Alternanza scuola-lavoro, saperi, spazi di esperienza. Appunti di discussione per un intervento politico rispetto al mondo giovanile oggi

Alcuni giorni fa abbiamo fatto uscire i risultati di una piccola inchiesta che abbiamo condotto nell’ultimo anno in alcune scuole della lucchesia, volta a conoscere meglio quello che è il mondo degli studenti, come vive, come attraversa gli spazi scolastici e cittadini, come si rapporta alla politica, quali sono le aspettative che nutre verso il futuro. Vorremmo provare adesso a delineare alcune considerazioni politiche in merito, vale a dire alcune ipotesi di lavoro che chiedono di essere raccolte e verificate. Pubblichiamo quindi questo materiale non come qualcosa di già definito, ma come stimolo a una discussione, come materia di confronto aperto con tutti/e coloro che fossero interessati a parteciparvi, studenti e studentesse in primo luogo.

Procediamo per punti.

 

Alternanza scuola-lavoro. Gran parte delle mobilitazioni studentesche degli ultimi anni si sono mosse contro l’alternanza scuola-lavoro, individuandola correttamente come la pietra miliare del processo di “lavorizzazione dell’istruzione”, e come una pedagogia dell’autosfruttamento volta ad abituare fin da subito le nuove generazioni alla prospettiva del lavoro gratuito. Dalle interviste che abbiamo raccolto, emerge tuttavia un giudizio non sempre nettamente negativo circa la funzione e l’utilità di questo strumento. “Se fosse organizzata diversamente, forse…”. Sta forse in questa sfumatura, almeno in parte, la spiegazione del perché le proteste e le mobilitazioni che ci sono state contro l’alternanza scuola-lavoro sono risultate inefficaci, non riuscendo a mobilitare quelle masse studentesche che invece si erano rese protagoniste di un importante ciclo di lotte 8-10 anni fa. Che fare allora?

Proviamo a delineare una possibilità concreta che si potrebbe presentare: se un domani sul nostro territorio si dessero delle forme di protesta da parte di alcuni studenti non contro l’alternanza in generale, ma contro una specifica forma di alternanza percepita come umiliante, poco o nulla formativa né coerente con il proprio percorso di studi, come bisognerebbe porsi rispetto ad esse? Guardarle con sospetto, lasciandole a loro stesse perché vi vediamo rivendicata un’altra alternanza, un’alternanza fatta bene?

A una strada di questo tipo, che per quanto ideologicamente corretta ci condannerebbe al ruolo di mera testimonianza (ovvero il contrario dell’azione politica trasformatrice della realtà) vorremmo provare a contrapporne una alternativa: ovvero quella di partecipare a vertenze di questo tipo, dove si presentassero, provando a dare loro delle direzioni diverse da quelle di partenza. È solo stando dentro le mobilitazioni sociali concrete, col loro carattere spesso caotico e ambiguo, confrontandosi e discutendo con chi non dà per scontati i nostri assunti ideologici, che si ha la possibilità di spingere affinché esse prendano un’altra direzione, cambiando le rivendicazioni di partenza, arrivando quindi, nel nostro caso, a mettere in discussione non un modo specifico di fare alternanza scuola-lavoro, ma l’alternanza in generale.

Non è un esito per nulla scontato, questo deve essere chiaro. Ma di davvero scontato dopotutto c’è solo l’immobilismo. Mentre le vertenze, i processi reali (che quasi mai sono lisci e coerenti come ce li immaginiamo quando non ci sono) aprono comunque degli spazi di incontro, di discussione tra individui che prima non si riconoscevano in una condizione comune, sono esperienze in cui si può imparare a vedere molte cose con altri occhi.

 

Saperi. Un’altra questione su cui ci pare che l’inchiesta offra degli spunti interessanti, è il bisogno di un altro tipo di saperi, saperi che non siano libreschi ma che siano maggiormente vicini alla vita reale, tanto nella forma dell’attualità politica che di temi legati alla sfera dell’intimità e dei rapporti interpersonali. Si tratta di un terreno che secondo noi può schiudere grandi possibilità in termini di aggregazione e di formazione di persone critiche verso la realtà e vogliose di lottare per cambiarla.

Ci pare infatti che una delle ragioni che spiegano la condizione di progressiva difficoltà dei collettivi autonomi o di sinistra nelle scuole del nostro territorio almeno negli ultimi anni, stia nel non essere riusciti a promuovere a sufficienza delle iniziative culturali, delle occasioni di dibattito autogestite e aperte a chi non facesse già parte di questi gruppi su tematiche come quelle su cui abbiamo registrato esserci un interesse (e in questo senso, vediamo come molto positiva l’ultima assemblea promossa dal Casl contro il Decreto Salvini presso la biblioteca Agorà). Certo ha pesato la mancanza di occupazioni, che sono state una vera e propria iniziazione alla discussione politica e alle prime forme di partecipazione per varie generazioni (comprese quelle di chi scrive qui), ma ciò non significa che non si possano tentare altre strade.

