Il costo di essere donna nel 2019

Oggi come ieri, le donne si ritrovano a dover lottare in una cornice fatta di soprusi e discriminazioni di tipo patriarcale e maschilista. Questa oppressione spazia dall’ambito lavorativo, dove una donna guadagna un reddito inferiore rispetto a quello dell’uomo nonostante lo svolgimento di uguali mansioni, a quello casalingo, in cui ci si aspetta che la donna lavi, stiri, badi alla prole ed eserciti i suoi doveri di “buona moglie” attraverso il lavoro di cura.

Tutto ciò denota non solo un problema di tipo politico ma anche e soprattutto un malato approccio culturale alla questione femminile. Prendiamo un paio di esempi eclatanti che si manifestano nella sfera economica: la Tampon tax e la cosiddetta “pink tax”.

La prima è una tassazione sugli assorbenti al 22 %, equiparati a beni di lusso (sui beni considerati di prima necessità l’Iva è al 4 %).  Una legge del 1973 infatti istituisce una tassazione su prodotti igienici femminili di largo consumo del 12%, quasi raddoppiata al 22% di oggi. La “pink tax” invece è una tassa di fatto che viene applicata su prodotti per l’igiene personale e non con confezioni miranti a un target prettamente femminile. In Italia questa tassa è tra le più alte  nel mondo occidentale –  si va da un maggiorazione del 48% su prodotti per capelli femminili rispetto a quelli maschili fino ad arrivare a un  +6% su biciclette “da donna” rispetto a quelle “da uomo” –  e viene applicata anche su prodotti di bellezza che le donne sono spesso portate ad utilizzare per pressione sociale.

Le donne quindi non solo a parità di lavoro svolto guadagnano in genere assai meno rispetto agli uomini ma spendono di più per prodotti legati all’igiene personale. Un confronto tra la realtà del nostro paese e il resto del mondo può dare molti spunti di riflessione in questo senso.

Fino a pochi anni fa in Kenya, le donne che non potevano permettersi gli assorbenti nei 5 giorni del ciclo si rinchiudevano in casa abbandonando tutte le attività (period poverty); dal 2004 il governo ha cominciato ad abbassare la tassazione su questi prodotti, e nel 2011 viene creato un progetto di distribuzione gratuita di assorbenti nelle suole.

Nel 2015 in Canada una petizione presentata al governo ha portato alla completa abolizione di questa tassa (primo paese occidentale), soluzione che è stata poi presa anche da altri stati come quello di New York, Maryland e Massachusetts solo per citarne alcuni. Nel resto degli Stati Uniti la tassazione sugli assorbenti varia dal 4 al 9%.

In India la Tampon tax è passata dal 12% nel 2018 alla completa abolizione. Stessa strada intrapresa dall’Australia dove la tassazione era del 12%. Tassazione a zero anche in paesi come Nicaragua, Giamaica, Libano e Nigeria.

In Europa passi avanti sono stati compiuti dalla Spagna, che ha annunciato di voler ridurre a partire dal 2019 la tassazione al 4 % (oggi al 10%) dopo che la regione autonoma delle Canarie aveva introdotto a fine 2017 l’abolizione delle tasse su prodotti igienici femminili.  L’Irlanda ha azzerato la tassazione nel 2015, seguita dalla Scozia che peraltro ha cominciato un progetto di distribuzione gratuita nelle scuole . Nel 2000 la tassa nel Regno Unito passa da 17,5% al 5%. Stessa strada intrapresa da Francia, dove nel 2015 la tassazione su prodotti femminili viene ridotta al 5,5% (prima al 20%), e Belgio (passando dal 20% al 6%).

Nel saggio “Tampon Taxes, discrimination and human rights” di Bridget J. Crawford, l’autrice si interroga sulle motivazioni di questa tassazione:  il problema da lei individuato alla base di questo fenomeno, è da ritrovarsi in un’incomprensione del funzionamento a livello biologico del corpo della donna da parte dell’ambito maschile, ambito prevalente all’interno delle istituzioni statali, partendo dal fatto che le mestruazioni sono un processo fisiologico che la donna non decide volontariamente di avere e che non può controllare.

Doveroso è tenere in considerazione anche l’esborso effettivo di denaro che questo comporta::  tenendo presente la diversità di ogni donna, si stima che nell’arco di vita si hanno circa 520 cicli per un arco temporale di 40 anni, con 13 cicli per anno. La durata delle mestruazioni può variare dai 3 ai 6 giorni, con un utilizzo di 4-6 assorbenti al giorno. In media, ogni donna effettua quindi una spesa che si aggira intorno ai 10 euro al mese solo per assorbenti, senza considerare antidolorifici, contraccettivi ecc. In età fertile, la spesa si attesta sui 120 euro all’anno, che se moltiplicato per l’intero periodo fertile dà un risultato che oltrepassa abbondantemente i 4000 euro.

