Come sta la sanità lucchese? Intervista ai comitati del territorio

Proponiamo oggi una lunga e densa intervista a tre attiviste dei Comitati a difesa della sanità pubblica a Lucca. Per fare il punto su quell’operazione disastrosa che è stata la costruzione del nuovo ospedale San Luca tramite project financing, per conoscere meglio le rivendicazioni dei comitati, e infine per non essere spettatori di fronte al rischio di svendita e privatizzazione del vecchio ospedale di Campo di Marte. 

 

1)Proviamo in primo luogo a ricontestualizzare un attimo quella che è la situazione della sanità lucchese e l’attività dei comitati. A giugno 2015 ci fu una manifestazione discretamente partecipata in occasione del primo “compleanno” dell’Ospedale San Luca e della visita del presidente Rossi in città. Sembra tuttavia che poco sia cambiato da allora, molti dei problemi relativi al nuovo ospedale San Luca sussistono, come denunciato spesso dai comitati ma anche da semplici cittadini tramite denunce su facebook, lettere e testimonianze ai giornali ecc. Potete provare a darci un quadro riassuntivo della situazione?

 

Gemma: Di manifestazioni ce ne sono state due, una per l’inaugurazione dell’Ospedale nel 2014 (venne il presidente della Regione Enrico Rossi in quell’occasione) ed un’altra nel giugno 2015 con parecchia gente, uscì molto bene. I comitati sanità lucchesi all’inizio erano due: uno si chiamava “Lucca Est” ed era concentrato sul dissenso rispetto ad una localizzazione sbagliata dell’ospedale e di tutti i problemi relativi a al luogo in cui sorgeva: si allagava, aveva vasche di raccolta acqua, fogne a cielo aperto, problemi relativi al raggiungimento del luogo e denunciava una forte presenza di topi e zanzare; era concentrato sugli aspetti di costruzione dell’ospedale. Accanto a questo c’era “Lucca per una sanità migliore”, ed era portato avanti da un medico, uno psichiatra, Raffaello Papeschi, che purtroppo è morto proprio mentre si stavano raccogliendo le firme per la riforma sanitaria (2015).

Papeschi era un ultra 80enne estremamente dinamico e con una capacità di lettura, non solo sul sanitario, ma globale, molto amplia e fuori dagli schemi; era una persona molto libera e capace di tenere testa a tutto e a tutti, non era uno che si faceva mettere i piedi in testa da qualcuno. Noi lo ricordiamo sempre con molto affetto perché, non voglio dire che era una guida, non ha mai imposto il suo punto di vista, però aveva una conoscenza enorme della materia e noi oggi viviamo di moltissima documentazione da lui raccolta sia sulle problematiche sanitarie sia sulle modalità di costruzione del nuovo ospedale. Se oggi possiamo affermare quello che affermiamo è perché abbiamo questa documentazione raccolta da Papeschi.

Nella Regione Toscana alcuni partiti di sinistra sono stati attratti dalla liberalizzazione e da un qualche tipo di profitto, così l’ospedale è stato costruito tramite Project Financing (spiegheremo più avanti di cosa si tratta). Il profitto è diventato il tema centrale e contemporaneamente si è sviluppata un’idea di “razionalizzazione”, cioè protocolli, statistiche, bilanci economici, ecc… che personalmente lego ad uno scientismo estremo. Nella sanità è una cosa molto triste perché andando ad indagare si nota che non c’è nessuna trasparenza, i bilanci di questa gestione non sono affatto chiari e costeranno tantissimo, anche in termini politici, alle prossime elezioni regionali (2020). La sanità è infatti la voce fondamentale delle autonomie regionali, arriviamo al 73% del bilancio regionale in Toscana. Raffaello Papeschi, che era una persona politicamente non connotata, ma molto ferma in certi criteri, portava avanti anche un discorso politico in questo senso: si stava andando verso una privatizzazione strisciante, quindi accanto ai temi puramente locali abbiamo cercato di sostenere anche un discorso politico più ampio.  

 

Marina: Quando ci si avvicinava all’inaugurazione del nuovo ospedale anche due/tre persone dell’USB hanno costituito il CSL, Comitato Sanità Lucchese, che si è affiancato a queste realtà già esistenti.