Ogni luogo e ogni tempo può essere un’occasione per fare socialità politica, dal quarto d’ora di ricreazione a un cineforum pomeridiano, da un gruppo di lettura a un giornalino studentesco. Ci chiediamo infatti se questo aspetto non risulti decisivo anche in termini di contrasto all’ultima svolta securitaria annunciata da Salvini, che sta già portando più controlli anti-droga e più telecamere nelle scuole. Se non c’è una qualche alterità da difendere, una qualche eterogeneità rispetto a una routine quotidiana fatta di controllo, voti, registro elettronico, sfruttamento del lavoro gratuito, perché dovrebbe fare scalpore e non essere considerato normale trovarsi anche gli sbirri in corridoio?

È qui che allora, ogni forma di aggregazione e di discussione politica che voglia darsi dentro le scuole, durante o fuori l’orario di lezione, potrebbe acquisire una portata intrinsecamente conflittuale tutta da esplorare e agire. Per farla breve: pensiamo che le guardie risulteranno fuori posto e che crescerà la voglia di cacciarle solo se ci sarà il desiderio e la capacità di costruire altri modi di vivere lo spazio scolastico e i rapporti umani che vi si generano, di costruire cioè una scuola che ad oggi praticamente non c’è. In quella di ora, i poliziotti si trovano perfettamente a loro agio.

 

Spazi di socialità e di esperienza. Se fra le nuove generazioni sembra essere venuto meno il senso della politica come esperienza collettiva e di massa, e se è vero che ciò deriva innanzitutto dalla progressiva scomparsa di quelle istituzioni che si facevano mediatrici della partecipazione popolare alla vita politica (partiti, sindacati, associazionismo di sinistra), che cosa se non la ripoliticizzazione di spazi e ambiti di vita può invertire questa tendenza? L’atomizzazione e l’individualismo divenuti predominanti dopo 40 anni di neoliberismo economico e culturale non hanno infatti cancellato il bisogno di stare insieme, il problema è che questo bisogno di socialità non riesce oggi ad andare, il più delle volte, oltre la dimensione ristretta della cerchia di amici. Come spezzare questa dinamica, e dare quindi vita ad ambiti di socialità politica più ampia che siano attrattivi per i più giovani?

Rispetto a questo interrogativo, ci sembra esistano due terreni principali che vanno lavorati e approfonditi: lo sport e l’attività fisica da un lato, gli spazi di socialità ed esperienza dall’altro. Circa le potenzialità aggregative del primo, ci pare che il successo riscontrato nell’ultimo anno dal progetto della Calcistica Popolare Trebesto stia lì a dimostrare quanto ricca e proficua possa essere questa strada, e che alcuni aspetti di questo modello siano positivamente riproducibili.

Il secondo terreno invece risulta più difficile, in quanto ha a che fare con una questione politica più ampia che va al di là del nostro territorio, e cioè: il modello del centro sociale, che a partire dalla fine degli anni Settanta ha avuto la funzione di luogo produttore di culture autonome e di autorganizzazione conflittuale di minoranze giovanili consistenti, può ancora svolgere questa funzione, o si tratta di un modello superato e da accantonare? Non ci sentiamo di dare qui una risposta, segnaliamo che questo dibattito esiste e ci pare necessario ragionarne, specie in questa fase storica che vede una crisi di lungo corso della nostra parte politica, crisi che non farebbe che approfondirsi se concepiamo gli spazi sociali esistenti o di là da venire come rifugi di salvezza da un mondo ostile, invece che luoghi propulsori di mobilitazioni e lotte al suo esterno.

Come fare allora? La desertificazione degli spazi di socialità e aggregazione rimane comunque un problema, un qualcosa che genera senso di estraneità e alienazione dei più giovani rispetto a una città sempre più gentrificata e a misura di turista (argomento su cui ci manca ancora una riflessione politica adeguata e approfondita rispetto alla nostra città). Vorremmo però provare a formulare un’ipotesi di lavoro, una pista di ragionamento: spostare il fuoco del problema dallo spazio al fare esperienza.

Con il “fare esperienza” intendiamo qui degli ambiti, degli spazi-tempi dove una serie di bisogni maggiormente sentiti dai più giovani (socialità, conoscenza, divertimento, libertà, assenza di controllo, trasgressione, dispiegamento della creatività e della fantasia) possano trovare soddisfazione, riconoscimento, e produrre quindi gioia e senso di appartenenza alla parte politica che offre queste possibilità. Pensiamo che l’esperienza del Borda!Fest (quello che scherzosamente, ma in maniera assai azzeccata, alcuni compagni/e hanno chiamato il “clima Borda”) sia un buon esempio di ciò di cui stiamo parlando, esempio che è stato ampiamente confermato dal successo dell’ultima edizione. Come portare il modello Borda!Fest – il modello, non per forza il suo contenuto specifico – oltre le 4-5 giornate di ottobre/novembre? Questo è un interrogativo su cui sarebbe utile ragionare con tutti i compagni e le compagne interessati. 

