Come fare opposizione al governo gialloverde? La vicenda Autostrade come banco di prova per il “movimento”

C’è un dato nuovo che emerge dal dibattito pubblico dopo i fatti di Genova, un dato che è impossibile ignorare: per la prima volta dopo decenni, la ripubblicizzazione di beni e servizi di interesse comune (come è la rete autostradale) torna ad essere un’opzione rivendicata anche con forza e con il consenso quasi sicuramente maggioritario dell’opinione pubblica. Non da qualche intellettuale tacciato di statalismo novecentesco, né da qualche gruppo minoritario di estrema sinistra, ma dal ministro delle infrastrutture e dei trasporti e dal leader del primo partito italiano. Un elemento di novità che deve essere analizzato in tutta la sua portata, senza infingimenti.

è assai probabile che il governo non intenda procedere davvero e fino in fondo alla revoca della concessione ad Autostrade. Il governo aspetterà che l’onda emotiva si sgonfi,  lavorerà per portare a casa qualche risarcimento per le vittime e qualche compensazione simbolica per la città di Genova, e si lascerà alla magistratura il compito di “fare giustizia”. In attesa della prossima strage annunciata. L’importante, anche se non si può più dire, è non turbare troppo i mercati, gli azionisti e gli obbligazionisti.

Tuttavia, da un certo punto di vista poco importa il fatto che, come nel caso del decreto Dignità (promessa: aboliremo il Jobs Act; risultato effettivo: si vota contro il ripristino dell’articolo 18), la montagna partorirà verosimilmente il topolino. Il governo (o meglio, la componente M5S, dato che la spaccatura con la Lega sulla questione diventa sempre più evidente di giorno in giorno) potrà pur sempre dire che avrebbe voluto, ma che gli impegni presi dai precedenti governi, le penali da pagare ecc. gli hanno impedito di ripubblicizzare Autostrade. E nell’opinione pubblica, nella massa di chi oggi è – finalmente! – incazzato contro l’alto invece che in basso, contro i padroni che si arricchiscono mettendo a rischio le nostre vite e contro la negligenza dei governi che gliel’hanno permesso, rimarrà comunque come immagine quella di un governo che perlomeno ha avuto la capacità di pronunciare parole di rottura, di contro a un’opposizione che si appiattisce sulla difesa dell’esistente.

Lo si è visto anche sabato scorso dai calorosi applausi che il governo ha ricevuto in occasione dei funerali di Stato per alcune delle vittime. Di nuovo, elemento a cui dare il giusto peso, dato che almeno metà delle famiglie delle vittime hanno rifiutato quelli stessi funerali dell’ipocrisia, ma che un peso simbolico notevole comunque ce l’ha. C’è la sensazione (mistificata quanto vogliamo, ma palpabile nella società) che per la prima volta dopo decenni abbiamo un governo che usa parole forti e che prova ad adottare misure di radicale cambiamento. Per questo i proclami di fuoco di Di Maio, Toninelli e Di Battista non sono affatto da sottovalutare o da ignorare.

Diciamoci la verità, una verità che va al di là della questione specifica di cui stiamo parlando: nel “movimento” c’è parecchia titubanza rispetto alla possibilità di inserirsi (sia su un piano di lotta e di intervento militante che di orientamento dell’opinione pubblica) dentro questo spazio che si è oggettivamente aperto e che sarebbe ricco di opportunità. Perché?

è come se negli ultimi anni ci fossimo abituati a un modulo – centro-destra e centro-sinistra fanno politiche neoliberiste, di austerità e di macelleria sociale, e noi rispondiamo organizzando lotte frontali, in cui lo scontro col nemico è aperto e chiaro – che adesso non è più valido, e non sappiamo come reimpostarlo. Di fronte a un governo che (tolto il pugno duro contro i migranti e la violenza razzista che ha fomentato e scatenato a cui è chiaro che dobbiamo opporci radicalmente, riorientando però il nostro antirazzismo su un piano di classe e non inefficacemente umanitario), almeno nei proclami, vorrebbe adottare politiche in odore – e sottolineiamo, in odore – di (nazional)socialismo, non sappiamo come muoverci.

Eppure, la capacità di tutte le forze sociali e politiche autenticamente anticapitaliste di interpretare e di mobilitare su posizioni realmente di rottura almeno una parte della rabbia di massa che è emersa in questi giorni a fronte all’ennesima strage annunciata, rimane un banco di prova. Un banco di prova per capire se la parte politica di chi ancora non vuole rinunciare alla costruzione di una prospettiva politica comunista e rivoluzionaria, è in grado di stare dentro le contraddizioni della realtà piegandole a proprio favore, oppure se vuole condannarsi a un esilio volontario.