 

Gabriella: C’è una rete di persone che sono state veramente stabili, profondamente coerenti nel portare avanti questa cosa. Noi come comitati innanzitutto ci siamo costituiti perché – e l’abbiamo ribadito tante volte – i comitati nascono quando i politici non sono in grado di rappresentare l’interesse dei cittadini. I cittadini allora hanno bisogno di costituirsi in comitati per raccogliere le informazioni e le istanze, le difficoltà, e magari farsi portavoce verso i politici. Noi facevamo un po’ i Cassandra della situazione perché il Project Financing è un sistema che è stato adottato e viene adottato spudoratamente per questi quattro ospedali (Pistoia, Prato, Lucca, Massa) che appunto non si manifesta come debito pubblico, perché chiaramente investe il privato e quindi il pubblico apparentemente non tira fuori niente, fermo restando che ogni anno, comunque sia, deve far rientrare in qualche modo il privato dall’investimento. Alla fine della fiera viene fuori un bel buco nel bilancio, tant’è che la maniera per ottemperare a questa spesa eccessiva, che si dovrà sostenere per diverso tempo e diversi anni – una ventina – è quella di risparmiare sul personale, sui farmaci, e sui posti letto.

È come se tu andassi al bar, anzi, se tu avessi sete, facciamo così, hai sete e tu dici “mi dai da bere?” e una persona ti risponde “non ti do da bere, ma in cambio ti do un bell’elicottero” e dici “ma io ho bisogno di bere, ho bisogno di mangiare“ “no, no ma te ora c’hai quell’elicottero lì e devi essere contento”. Con questa scusa del finanziamento europeo con cui vennero dati i fondi, doveva essere fatto questo ospedale, piuttosto che ristrutturare quello già esistente. Anche la scusa della movimentazione dei pazienti da un blocco all’altro che si sarebbe evitata con un ospedale monoblocco quale quello attuale, non regge, dato che anche ospedali importanti e sicuramente meglio funzionanti come Cisanello a Pisa e Careggi a Firenze non fossero già strutturati a blocchi diversi….

Abbiamo scoperto inoltre che a partire da quelli di Pistoia e Prato, ogni nuovo ospedale gemello che veniva aperto era integrato con varie modifiche. Quando l’Ospedale San Luca stava per aprire controllarono tutto l’impianto di aerazione, perché il circolo d’aria che era praticamente onnicomprensivo presentava alcune irregolarità. Per questo ne venne ritardata l’apertura. L’ultimo gemello è stato quello di Massa, che è stato costruito sulle correzioni degli altri ospedali. Lo chiamano “Nuovo Ospedale Apuano” (Noa) ma forse sarebbe più adatto “Noè”, dato che i basamenti su cui era stato costruito questo ospedale, piano piano stavano crollavano. Varrà anche per l’ospedale di Lucca: una volta fatte le bonifiche di tutti gli impianti idrici, di tutti questi apparati fognari, poi dovrebbero essere fatti almeno ogni tre anni dei controlli, cosa che ad oggi non avviene affatto.

Quindi venne fuori questo comitato di sanità lucchese: piano piano cercammo, com’era logico che dovesse avvenire, di unire le forze, però i cittadini non erano consapevoli di questo e tanta gente pensava che questa sarebbe stata un’iniziativa positiva: una nuova sanità, un nuovo ospedale, delle nuove opportunità…. Abbiamo visto però che le cose non hanno funzionato.

 

Gemma: Noi ad oggi ci organizziamo grazie ad una chat con quelli che sono attivi e siamo in 11, ci sentiamo quotidianamente, ci scambiamo informazioni e lavoriamo in gruppo; c’è anche un gruppo facebook molto più grosso. In realtà un grosso numero di queste persone dà una mano, però non è attiva, tant’è vero che per comodità abbiamo fatto questi due gruppi, questi due livelli organizzativi.

 

2)Come si sono mossi i comitati ultimamente, per far tornare l’argomento al centro del dibattito cittadino?