Il discorso sulla Tampon Tax può venire esteso anche ad altri prodotti che si riferiscono ad un target femminile,  a partire dai rasoi. Sebbene abbiano le stesse funzionalità, quelli “rosa” costano più di quelli “blu”, fino ad arrivare a prodotti come shampoo e balsamo. La “pink tax” ha effetti anche su prodotti di abbigliamento e altri utensili, come il caso delle penne Bic: una ricerca svolta dal “Times” a Londra sui grandi magazzini ha dimostrato che per lui le penne sono vendute a 1.99 sterline, per lei a 2.99 sterline. Eh sì, perche le donne distinguono ciò che fa al caso loro unicamente dalla confezione rosa e carina.

Quali sono le direttive UE sull’argomento? La direttiva 2006/112/CE relativa al sistema comune di imposta sul valore aggiunto ha concesso la possibilità agli stati membri di attuare una tassazione ridotta su prodotti per l’igiene femminile, possibilità che tuttavia è stata attuata solo da alcuni paesi a distanza di anni dall’emanazione della stessa.

In Italia il dibattito sulla tassazione di questi prodotti non ha portato a niente di concreto. Il primo tentativo di cambiamento in sede legislativa nel nostro paese si è avuto nel 2016 quando Giuseppe Civati portò avanti una proposta di legge per ridurre l’aliquota sugli assorbenti, portandoli in questo modo nella fascia di prezzo dei prodotti considerati necessari, dunque con IVA al 4%; proposta andata in fumo, non senza ironia e sbeffeggiamenti da parte del mondo maschile. Altro tentativo si è avuto con Pierpaolo Sileri, pentastellato presidente della Commissione igiene e sanità,  che ha avanzato un disegno di legge nella stessa direzione di Civati, il quale si è sentito rispondere dalla sottosegretaria al Ministero Economia e Finanze Laura Castelli che, sebbene il Parlamento e il Governo italiani siano d’accordo sul merito, non è conveniente abbassare una tassa in un momento così critico per le finanze dello stato italiano col rischio di incorrere in un’infrazione da Bruxelles.

Questo fenomeno della pink tax, che si estende su tutto ciò che viene prodotto esclusivamente per donne, non fa altro che perpetuare il clima di discriminazione in cui le donne si trovano a dover combattere ancora nel 2019 in un paese che si vorrebbe presentare come “civile e progredito”. Nonostante manifestazioni e petizioni lanciate per ovviare questo problema, anche da movimenti femministi importanti come Non Una Di Meno,  non un passo  concreto da parte dello Stato o di altre istituzioni è stato fatto per trovare una soluzione a questa questione.

Il fatto che assorbenti e igiene femminile siano discorsi tabù, su cui si aggirano ancora miti e misteri, contribuisce a questa logica del far finta che il problema non esista, e che comunque non sia così grave in termini  né di esborso economico né soprattutto in termini culturali. Oggi infatti molte donne sperimentano una volta al mese quello che è conosciuto come “period poverty”: vale a dire che, in svariate parti del mondo, le donne si trovano in condizioni socio-economiche tali da non poter permettersi di comprare un pacco di assorbenti, vedendosi costrette di conseguenza a chiudersi in casa per tutta la fase delle mestruazioni. In una società dove i valori dominanti sono da ricondursi principalmente alla logica del maschilismo, dovrebbe venire in primo luogo dalle donne, una forte spinta a invertire la rotta. Ma il loro numero all’interno delle istituzioni statali è ristretto, e ciò contribuisce a far andare avanti questo circolo vizioso, che oltretutto si intreccia con una sperequazione di classe (sono le donne meno abbienti ed economicamente dipendenti da figure maschili quelle più colpite).

Questo discorso ha concretamente effetti su ciò che è l’”economia del ciclo”, se così vogliamo chiamarla. Ad uno sguardo più profondo, però, ci rendiamo conto che il dibattito sulla pink tax investe anche e soprattutto una dimensione culturale e sociale: il problema fondamentale in questa questione è l’incomprensione dei bisogni femminili, perpetuata da una cultura maschilista alla quale contribuisce il silenzio o la poca informazione su queste tematiche. Certo, si potrebbero semplicemente boicottare prodotti concepiti esclusivamente per le donne: una donna potrebbe scegliere di acquistare i famosi “rasoi blu”, ma il problema resta per assorbenti e altri prodotti igienici strettamente rilegati al ciclo mestruale. Un problema culturale quindi che va oltre l’aspetto economico, e che richiede una completa comprensione del corpo della donna. Basta tabù, è necessario rimettere in campo un’informazione aperta (a partire dalle scuole e dagli ambiti educativi) accompagnata da rivendicazioni  su argomenti come questi, che danno la misura di quanto ancora oggi, nel nostro paese e in molti altri al mondo, sussistano discriminazioni di genere sotto diverse forme. Anche per questo le donne (e gli uomini) devono scioperare l’8 marzo.  

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