La battaglia per il clima riguarda tutti, ma non è di tutti

Proponiamo qui alcune considerazioni sul movimento del Climate Strike, che vogliono servire da spunto di riflessione e materia di confronto soprattutto con chi oggi, dentro questo movimento, si chiede come portare oltre la giornata del 15 marzo un’azione di lotta contro i responsabili della catastrofe ecologica in corso, a partire dalle contraddizioni che riguardano il nostro territorio.

 

La giornata di mobilitazione di venerdì 15 marzo in Italia è stata senza dubbio un successo. Tantissima partecipazione, nell’ordine delle centinaia di migliaia di persone, sia nelle metropoli che nelle province. è soprattutto la presenza giovanile che colpisce, come giovanissima è Greta Thunberg, la ragazza svedese dallo sguardo severo e determinato che ha colpito il mondo con la tenacia della sua protesta e della sua azione di denuncia dei disastri del cambiamento climatico in corso, disastri che colpiscono in primo luogo gli Stati più poveri del pianeta e, anche all’interno degli Stati più ricchi, i territori più poveri e abitati dalle fasce sociali più povere e discriminate.

Basti pensare, in questo senso, a come negli ultimi 15 anni negli Stati Uniti, la macchina dei soccorsi attivata dal governo nazionale in seguito all’azione distruttiva di alcuni uragani particolarmente devastanti che si erano abbattuti sui territori del Sud (esemplare il post-uragano Katrina del 2005) o su Porto Rico (2018), abitati perlopiù da popolazione nera o ispanica, sia stata molto carente e oggetto di numerose denunce e movimenti di protesta.

Ecco allora un punto che va chiarito: abitiamo tutti sullo stesso pianeta, ma non lo abitiamo allo stesso modo. C’è chi i disastri ambientali li patisce già da ora, non nel futuro, e chi invece non solo ne è al riparo, ma anzi fa profitto su di essi con le sue fabbriche inquinanti, col consumo del suolo dovuto alla speculazione edilizia, con l’economia delle grandi opere inutili, con il business della “ricostruzione” dopo ogni catastrofe annunciata. La questione ambientale è anche, se non soprattutto, una questione di classe.

Appellarsi al fatto che su questo pianeta ci abitiamo tutti, e che quindi la sua salvaguardia deve vederci tutti uniti, sembra un proposito tanto semplice e scontato in astratto quanto sbagliato e profondamente falso nella realtà dei fatti. Occorre secondo noi avere ben chiaro questo nodo: la battaglia per la salvaguardia del pianeta, per noi stessi e per le generazioni future, riguarda tutti, ma non è di tutti.

è una verità che conoscono bene tutti coloro che provano materialmente a interrompere e a fermare questa macchina di morte nel suo vorace divorare il territorio che abitiamo, una verità che si presenta sotto tante forme. Sono i manganelli e le migliaia di lacrimogeni della polizia che piovono sulle teste dei No Tav, dei No Tap, di tutti i comitati ambientali. è la criminalizzazione mediatica di queste lotte da parte di quelli stessi giornalisti che oggi approvano e ben raccontano piazze come quelle dei Fridays for future. Sono quei politici che partecipano a queste piazze pur avendo promosso e approvato tutte queste grandi opere inutili e distruttive, che non hanno investito nella salvaguardia dei territori come il Partito Democratico o la Lega Nord, o che promettono un cambiamento che scompare pezzo per pezzo una volta che si sale al governo, come si è visto col M5S. Nel piccolo, è anche quanto si è visto venerdì con la piazza di Lucca, ben frequentata (pur senza espliciti simboli di partito) anche da quel centro-sinistra cittadino che poi, sul nostro territorio, approva una grande opera a forte impatto ambientale come gli assi viari.

Questo quindi vorremmo dire, soprattutto ai tanti giovani che venerdì sono scesi in piazza nella nostra città, prendendo parte a quello che magari era il primo corteo della loro vita: accanto a voi c’era anche chi vuole strumentalizzare la vostra passione e le giuste ragioni per cui avete protestato; chi vuole, nei fatti, il contrario di quello che volete voi, che cioè tutto continui così, a parte qualche ipocrita restyling ecologista. Se vorrete andare avanti in questa lotta, non appena individuerete degli obiettivi concreti e vicini da attaccare (perché il cambiamento climatico è globale, ma il globale è locale in ogni suo punto) come ad esempio, sul nostro territorio, gli assi viari, verrete bollati come retrogradi e ostili allo sviluppo – voi che invece volete difendere il vostro futuro – proprio da molti di quelli con cui eravate in piazza oggi.

Non abbiate la speranza di ottenere risultati solo perché avete la ragione dalla vostra parte: chi continua ad accelerare verso il baratro in questo gioco del coniglio su scala planetaria lo fa semplicemente perché può e ha interesse a farlo. Sa benissimo cosa sta facendo e quali saranno le conseguenze, non saranno le belle parole o le minacce di un futuro apocalittico a farlo desistere: dalla sua parte c’è un potere asimmetrico, iniquo, titanico, che non riconosce ragione ma solo interesse e profitto per se stesso. E anche noi, allora, dobbiamo imparare a riconoscere e perseguirei nostri di interessi, e saper radicalmente portarli avanti, nella prassi, in ogni contesto particolare.

Se intendete andare avanti e andare al cuore del problema, ovvero l’incompatibilità fra questo modello economico capitalista e l’abitabilità del pianeta, non abbiate paura di dividervi. Ogni lotta vera, è sempre una lotta di parte. Da tante vertenze ambientali lontane (dal No Tav in Val Susa a quella No Tap in Salento) fino ad altre della nostra provincia (No assi viari e No pirogassificatore a Fornaci di Barga) o da quelle vicine (No Asse di Viareggio e No Cava Viti di Montignoso), c’è molto da imparare in questo senso.

Così come, da ultimo, ci sembra importante sottolineare l’importanza di uno slogan al centro delle proteste dei gilet gialli francesi: “la transizione ecologica la paghino i ricchi”. La scintilla che ha scatenato il movimento che da mesi riempie le piazze francesi, è stato infatti l’aumento delle accise sui carburanti in nome (a detta di Macron) della “transizione ecologica”. Questo aumento però andava a impoverire la grande maggioranza della popolazione delle zone periurbane, che per andare a lavoro devono fare ampio ricorso all’auto privata. O l’ecologia si salda con l’anticapitalismo e con la lotta alle disuguaglianze sociali, oppure rischia appunto di essere percepita come una cosa da ricchi.

O l’incubo della fine del mondo trova il modo di mettersi in sintonia con la sofferenza e la paura di chi in questo mondo non arriva alla fine del mese, oppure saranno guai. Non basta cambiare gli stili di vita individuali, c’è proprio bisogno di un cambio di sistema radicale. O rivoluzione o disastro ambientale. D’altronde, non c’è un altro pianeta a disposizione su cui trasferirsi. E anche se ci fosse, il biglietto per andarci non sarebbe certo per le tasche di tutti. Potete scommetterci.

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