 

Gemma: Noi a dicembre abbiamo fatto una settimana di presenza in via Fillungo, per cercare di capire qual era la percezione dei problemi legati al nuovo ospedale da parte dei cittadini. La campagna si chiamava “l’albero della salute”: avevamo fatto un albero di Natale e le persone che passavano potevano lasciare delle impressioni, soprattutto dei suggerimenti. É stato molto interessante, si è fermata veramente tanta gente. Abbiamo raccolto dei post-it dove si chiedeva “qual è secondo te la criticità più grossa?” Ne sono emerse tante e diverse, il pronto soccorso è una delle più citate, specie per le attese enormi legate ai codici più bassi.

La battaglia più grossa che facciamo in questo momento è sul discorso dei posti letto, perché i posti letto sono una settantina in meno, questo non è un numero tirato a caso, parlo di quelli che contrattualmente ci spetterebbero, abbiamo tutti i dati, sono incontrovertibili. Questa conta dei posti letto mancanti è stata un piccolo successo a cui siamo giunti quest’ anno. Noi lo abbiamo sempre affermato, però mancava la presa d’atto ufficiale della situazione, che abbiamo verificato alla presenza dei rappresentanti di tutte le forze politiche della Regione, che sono venuti a contare i posti letto. Loro si arrampicano sugli specchi dicendo che alcuni posti letto sono poltrone-letto, che alcuni sono culle, ma non sono posti letto, punto primo.

Punto secondo, il discorso dei posti letto non è solo relativo all’intensità di cura, dove manca questo numero sicuramente, ma è relativo anche a quello che è il post-acuto: l’ospedale San Luca infatti, come gli altri tre ospedali gemelli, è stato costruito con questo nuovo concetto di intensità di cura, che noi contestiamo. Ad avvalorare la nostra tesi bisogna dire che gli stessi progettisti lo hanno poi disconosciuto, era un modello che era stato utilizzato in Inghilterra con la Thatcher e poi con Blair che ha praticamente smantellato la sanità inglese. È un modello dove il paziente non viene più ricoverato per la patologia, ma solo per la sua fase più grave. La permanenza in ospedale è limitata ai giorni in cui si è nella fase più acuta.

Questo modello prevedeva poi un’integrazione sul territorio di tutta un’altra serie di servizi che purtroppo non sono stati mai posti in essere, non ci sono. Loro dicono che supplirà la medicina territoriale ma ad oggi questa non esiste, né è pensabile che lo sia in futuro, tenendo conto oltretutto che, come si legge da più parti, ci sarà un numero spaventoso di pensionamenti di medici di famiglia di qui a cinque anni che non sanno come rimpiazzare. Hanno fatto il numero chiuso a medicina, delle cose assurde, una mancanza di lungimiranza, di visione, quindi ci troveremo a non avere medici e a farli venire non si sa da dove. Ci sono problemi molto gravi, anche perché in un momento storico in cui invecchia la popolazione, bisogna pensare alla cronicità più che all’intensità di cura.

 

Gabriella: Renzo Piano, che insieme a Veronesi aveva ideato e progettato questo nuovo modello di ospedale ad intensità di cura, ha ritrattato totalmente rispetto a quanto aveva inizialmente delineato, ha cominciato a dire che l’ospedale deve essere a un piano più basso, che si devono vedere gli alberi, che devono essere individuati degli spazi verdi, che è necessaria una certa areazione, dal momento che chi ci lavora spesso ha il mal di testa perché l’aria è centralizzata. Ci sono polveri sottili, come nella sala gessi, dove non c’è un’aspirazione adeguata, non sono mai fatti dei controlli adeguati… Se io faccio una casa e ci vivo dentro, questa casa deve essere sempre a un certo livello, figuriamoci in ospedale, ci deve sempre essere una manutenzione adeguata. Ma un ospedale che già di per sé è vecchio, vetusto, proprio per il semplice motivo che già un ideatore, un costruttore, un architetto come Renzo Piano lo abbia ammesso… Questo è un sistema che comunque non va bene, neanche per chi ci lavora, quindi insomma questa è la situazione…

 

Marina: Questo sistema che doveva essere integrato (ospedale per cure intensive e territorio) non si è mai realizzato. Noi siamo sempre stati attenti alle dichiarazioni fatte dalle amministrazioni, dai vari sindaci del nostro territorio, sperando e sollecitando sempre un loro intervento in questo senso. Ogni tanto sui giornali si leggono degli annunci: nasce la nuova cittadella della salute, sarà Campo di Marte o non sarà Campo di Marte; però sostanzialmente abbiamo notato che queste dichiarazioni vengono fatte con estrema superficialità e poi sono anche dichiarazioni che non sono sostanziali, non sono supportate poi da decisioni in questo senso.

