa paragonabile a quelli che abbiamo visto in Spagna e in Grecia nel 2011 o in Francia nel 2016 – anche sommando i voti di Pap con quelli di stalinisti e trotzkisti, le formazioni politiche anticapitaliste e antiliberiste invece che rafforzarsi escono ancora più indebolite, raccogliendo appena mezzo milione di voti.

Quasi come i neofascisti di Casa Pound e Forza Nuova. Un risultato di per sé umiliante, se non fosse che mentre le parole d’ordine del nostro campo non riescono a varcarne i confini, le parole d’ordine dei neofascisti in tema di immigrazione sono invece le stesse di un partito che è al 18 %, sono rincorse sia dal PD che dal centro-destra e ambiguamente assecondate o non contrastate dal M5S.

A fronte della portata di quanto è successo, affermare che “è andata comunque bene, che è stato comunque bello e importante averci provato” e che si può comunque brindare, è un atteggiamento da dismettere. Il progetto di Potere al Popolo andrà avanti nonostante la debacle (e non c’entra il non essere entrati in Parlamento) elettorale? C’è da augurarselo, ulteriori frammentazioni nello stato in cui siamo equivalgono a manie di suicidio.

Ma dentro e fuori Potere al Popolo, è il momento di mettere a tema una riflessione dura e onesta su di noi, su quello che non riusciamo ad essere e su quello che siamo realmente, una riflessione che esige uno sforzo di creatività e fantasia. Non è più tempo di riprodurre (sempre più in sedicesimi) quello che già facciamo, di ripetere ritornelli consolanti come “torniamo nei territori”, “torniamo nei quartieri”, “torniamo a fare le lotte”. Non basterà.

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