“Siamo mandati allo sbaraglio.” Le RSA di fronte all’emergenza Coronavirus

Dentro la più vasta emergenza sanitaria che ha investito l’Italia da fine febbraio, emergenza che ha gettato luce sullo stato disastroso in cui versa la sanità pubblica dopo decenni di tagli e privatizzazioni di ogni sorta, le RSA (Residenze sanitarie assistenziali) si stanno configurando come una delle realtà più esposte al contagio, tanto per gli anziani ospiti che vi risiedono che per il personale che li assiste. Con questa intervista a un’infermiera che lavora in una delle strutture del nostro territorio, ci interessa far luce sulle problematiche specifiche di questa realtà, sulle condizioni di lavoro del personale impiegato, e più in generale sugli effetti delle politiche sociali e sanitarie inerenti il lavoro di cura prima di questa crisi.

 

1)Negli ultimi giorni, si registra un alto numero di contagiati da Covid-19 fra gli ospiti e i sanitari nelle RSA della nostra provincia, soprattutto in Garfagnana e in Versilia. Si può dire che dentro la generale impreparazione dei nostri governanti e del nostro sistema sanitario a far fronte al Coronavirus, le RSA sono state lasciate un po’ a loro stesse? Le notizie giunte dalla Lombardia al riguardo sono abbastanza terrificanti…

Sì, c’è stato ora un boom di contagi nelle RSA qui a Lucca, soprattutto a Gallicano in Garfagnana. Questo a cosa ha portato? Ha portato soprattutto a un’emergenza dei datori di lavoro nel cercare nuovi infermieri e nuovi operatori sanitari, perché essendo contagiati laggiù i loro lavoratori sono rimasti senza. Quindi io l’ho saputo soprattutto perché stanno arrivando in continuazione offerte di contratti e addirittura tipi di contratti che prima non erano stati nemmeno presi in considerazione. Addirittura ieri l’altro sono arrivati a proporre dei contratti a tempo indeterminato ( praticamente un’utopia in questo mondo!). Vengono offerti questi contratti perché ti mandano allo sbaraglio, ti mandano in un posto dove ci sono pazienti positivi, e ti ci mandano completamente impreparati. Sei completamente allo sbaraglio, giusto con una mascherina chirurgica e un paio di guanti.

Parliamo di strutture – penso a quella dove lavoro io – vecchissime e un po’ arrangiate, con pochissimo materiale. Non sono strutture costruite per essere RSA. Sono strutture prese da cooperative, dove ci hanno visto una grandissima entrata, un grandissimo investimento: ci buttano gli anziani accatastati uno sull’altro, dove richiedono delle cifre assurde (da 3000 euro in sù, altro che la pensione!) con un servizio indecente! E si va in media da 25 fino a 40 pazienti per infermiere! Una roba impossibile, non puoi stare dietro a ogni paziente neanche minimamente. Non ci si farebbe neanche col doppio del personale probabilmente.

 

2)Quali sono le problematiche specifiche che presentano queste strutture, in un contesto come quello attuale? E quali invece, quelle che esistevano già da prima che rendono ora più difficile far fronte alla situazione?

Non c’era né personale formato per un’emergenza del genere, né materiale, né la capacità di mettere in sicurezza i pazienti e il personale che ci lavora, né è stato fatto alcun tampone. È un mese che lo stiamo richiedendo e forse ci stanno rispondendo adesso, forse lo faremo la prossima settimana. Per adesso nessuno è controllato, e io in primis sono il pericolo più grosso per l’RSA perché comunque vengo da fuori e andando all’interno a lavorare poi a stretto contatto con i pazienti e non avendo assolutamente i DPI necessari né per la protezione mia né per quella dei pazienti… potrei fare davvero una strage. Sono tutti pazienti immunodepressi, deboli, con tantissime patologie, sono i pazienti più delicati…

 

3)Che relazioni avete con l’Asl territoriale? Sono stati elaborati dei protocolli particolari per voi? Vi vengono forniti i DPI?

I protocolli dell’Asl noi lo stiamo rispettando, e su questo devo dire che nella mia cooperativa sono stati abbastanza previdenti, anticipandoli, forse anche grazie al personale che è stato accorto, ed è anche per questo che per ora abbiamo zero contagi. DPI come detto niente, abbiamo solo mascherine e guanti, ma giusto di facciata. Se avessimo un paziente positivo sarebbe molto complicato gestire la cosa con quel materiale lì.