Parlando in maniera più chiara, nell’immediato la partita si gioca tra due sole opzioni: mantenimento della concessione di Autostrade al gruppo Benetton (o affidamento a un altro privato, che farebbe lo stesso) oppure ripubblicizzazione. Non pensiamo che le statalizzazioni siano la panacea di tutti i mali, anzi. Solo sul fronte della sicurezza basti pensare, senza neppure andare troppo lontano nel tempo, alle responsabilità di diversi dirigenti del gruppo (pubblico) Ferrovie dello Stato rispetto alla strage di Viareggio del 29 giugno 2009 . Così come, va detto anche questo, poco cambia se un’azienda diventa pubblica ma mantiene in tutto e per tutto obiettivi e meccanismi di funzionamento privatistici e volti al profitto.

Pensiamo infatti che il controllo pubblico dei beni comuni sia cosa diversa dal “controllo popolare”, autonomo e autogestito, che va naturalmente costruito a partire da reali percorsi di lotta e di formazione e distribuzione collettiva di saperi e competenze anche complesse, e in spirito di solidarietà con i lavoratori del servizio.

 

 

Tuttavia, non possiamo prescindere dalla situazione concreta e dalla polarizzazione concreta che la attraversa, anche quando questa si manifesta, per ora, soltanto a livello di flussi di opinione sui social. 

Che facciamo, non ci schieriamo con tutta la nostra forza a favore della requisizione di Autostrade ai Benetton e alla loro ripubblicizzazione perché non è l’obiettivo massimo a cui puntiamo? Perché noi, ideologicamente, non stiamo né con i privati né con lo Stato? O abbiamo paura che così facendo portiamo acqua al mulino del M5S (che ha sicuramente colto l’occasione per tornare protagonista dopo alcuni mesi in cui i suoi cavalli di battaglia sono stati eclissati da Salvini e dalla sua agenda)?

Abbiamo avuto per anni governi di “sinistra” che hanno fatto politiche di destra, davvero siamo così impreparati e stupefatti di fronte a un governo di destra che, almeno nei proclami, vorrebbe fare (anche) delle politiche di sinistra?

Per parte nostra, riteniamo assai improbabile che, in assenza di percorsi di lotta (per non pagare più il pedaggio alla nostra morte, ad esempio) e di soggettivazione che siano autonomi, autorganizzati dal basso, e che provino a imporre al governo il mantenimento delle promesse che abbiamo udito in questi giorni, la delusione per il mancato mantenimento di queste promesse si traduca in una rabbia più “puramente” rivoluzionaria e anticapitalistica e non, più verosimilmente, nell’ennesima ondata di rassegnazione impotente.

La ripubblicizzazione di Autostrade sarebbe invece un passaggio certo non risolutivo, ma che produrrebbe un’inversione di rotta rispetto all’eterna resa al primato degli interessi privati a cui ci hanno abituati 40 anni di neoliberismo, un passaggio che dimostrerebbe che sì, accidenti, c’è un’alternativa a che tutto resti com’è. Non accontentarsi di questo, lottare per svelarne le ulteriori contraddizioni e costruire delle forme di autentico controllo popolare è qualcosa che possiamo radicare e cominciare a costruire non dopo, ma accanto, insieme, alla lotta per togliere ad Autostrade (e ad ogni altro privato) la concessione dei beni comuni e della nostra sicurezza per il suo esclusivo profitto.

Tante sono le possibili pratiche a disposizione, da quelle più simboliche ad altre più di impatto, come ad esempio una campagna nazionale per l’esenzione dal pagamento del pedaggio che sappia portare alla ribalta finalmente le nostre richieste e le nostre tematiche, una campagna che rivendichi con forza l’ universalità e la piena accessibilità in condizioni di sicurezza ai beni comuni. Quest’ultima in particolare potrebbe essere un potente (oltre che semplice e comprensibile) strumento di lotta e riappropriazione popolare capace di incalzare al contempo il governo gialloverde. 

 

 

O impariamo ad agire politicamente in questo contesto nuovo, per le possibilità (più confuse, più rischiose, senza dubbio) e i terreni concreti di scontro che ci offre, e non per quelli che vorremmo, o il nostro ruolo sarà solo quello di una ideologica testimonianza. Sappiamo bene qual è lo stato reale delle forze che abbiamo, ma se l’incapacità di osare e di rischiare sta prima di tutto nelle nostre teste, è chiaro che abbiamo già perso in partenza, e il consenso di massa di cui per ora gode il governo gialloverde non vale come scusante della nostra timidezza. Discutiamone, perché è un nodo cruciale che riguarda l’opposizione sociale che dobbiamo costruire per i mesi e gli anni a venire, ben al di là della tragica vicenda di Genova.

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