 

3)Una delle questioni cruciali su cui restano ancora molti interrogativi è il futuro dell’ex Ospedale di Campo di Marte. Sono circolate molte proposte finora, alcune delle quali vorrebbero destinare gli edifici alla realizzazione di una “cittadella delle forze dell’ordine” oppure all’edilizia residenziale privata, mentre altre vorrebbero mantenere il carattere socio-sanitario di almeno parte della struttura, offrendo dei servizi integrativi che il San Luca non è in grado di erogare. Qual è la posizione dei Comitati sanità sulla questione?

 

Gabriella: Innanzitutto occorre dire che Campo di Marte non ha mai smesso di funzionare del tutto, e questo è un argomento dove i comitati stanno lavorando tanto, perché il San Luca funziona nella misura in cui il Campo di Marte esiste: dove ci sono gli ambulatori, dei servizi che funzionano, la neuropsichiatria infantile, i punti di prelievo, le cure intermedie, ventotto posti letto, dove c’è un servizio di assistenti sociali, siamo di fronte a un servizio che va avanti. è come se avessimo un ospedale e mezzo, ma col personale per uno soltanto!

Questo è un punto importante per il comitato, perché non vogliamo che sia alienato il Campo di Marte, perché il Campo di Marte serve eccome… Hanno iniziato a parlare di una piscina, di una piscina riabilitativa, l’avete sentito dire. Ora per esempio all’Ospedale di Viareggio (inaugurato nel 2001 e anche lì da circa 600 posti letto, oggi più o meno ne contiamo intorno ai 350/380) era nata una vasca terapeutica. Intanto è necessario introdurre il concetto che non va bene dire “piscina”, bisogna dire “vasca terapeutica”. Perché la vasca terapeutica ha delle dimensioni standard, ha delle caratteristiche diverse rispetto alla piscina. Questa vasca terapeutica ha funzionato per un periodo piuttosto breve all’ospedale di Viareggio, perché non basta farla, ci vuole la manutenzione, 4 personale formato, pulizia costante per igienizzare continuamente l’acqua date le perdite dei pazienti, e tutto questo ha un costo. Fra l’altro la Regione Toscana non codifica la prestazione, quindi non paga la prestazione di idroterapia, per cui uno se la deve pagare di tasca propria. Allora, quando il Comune ti viene a dire: “guarda ora si fa una piscina riabilitativa”, anche questo è uno specchio per le allodole. Noi abbiamo considerato strumentale questa richiesta.

 

Gemma: Noi insistiamo invece su un polo riabilitativo a Lucca e per un numero congruo di posti letto per la fase post-acuta, per questo chiediamo che il Campo di Marte non sia alienato, e qui si entra anche in un discorso un po’ più grande, nel discorso di salvaguardia di quelli che sono beni cittadini. L’amministrazione attuale marcia spedita verso l’alienazione, seppur parziale, di Campo di Marte (perché dai due terzi previsti inizialmente sono passati a un terzo), praticamente vogliono alienare la parte nuova dell’ospedale, dove c’era la chirurgia, il blocco quello nuovo a più piani, quello dalla parte di San Vito.

Loro ci dicono che sono costretti a venderlo perché abbiamo un debito nei confronti della ASL, ma non è vero, lo diciamo conti alla mano, eppure continuano su questo livello di scontro, perché ormai è scontro, inevitabilmente. Perché poi il prezzo di mercato di Campo di Marte, che quando è iniziata tutta l’operazione era piuttosto alto e appetibile, in questi anni e crollato completamente, quindi noi rischiamo di vedere volatilizzare un bene pubblico per pochi milioni di euro, si parla di 3/4 milioni di euro, cioè niente. Ma poi chi è l’Asl? Chi e la Regione? Non siamo noi? Campo di Marte è un bene di proprietà dei cittadini, su questo si potrebbe aprire un altro grande dibattito però…

 

4)Tra le varie criticità (per usare un eufemismo) del San Luca, spicca la situazione del Pronto Soccorso. Cosa ci potete dire in proposito? Quali sono le cause contingenti o strutturali che impediscono a un servizio di questa importanza di rispondere ai bisogni dei cittadini?

