Dalla parte di Eddi, contro la repressione di Stato

Lo scorso 18 Marzo il Tribunale di sorveglianza di Torino ha emesso una “sentenza” in cui commina due anni di sorveglianza speciale a Eddi (Maria Edgarda Marcucci). Si tratta di un provvedimento di restrizione delle libertà personali, diverso dagli arresti domiciliari. Di diverso, in realtà, c’è ben più della modalità con cui si reprime “l’imputata”. Innanzitutto la condanna non viene da un reato contestatole. Affatto. Si tratta dell’attuazione di una misura prevista dal Codice Rocco (di epoca fascista), secondo la quale non si procede contro qualcuno per la violazione del codice penale ma permette alla Procura di attuare misure restrittive nei confronti di chi possa essere ritenuto “pericoloso”. Quindi, di fatto, non ci sono reati da contestare ma solo la scelta di rappresentanti dello Stato di additare come pericolosa una persona, a loro totale discrezione. Tra le misure restrittive e repressive vi è l’imposizione di rincasare entro determinate ore e di comunicare alle autorità competenti gli spostamenti, l’impossibilità di riunirsi dopo le 18 in luoghi di pubblico trattenimento o di partecipare a qualsiasi riunione. Eddi ha voluto spiegare i provvedimenti presi contro di lei in diretta Facebook:

SORVEGLIANZA SPECIALE: LETTURA DEL DISPOSITIVO

Pubblicato da Maria Edgarda Marcucci su Sabato 21 marzo 2020

 

La vittima di questi provvedimenti non è stata reputata colpevole di aver preso parte alla lotta armata in Siria del Nord contro Daesh (Isis), insieme alle donne e gli uomini curdi che da anni stanno portando avanti una rivoluzione sociale, femminista ed ecologista(rimandiamo a quest’articolo su questione curda e rivoluzione del Rojava). No. La limitazione impostale deriva dalla sua pericolosità sociale, secondo i magistrati, derivante dalle capacità di usare armi e addestramento militare, abilità apprese durante la sua permanenza in Siria. Questa la motivazione per cui, circa un anno fa, è stata avviata la procedura contro la militante ed attivista romana (residente a Torino, dove si era unita al movimento NOTAV), insieme a Davide Grasso, Jacopo Bindi, Paolo Andolina e Fabrizio Maniero. Questi ultimi sono stati prosciolti da questo assurdo processo alle intenzioni.

Ad evidenziare maggiormente l’infamia di questa sentenza è stata la sua evoluzione. La notifica di sorveglianza speciale recapitata ad Eddi sembra non vertere più sulle motivazioni iniziali, ma  prendere ragione dalla partecipazione a manifestazioni NOTAV, presidi per il diritto di un lavoratore e contro la sponsorizzazione, da parte della camera di commercio di Torino, dell’Aerospace Defend Meeting. Il testo della notifica di sorveglianza speciale asserisce che l’ “imputata’’  abbia preso parte a quelle manifestazioni e che quindi non si sia ravveduta nonostante su di lei gravasse il provvedimento in corso. Come se lei si fosse dovuta pentire e “calmare” mentre stavano decidendo indiscriminatamente della sua sorte. Come se combattere contro i fondamentalismi e la guerra necessitasse di pentimento. Come se le accuse da parte della Procura dovessero funzionare da minaccia. Le lotte sociali a cui ha partecipato Eddi, secondo la sentenza, avvalorano l’ipotesi di pericolosità e la descrivono come persona minacciosa dei diritti altrui. Affermazione a dir poco ridicola dato che la volontà, le azioni e i principi di Eddi sono sempre state dirette a difendere quella parte di società la quale voce non viene mai ascoltata e i diritti sempre meno riconosciuti. Non possiamo invece dire lo stesso di quelli che puniscono una combattente ed un’attivista e che contemporaneamente difendono e alimentano lo status quo fatto di sfruttamento, precarietà e interessi economici e, quindi, di potere. Guardando in faccia la realtà, sappiamo che  battersi per i diritti umani e una società giusta è un fatto contrario ai reali principi dello Stato.

A corollario della situazione a dir poco vomitevole, è da sottolineare come questa sentenza sia arrivata proprio il 17 Marzo, il giorno precedente al primo anniversario della morte, durante i combattimenti in Siria contro l’Isis, di Lorenzo Orsetti (Orso) e del secondo anniversario di quello dell’inglese Anna Campbell. Proprio in questa situazione di emergenza derivante dal Coronavirus, in cui anche i tribunali hanno sospeso la loro usuale attività quotidiana, risulta evidente la volontà di riunirsi per punire la ex combattente con una tempistica agghiacciante. Punire chi si è sempre battuta per la difesa degli sfruttati e delle sfruttate, dei territori mangiati e distrutti per l’interesse economico, contro le guerre ai popoli, contro i fondamentalismi sanguinari e per la creazione di un mondo diverso da quello che crea disuguaglianza sociale, razziale e di genere, economica e che vede interposti gli sfruttati e gli sfruttatori. Lo ha fatto un tribunale, organo dello stesso Stato che ha elogiato Orso, martire tra i combattenti dell’Isis. Lo ha fatto nonostante le innumerevoli campagne di solidarietà per la Rivoluzione in Kurdistan e per i volontari italiani in Siria  (corteo a Torino in solidarietà al Kurdistan e ai volontari in Kurdistan, 20 gennaio 2019). Lo ha fatto nonostante l’attuale guerra in Siria provocata dalla Turchia sulla quale lo Stato italiano non ha mai pronunciato una parola di denuncia. Il capo di Stato turco, Erdogan, è inoltre già stato protagonista di due precedenti campagne di occupazione della Siria per le quali, tra gli altri interessi, vi era l’intenzione di distruggere la rivoluzione curda (https://www.fanpage.it/esteri/perche-la-turchia-invade-la-siria-un-affare-da-27-miliardi-di-dollari/ ).

L’ipocrisia dimostrata dallo Stato è netta, forte, spudorata. Non ci sorprende affatto ma è necessario guardare negli occhi la realtà. È proprio lo Stato ad essere nemico dell’uguaglianza sociale e quindi di tutti e tutte coloro che si battono per ottenerla, sia che vadano a combattere fuori dai confini nazionali a sostegno di una rivoluzione realmente democratica, sia che si uniscano nelle lotte locali per il diritto alla dignità nel lavoro, nell’istruzione e nel tentativo di dare voce a chi viene schiacciato quotidianamente.

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