Le montagne del Rojava, i deserti d’Occidente

Pubblichiamo una recensione di Gioacchino “Jack” Orlando al libro Omaggio al Rojava, una raccolta di scritti dei combattenti internazionalisti delle Ypg da poco edito dalla casa editrice Red Star Press.

 

 

È mezzo decennio ormai che la lotta del popolo kurdo, prima semi-sconosciuta, è balzata agli onori delle cronache ed inserita nell’agenda delle mobilitazioni del mondo antagonista.

I ribelli delle montagne, in eterna lotta per la loro terra, divisa tra cinque nazioni, hanno saputo ritagliarsi una posizione autonoma nel contesto della guerra civile siriana, defilandosi dalla contesa per il potere e dedicandosi alla costruzione di un’alternativa politica e sociale decisamente rivoluzionaria. Non solo, per difendere il loro esperimento sono riusciti lì dove l’onnipotente NATO non riusciva (o meglio, non voleva riuscire), hanno sconfitto il brutale Stato Islamico; si sono così guadagnati la simpatia e l’approvazione del mondo bianco e democratico: che altri muoiano, per difendere la nostra civiltà cristiana, che vendichino i nostri Bataclan, che cadano nella difesa eroica dei nostri apericena da decadentismo turbocapitalista.

È questa la malcelata, spocchiosa accondiscendenza che trasudava dalle pagine degli esteri fino a qualche tempo fa, fino a quando la Turchia, membro NATO, non ha deciso di invadere il nord est siriano, bombardando, distruggendo, dilaniando e portandosi via corpi, sacrifici, conquiste e speranze sotto i colpi della tecnologia bellica “made in democracy”, seppellendo sotto le bombe anche l’attenzione dei telegiornali. Una battaglia che è tutt’altro che finita, anche senza l’attenzione del mondo democratico ma a cui ancora guardano e in certa misura partecipano i movimenti antagonisti.

Sembra, per certi versi, sia tornato il 2014; col suo carico di morti, distruzioni e complici indifferenze. Sembra sia tornato il tempo in cui Kobane era un cumulo di macerie, ed i compagni per primi iniziavano ad andare sul campo a portare solidarietà: le staffette, le delegazioni, i meeting ed i cortei, ed i primi combattenti internazionali che andavano ad indossare le divise delle YPG/YPJ; un fenomeno inedito per una generazione orfana del sogno della rivoluzione.

È a questi ultimi che il libro Omaggio al Rojava, della RedStarPress, dà adesso voce, per raccontare le vicende, i pensieri e le memorie di tanti tra quelli che hanno abbandonato un mondo di comode certezze per recarsi a combattere, e morire, tra gli altipiani del Kurdistan siriano; ancora oggi che il nemico non è più solo lo jihadismo sadico ma uno dei più potenti eserciti della NATO non sono pochi quelli che resistono con un kalash in mano al fianco dei popoli della Siria.

Tra le molte pubblicazioni sul Rojava che sono state realizzate negli ultimi anni, si sentiva il bisogno di raccontare ed ascoltare questo particolare aspetto di una rivoluzione del XXI secolo.

C’è il bisogno di comprendere come e perché persone, politicizzate o meno, rischino il tutto per tutto per qualcosa che in fondo gli è estraneo. Solidarietà militante? Certamente per chi viene da un certo percorso di vita. Bisogno di adrenalina? Per alcuni probabilmente sì. Fascinazione per la guerriglia? Anche questa è molto probabile.

Ma c’è un di più, c’è un sentimento di fondo che accomuna quasi tutti i racconti. È l’insofferenza per uno stile di vita fatto di comodità e disinteresse, per una cultura del consumo triste e forsennato, per un mondo ovattato ed ottuso che genera orrore ad ogni suo passo. Chi va in Siria va a supportare una rivoluzione, a combattere l’oscurantismo, ma soprattutto va a cercare una redenzione, un riscatto per una vita anonima e senza forma, che finalmente può essere utile a qualcosa, può dispiegarsi libera all’interno di un flusso della storia.

È una scelta pesante che spazza via anni di morbidezze, di compromessi e di omissioni; non sono pochi quelli che criticano chi sceglie questa via netta perché, in fondo, anche qui nella vecchia Europa ce ne sono di cose fondamentali da fare, di lotte da portare avanti, di rischi da assumersi ed energie da convogliare.

Si potrebbe obiettare in molti modi al provincialismo un po’ bottegaio di una simile critica ma, per rimanere alle parole dei combattenti, non è solo da una forma di vita capitalista e depressa che ci si libera; spesso si decide di lasciarsi alle spalle, almeno temporaneamente, un movimento che non offre prospettive credibili, che ha lasciato fuori dalla porta l’orizzonte della rivoluzione, che è troppo preso dalle sue beghe interne o dalle diatribe ideologiche piuttosto che dalla prassi del reale. Se si va a morire in Rojava tra le YPG è perché spesso è meglio che vivere in Europa tra i compagni. Non ci si offenda per questo, non c’è nulla di personale.

Ma è evidente che una certa forma della militanza, quella che abbiamo conosciuto fin’oggi, è arrivata al termine ed è necessario fare i conti con questa fine per poter pensare di tornare a vincere. La rivoluzione del Rojava ed i combattenti internazionali ci indicano, ben più che un modello bello e pronto da utilizzare, di ritornare a pensare una rivoluzione completa e radicale, quale orizzonte da costruire giorno dopo giorno, di ritornare a praticare una militanza che è decostruzione del reale dalle sue strutture portanti giù giù fin nel profondo della nostra soggettività. Guardare il mondo per quello che è, anche oltre le nostre griglie concettuali già pronte, stabilire una linea e portarla avanti fino in fondo; la rivoluzione è prima di tutto un atto di volontà ed intelletto. E di sacrificio.

E del sacrificio, ci impongono di ripensare il valore politico. Ce lo ha mostrato bene Orso, diventando Sehit, martire, a pochi giorni dalla sconfitta di ISIS e mandando in frantumi la buona coscienza italiana. Entrando a gamba tesa nello sguardo di una società rintronata e disinteressata, mettendo sotto accusa ciascuno per la sua inerzia, per il suo girarsi dall’altra parte. Mettendo sotto accusa lo stesso mondo militante, per i suoi indugi, le sue piccole beghe, ha imposto di guardarci in faccia e chiederci cos’è davvero la nostra militanza, se un passatempo, uno stile di vita oppure se sia una presa di coscienza della propria responsabilità storica, un atto di insubordinazione che tenta il rovesciamento completo di un mondo d’orrore.

Sarebbe un errore leggere le testimonianze di questi combattenti cercando la spettacolarizzazione della guerra, l’eroismo dei partigiani, cercando qualche nuovo vessillo da mettere sotto le racle delle nostre serigrafie. Sono storie da leggere, invece, con umiltà e ascolto per quello che hanno da offrirci compagni che per primi, nella nostra generazione, hanno affrontato la brutalità ed il dolore di una guerra di liberazione, si sono spogliati delle proprie certezze per confrontarsi con un contesto alieno,  hanno contribuito ad un reale processo rivoluzionario.

Omaggio al Rojava è certamente un giusto tributo a questa luminosa rivoluzione ed ai suoi martiri, ma è anche un testo che ci costringe a riflettere, a prendere atto di chi siamo e cosa vogliamo essere, di quanto davvero siamo disposti a rischiare per tornare a vincere. Di quanto e come, la nostra goccia può generare la tempesta. 

Gioacchino “Jack” Orlando

Lascia un commento

commenti

Shares