 

Marina: Mancanza di posti letto, di personale, riduzione delle spese. Con il nuovo ospedale Lucca ha perso la Medicina d’urgenza che ha sempre dimostrato di funzionare bene, mentre all’interno del pronto soccorso permangono i “destini”, ovvero il parcheggio di pazienti anche su barelle per molte ore e spesso allocati nei corridoi e con un’assistenza insufficiente come numero di personale dedicato. La Direzione continua ad utilizzare l’istituto della pronta disponibilità (un istituto contrattuale previsto dal contratto collettivo nazionale Ccnl caratterizzato da una precoce reperibilità del dipendente sul luogo di lavoro, al fine di rispondere alle esigenze di un’unità operativa) in forma illegittima, ovvero per sopperire alle carenze degli organici che vedono la mancanza di medici, di infermieri e di operatori socio sanitari.

 

Gabriella: Il pronto soccorso è una delle criticità più grosse perché è molto piccolo, non so se vi è mai capitato di andarci. C’è una sala d’ingresso che è un terzo di quella del Campo di Marte, gli studi medici dentro sono piccolissimi: due o tre metri, non sono delle vere e proprie stanze. Ti ritrovi ad essere curato nella stessa stanza con altre tre persone, con medici, infermieri, c’è molta promiscuità, e questo porta anche a non far più entrare una persona in accompagnamento…

 

Gemma: Al Pronto Soccorso la situazione è sempre difficile proprio perché le persone rimangono lì o vengono rimandate a casa: non c’è un posto per ricoverarle, per questo 5 assistiamo a gente che è costretta a tornare a casa e tornare al pronto soccorso nel giro di qualche giorno… ci sono addirittura le dimissioni notturne, dimettono la notte per far posto alla gente che in qualche maniera devono sistemare. Poi bisogna tenere presente che quando uno va al pronto soccorso è sempre in uno stato di fragilità, perché ha avuto un incidente o un dolore improvviso, quindi ha bisogno anche di supporto psicologico. Si è visto che (dato che uno dei membri del comitato è un medico del pronto soccorso) degli anziani, che magari sono ancora vigili però hanno ottantacinque anni devono stare lì dentro, magari delle ore, ad aspettare da soli senza che i parenti possano fare loro compagnia… e tutto questo perché lo spazio non c’è, fondamentalmente. Come non c’è poi per i ricoveri, finisce che stanno sulle barelle per ore e ore, in attesa di un ricambio nelle camere.

 

5)Molti dei problemi di cui abbiamo parlato finora, dipendono dal modello stesso di ospedale che si è deciso di costruire a Lucca (così come a Massa, Prato e Pistoia), con lo strumento del Project Financing. Potete spiegarci di che si tratta, e perché rappresenta un mezzo con cui i privati di fatto sono riusciti ad arricchirsi sulla sanità? Ci sembra importante mantenere alta la consapevolezza su questo punto anche rispetto alle generazioni più giovani, che magari non avendo sperimentato appieno il peggioramento del servizio verificatosi col passaggio da un ospedale all’altro, non hanno idea di come poteva essere (e potrebbe ancora essere, con scelte politiche radicalmente diverse dalle attuali) un altro modello di ospedale e di servizi sanitari a disposizione del territorio…

 

Marina: Il Project Financing o finanza di progetto viene introdotto in Italia con la c.d. legge Merloni (1998) e successivamente integrato e modificato con altre disposizioni normative con cui si dà la possibilità a un operatore privato, definito “promotore”, di realizzare opere pubbliche attraverso un contratto di concessione. Quando un ente o una azienda pubblica vogliono realizzare un’opera hanno davanti a loro due strade: l’appalto e la concessione. Con l’appalto il committente pubblico progetta un’opera e demanda la sua realizzazione a una società privata dietro un compenso. Con la concessione e quindi con la finanza di progetto, il privato finanzia l’operazione (o più correttamente, come nel caso degli ospedali, una parte dell’operazione) in cambio della gestione dell’opera stessa o di una sua parte per un numero ampio di anni: in genere dai venti ai trenta anni. La finanza di progetto viene giustificata dall’ingresso di capitali privati in un contesto in cui il pubblico non mette risorse ma permette lo sfruttamento dell’opera al privato. Alla fine del periodo di concessione l’opera è interamente pubblica.