È sempre in quest’ottica che non va sottovalutata l’importanza e la cura politica da riservare alle feste organizzate dai compagni/e che hanno come target i più giovani: la necessità di trasmettere e rendere assorbibile anche attraverso momenti come questi determinati contenuti politici a volte troppo labili e messi tra parentesi, certamente, ma anche la necessità di imprimere a queste feste una maggiore fantasia e varietà tanto nel contenuto che nella forma, in modo da scongiurare il rischio di accontentarsi della “propria tribù”. A pensarci bene, ben più che nel tentativo poi non riuscito di occupare stabilmente uno spazio, la carica di novità che ha avuto il Palazzo che Brucia agli inizi del suo percorso (i cui meriti e criticità abbiamo cercato di analizzare meglio qui), sta proprio nell’aver intuito quanto potesse essere eccitante l’esperienza di riempire di musica e di corpi un edificio abbandonato, anche solo per una notte – proprio perché solo per una notte –  nell’aver scommesso cioè su un tipo di festa tutto sommato inedito per il nostro territorio.

Quali possono essere delle altre scintille, legate alle dimensioni dell’arte, del gioco e delle festa capaci di dare vita a qualcosa di memorabile, di creare dei piccoli prima e dopo? E come collegare dimensioni come queste ad altre più legate all’impegno militante, a una lotta quotidiana contro la società capitalistica, o almeno provare a suggerire questo passaggio, a tenere cioè insieme eventi e processi?

 

Sullo sfondo dell’inchiesta che abbiamo condotto e da cui derivano in parte anche queste riflessioni, anzi uno dei moventi che ci hanno spinto a farla, c’è la necessità abbastanza urgente di comprendere perché le generazioni più giovani risultino oggi maggiormente attratte dalle formazioni neo-fasciste, non solo in termini di adesione militante, ma anche di fascinazione per il fascismo come visione del mondo e come forma di vita. Lo abbiamo chiesto anche agli studenti che abbiamo intervistato, e tante e varie sono state le spiegazioni che vi vengono date: ignoranza, iper-semplicità dei loro slogan, condizionamento familiare, moda. Tuttavia, pur essendo tutti questi elementi sicuramente presenti e veri, e al di là dell’indubbio peso che ha la loro efficacia nell’entrare a gamba tesa nelle contraddizioni sociali e di classe prodotte dalla crisi in cui viviamo, ci sembra che abbiano colto nel segno i compagni e le compagne di Qui e Ora – che da alcuni mesi stanno conducendo un prezioso lavoro di inchiesta sulle forme del fascismo e dell’antifascismo contemporaneo – quando scrivono:

“C’è da dire che la capacità organizzativa dei gruppi fascisti prende forza, come già avvenuto in passato, anche a causa del loro puntare su di una dimensione direttamente esistenziale. Essi propongono non solo un immaginario potente e degli slogan vincenti su questo piano, ma uno stile di vita che permea ogni aspetto della quotidianità dei loro militanti. Hanno le loro sedi per dibattiti ed azioni politiche, i loro bar e ristoranti dove lavorare e divertirsi, le loro associazioni benefiche in cui fare volontariato per lavarsi la coscienza, le loro palestre e federazioni sportive in cui allenarsi e diventare più sicuri, le loro liste elettorali in cui candidarsi, i loro negozi e brand di abbigliamento in cui vestirsi per riconoscersi e appartenere, le loro squadre di calcio da tifare e i loro gruppi musicali da ascoltare, i loro giornali da leggere e le loro radio da seguire. Un’organizzazione fascista oggi ti offre l’opportunità di fare un’esperienza di vita a 360 gradi, ti offre un’opzione etica, una forma di vita, quella fascista appunto. È questa la vera questione centrale del presente! Oggi più che mai per vincere la miseria del quotidiano si aderisce con entusiasmo a qualcosa che possa cambiarci l’esistenza, si cerca un’idea in cui credere, uno scopo da realizzare, un contesto a cui legarsi ed appartenere, insomma una vita da vivere. Noi, come antifascisti, non abbiamo un’opzione altrettanto forte da proporre, alle volte non abbiamo neanche un discorso politico all’altezza dei tempi da esprimere, né un immaginario potente da evocare né una forza reale da opporre. Nella nostra frammentarietà diffusa, invece di assumere positivamente questo dato di fatto, abbiamo lasciato andare qualsiasi cura tanto per le capacità organizzative che per le nostre forme di vita. Riproponiamo troppo spesso pratiche uguali a loro stesse anche quando già si sono dimostrate inefficaci, senza riuscire a compiere alcuno sforzo di immaginazione che sappia sorprendere non solo il nemico ma anche noi stessi.”

Qual è dunque la forma di vita antifascista e rivoluzionaria che possiamo opporre a tutto ciò e offrire alle generazioni più giovani, contaminandola con i loro linguaggi, codici espressivi e di comportamento? Tutti coloro che vogliono misurarsi con il presente, contro il presente, non possono eludere questo interrogativo. Attraverso questo stralcio di inchiesta e queste considerazioni pur limitate al contesto specifico di una piccola città di provincia come Lucca, abbiamo cercato di fornire alcuni spunti di riflessione e di ricerca da usare come armi per la guerra in corso.

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