  

4)Da quanto lavori in questo settore? Con che tipo di contratto sei assunto?

Io lavoro lì da quattro/cinque mesi, con un contratto a partita IVA. È così in tanti posti, è un contratto fatto apposta per pagarti una miseria, le paghe sono davvero misere. È una vergogna. Ora stanno cominciando a proporre contratti migliori perché come detto sopra manca il personale e quindi si fanno concorrenza tra loro per rubarsi gli infermieri e portarli da una parte all’altra. Io so di altre mie colleghe in altre strutture, i contratti sono sempre di due o tre mesi e poi vengono rinnovati di volta in volta. Tanti sono contratti di un tot di ore, mentre le altre ore reali sono in nero, poi vengono usate le ore che potresti usare come ferie…. Sono dei rigiri allucinanti, trovano tutte le soluzioni possibili per pagare meno e non tutelare i lavoratori. È una roba allucinante. Io quando sono entrato in questo mondo qui sono rimasta scandalizzata da tutti i rigiri che fanno per fare dei contratti che non rispecchiano realmente quello che fai. Io sono a partita IVA, come se andassi là a fare delle prestazioni, ma poi mi fanno firmare un foglio in cui mi dicono che devo dare un preavviso di 60 giorni per lasciare quel posto, quando in realtà sono a partita IVA (in teoria una libera professionista quindi) e sono io che mi dovrei gestire l’orario. È davvero molto complicato. 

 

5)La popolazione anziana che vive dentro le RSA rientra ovviamente tra i soggetti ad alto rischio in caso di contagio. Immaginiamo che la paura sia molto alta in questo momento fra gli ospiti delle strutture, nel mentre anche le visite dei parenti si diradano, facendo sentire ancor più forte il senso di solitudine. Come vi ponete di fronte a questa esigenza di conforto e sostegno anche psicologico? C’è abbastanza personale qualificato per rispondere a questi bisogni oppure no?

I pazienti sono chiaramente molto spaventati, anche perché per loro l’unica fonte di informazione è la tv, che come sappiamo non è sempre veritiera. Nessuno dei parenti può entrare nella struttura, gli anziani sono isolati. Chi di loro si è reso conto della situazione ha capito, altri invece pensano di essere stati abbandonati. Non c’è nessuno psicologo, nessun tipo di personale preparato e attrezzato per il sostegno psicologico ai pazienti. Noi non lo possiamo certo fare per una questione di tempo, riusciamo a malapena a fare le infermiere, ognuna di noi ha decine di pazienti a testa… Anche una videochiamata tra i pazienti e i parenti col tablet diventa una cosa complicata in questo contesto. Devi stare lì con loro e assisterli, non è facile. Tanti di loro stanno andando in depressione purtroppo.

 

6)Come lavoratori e lavoratrici impiegati nelle RSA, avete delle rivendicazioni e delle richieste particolari da fare? Esiste una qualche forma di organizzazione sindacale a cui appoggiarsi?

C’è un sindacato degli infermieri, nato da poco se non sbaglio. Non ne so molto però. C’è poi il patronato, come punto di riferimento se c’è un problema abbiamo l’OPI (Ordine delle professioni infermieristiche, ndr). Però in questo momento non risponde nessuno – io li avevo contattati per il contratto -, siamo un po’ abbandonati a noi stessi anche da quel punto di vista lì. Quello che richiedono gli infermieri è chiaro. Le paghe sono misere in relazioni al carico di lavoro, agli orari, al numero di pazienti che ognuno ha, a volte lavori davvero con mezzi di fortuna. Le mascherine ci tocca lavarle con l’alcol e utilizzarle anche per 6-7 giorni. Quando la loro durata normale sarebbe dalle 4 alle 8 ore. È una cosa assolutamente disumana ma anche non funzionale: dovresti avere qualcosa che ti protegge ma non ce l’hai, rischi di fare più danni che altro.

 

7)C’è qualcos’altro che vorresti aggiungere?

Sì, aggiungo solo questo: la tesi di laurea che ho fatto è stata proprio sulla soddisfazione degli infermieri rispetto alle loro aspettative professionali. Dalla persona più anziana a quella più giovane tutti si lamentavano. Quello che criticavano di più erano appunto la retribuzione economica e i carichi di lavoro. Questi fattori tra loro collegati influivano negativamente nel lavoro che facevano, perché se un operatore sanitario non è soddisfatto del suo lavoro perché insostenibile, sono i pazienti che ci rimettono.

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