Le cose non stanno esattamente in questi termini. Nel caso degli ospedali si realizza una compartecipazione pubblico-privato. Il socio pubblico può essere anche azionista di maggioranza. Dato che l’ospedale non genera un reddito, come un parcheggio o un’autostrada, il socio pubblico, che risulterà essere l’unico cliente dell’opera, si impegna a pagare un canone di concessione per il tempo della concessione stessa. Gli ospedali costruiti con finanza di progetto vengono quindi giustificati con il finanziamento che assicurano i privati all’opera. Questo, in realtà, non è del tutto vero. Per la normativa il privato non deve mettere soldi propri ma deve chiedere un mutuo che deve essere garantito dal socio pubblico. La domanda che sorge spontanea risulta di conseguenza: Per quale motivo il socio pubblico non accende direttamente il mutuo invece di vincolarsi in un’operazione complessa e onerosa?

I servizi non sanitari diventano per il privato una gallina dalle uova d’oro per fare rientrare il privato dai costi sostenuti per la costruzione dell’ospedale. Di fatto l’ospedale viene gestito da un privato per un numero enorme di anni con costi di gestione per il socio pubblico che rischiano di essere insostenibili. I costi di gestione, in taluni casi, sono superiori rispetto alla vecchia gestione interna o rispetto al precedente sistema dell’appalto, a seconda dei contesti del 30, 40, 50%. Le Regioni che hanno maggiormente fatto ricorso allo strumento del project financing sono la Lombardia, il Veneto, la Toscana, la Calabria, la Puglia e il Trentino Alto Adige. In questa situazione si rischia che i servizi nei quattro ospedali toscani diventino un business in balia dalle speculazioni dei fondi di investimento.

 

6)Negli ultimi mesi del 2015 ci fu una fortissima partecipazione alla raccolta delle firme per un referendum abrogativo di una legge regionale che di fatto apriva alla sanità privata. Vennero raccolte allora 55.000 firme (su 40.000 necessarie), ma con una perfetta manovra in stile PD la stessa giunta regionale affossò la propria legge modificandola in più punti pur di evitare il referendum. Che cosa resta di questo tentativo di arginare la privatizzazione del servizio pubblico?

 

Marina: Le firme furono raccolte per abrogare la Legge 28/2015, la contro-riforma della sanità toscana, ma attraverso un percorso durato 5 giorni e 3 notti di dibattito in dicembre 2015 la maggioranza PD, stralciando diversi articoli della legge da loro promossa, mise la riforma delle Asl e l’affidamento dei servizi ai privati nell’articolo 34 bis nella legge già esistente, la 40/2005. Su tutte le furie le opposizioni, che bollarono la mossa come “surreale automutilazione” che dava vita a una “riforma monca, sbilenca, cubista”; un “atto di disonestà” politica volto solo ad evitare lo svolgimento del referendum per cui erano già state raccolte 55 mila firme. La legge 28/2015 su cui era stata promosso il referendum fu quindi annullata e con lei il referendum firmato da 55.000 cittadini. Il comitato referendario auspicava che dopo l’approvazione della nuova riforma, al centro di forti polemiche, fosse comunque possibile svolgere il referendum, cambiando però il quesito. Il Collegio di Garanzia applicò la legge, affermando che il referendum non era più valido. Fu promossa una nuova raccolta firme. L’obiettivo fu di abrogare l’articolo 34 bis della legge 40/2005 sulla privatizzazione del Servizio sanitario regionale, che prevedeva una sperimentazione che secondo i promotori “apriva le porte alla privatizzazione dei servizi sanitari”, ma non furono raccolte le firme sufficienti, anche perché i partiti di destra interessati ad abolire la riforma solo per danneggiare la maggioranza avversa, non si coinvolsero in questo secondo referendum.

 

7)E i lavoratori della sanità come vivono tutta questa situazione? Preferirebbero tornare al Campo di Marte secondo voi?

 

Gabriella: Il discorso è difficile…C’è una sorta di assuefazione, di adattamento… Io ti posso dire che quando ci fu la manifestazione del 2014 i lavoratori erano sei. C’è questo atteggiamento di passività, che tanto comunque non si può fare niente, che pesa parecchio, anche rispetto al San Luca la gente non ci sta volentieri, però che fare? Deve lavorare! Quindi è difficile pensare che qualcuno diventi protagonista della propria vita. La vivi da dipendente, e quindi devi essere contento perché hai un posto di lavoro, perché il lavoro non c’è; è una mentalità ricorrente: bisogna essere grati a chi dà lavoro non pensando che il lavoro è prima di tutto un diritto, allora uno dice “io il lavoro ce l’ho, perché dovrei lamentarmi?” Per quanto riguarda il Campo di Marte più che una rivendicazione politica o una voglia di tornarci è visto con nostalgia. Viene detto spesse volte che chi oggi è al Campo di Marte se la passa bene, gode di spazi gradevoli, più umani, meno omologati, ha finestre grandi, luce naturale, mentre al San Luca c’è sempre luce differita, i neon sono sempre in funzione, le finestre sono poste in alto, non filtra molta luce.

 

8)Come intendete muovervi nelle prossime settimane e mesi per mantenere alta l’attenzione pubblica sulla situazione della sanità a Lucca? Avete in programma iniziative di informazione, sensibilizzazione, manifestazioni, altro?

 

Marina: Ne abbiamo fatte tante, dibattiti pubblici, la campagna dell’albero dei cittadini, conferenze stampa…ma i partiti cosa fanno a livello nazionale? Si nota una certa schizofrenia e ora si parla di regionalismo, suddividendo il paese in sanità ricca e sanità povera. Gemma: Vorremmo organizzare a breve un incontro alla cittadinanza, coinvolgendo anche dei comitati limitrofi, e invitando anche – qualora vogliano partecipare, ma ci interessa il giusto – le forze politiche. Abbiamo partecipato a vari consigli comunali, abbiamo fatto conferenze stampa, stiamo pensando anche a un flash mob per la questione dei 70 posti letto mancanti, magari proprio davanti a Campo di Marte.

 

Gabriella: Vorremmo fare una domanda noi a voi invece. Come è che i giovani percepiscono il Campo di Marte e il San Luca, la riorganizzazione della sanità? Al di là di quelli politicamente più attenti e sensibili intendiamo.

 

Marco (redazione): Forse perché godendo in generale per motivi anagrafici di una salute migliore, i giovani sono portati a frequentare con meno frequenza ed intensità l’ospedale. Sempre per motivi anagrafici non c’è poi il termine di paragone tra com’era magari il vecchio ospedale con una serie di servizi e un diverso rapporto con i pazienti, quindi è anche difficile per loro operare dei paragoni. Magari quello che ne viene percepito è che la sanità a Lucca è un casino, però non si riesce a fare una contestualizzazione politica più ampia. Questi sono solo degli aspetti comunque, magari volete aggiungerne qualcuno anche voi.

 

Francesco (redazione): Io ci lavoro coi giovani ed ogni tanto ci provo a parlare di qualcosa di più… ci lavoro perché insegno matematica, però ho notato che in generale non sanno niente, proprio perché non hanno termino di paragone, per loro il mondo è come lo hanno trovato fondamentalmente, e quindi le vare istanze, le varie cose che sono successe negli ultimi 10-15 anni appunto, loro non ne hanno idea e non ci pensano minimamente. C’è qualcuno che partendo da un concetto è andato a studiarsi indietro, ma sono delle rarità sono quasi trascurabili a uno sguardo d’insieme. Non voglio fare un resoconto estremamente triste, è proprio una cosa che avviene trasversalmente non solo con le lotte che ci sono nella città, in generale su qualsiasi cosa, lavoro, la sanità.. su tutto!

Sul lavoro magari qualche idea se la fanno per la pesantezza che vivono in casa, però sul discorso della sanità, sul discorso della parità dei diritti, la speculazione, su tutta una serie 8 di cose non può fregare di meno, cioè, non ci pensano… In particolare negli ultimi 5 anni ho visto, e non solo io, un cambiamento radicale nel modo di approcciarsi al conoscere al di fuori della cultura o del nozionismo che si insegna a scuola. Tutto quello che è al di fuori della scuola… inesistente. Piccole parole dovute alla televisione, discorsi in casa, piccolezze. Per quanto riguarda il mondo giovanile a cui ci sentiamo più vicini, abbiamo però assistito in quest’ultimo anno a una piccola ma importante riattivazione di energie nel mondo studentesco, specie da parte di alcune ragazze delle superiori. è importante soprattutto perché si è trattato di un’attivazione spontanea e autonoma, senza spinte o insegnamenti pregressi da parte delle generazioni più mature, e questo mi fa molto ben sperare. Anche questa mobilitazione per il clima, nonostante i tentativi di strumentalizzazione dei partiti, e una consapevolezza politica forse ancora in larga parte da sviluppare, attesta un fermento notevole.

 

Lorenzo (redazione): Io volevo chiedere, visto che prima si è parlato di giovani, se nel comitato lucchese per la sanità c’è una presenza di universitari che studiano Medicina o Infermieristica, se il comitato ha fatto magari qualcosa per avvicinarli, perché, ad esempio, conosco diversi coetanei che studiano e che si sono interfacciati col San Luca tramite il tirocinio, c’è stato un tentativo di avvicinarli?

 

Gabriella: Io credo che ci sia nei giovani una difficoltà a concretizzare, ma questo è un po’ un problema di relazione tra mondo del lavoro e mondo studentesco, perché t’affacci al mondo del lavoro, lo vivi ma non lo vivi mai direttamente, ma un po’ per interesse o per sensibilità. A me piace tantissimo che ci siano i giovani, perché i giovani sono quelli che spingono, noi è vero che dobbiamo trainare i giovani, però ci deve essere anche una risorsa giovanile, allora noi abbiamo fatto varie iniziative, quella dell’albero della salute, non pensare che siamo in 100.000, abbiamo detto siamo in 11, quindi è chiaro che noi si cercherà di muovere questa iniziativa, noi andiamo al consiglio comunale e ci si sta la sera, siamo un po’ le solite persone, e parlavo anche con Marina quando c’è stata la manifestazione dell’8 marzo, mi veniva da pensare: è vero che ci sono persone giovani, donne… però poi vedo sempre la solita gente, come credo voi nel vostro ambiente vi vedete e rivedete più o meno le solite persone, perché è una sensibilità diversa quella che muove alcuni. Allora, come ti posso dire, non lo so io… siamo tutti cotti ma io stasera son venuta volentieri perché dico ganzo, ci sono delle persone giovani, vengo ben volentieri e mi fa molto piacere perché poi la dialettica è accesa, non c’è differenza, chi lo dice che io sia più vecchia di voi e viceversa, come contenuti e come significatività nell’eloquio vostro, è alto, si può parlare alla pari, però perché siete un po’ un fiore all’occhiello di un certo tipo di gioventù, magari avete un interesse che vi siete portati avanti, però la gioventù oggi è da un’altra parte…

Vale anche per i miei colleghi, nell’ASL Nord Ovest siamo 13.000 e passa, poi ci sono delle persone che spingono magari per iniziative, che hanno una certa sensibilità, però è una società un po’ individualista, che spinge a dire “io intanto mi tutelo il mio posto di lavoro, mi tutelo la mia opportunità”. Se voi voleste partecipare a quel flash mob che abbiamo in programma per noi sarebbe veramente ganziale, perché non c’è cosa più bella dei giovani che si mettono insieme, se troviamo anche dei giovani noi siamo contenti matti, perché dici ok, allora qualcuno ci spinge e ci motiva ulteriormente, quindi voi siete una risorsa fondamentale.

 

Marco (redazione): Infatti è un po’ la frammentazione che distrugge molta forza 9 potenziale, con incontri come questi a noi ci interessa a provare un pochino a ritessere dei fili tra le varie lotte del territorio. E magari sensibilizzare e attivare qualche persona in più!

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