Solidali con i tre multati per aver cantato Bella ciao il 25 aprile in Piazza San Michele

Diamo spazio a una lettera pubblica scritta dai tre semplici cittadini che lo scorso 25 aprile hanno scelto di commemorare la lotta partigiana cantando Bella ciao in Piazza San Michele. I tre antifascisti, nonostante abbiano tenuto tra di loro la debita distanza di sicurezza e si siano mantenuti nei pressi delle loro abitazioni (sono tutti residenti nel centro storico), hanno ricevuto una multa di 400 euro a testa. Secondo un copione già visto e a cui purtroppo tanti si stanno abituando, l’unico assembramento avvenuto è stato quello provocato dall’intervento di diversi agenti delle forze dell’ordine e della Digos, giunti in pochi minuti sul posto. Gran pericolo sventato. Grandi. 

Tale atto repressivo, reiterato in forme anche più violente in altre città italiane, risulta tanto più odioso – ma, inutile specificarlo, niente affatto sorprendente -, se pensiamo invece a come una serie di piccoli raduni provocatori di stampo fascista tenutisi in altre città abbiano ricevuto un trattamento ben più morbido (vedi al proposito la manifestazione di Fratelli d’Italia del 28 aprile a Roma).

Ma solo per restare a Lucca, è quanto meno buffo che un altro flash mob contro il lockdown, svoltosi sempre il 25 aprile a Piazza del Giglio, cioè a poche centinaia di metri di distanza da Piazza San Michele, non sia stato invece sanzionato. Due pesi e due misure che lasciano quanto meno perplessi e che dovrebbero ragionevolmente spingere a stralciare le multe affibbiate ai tre antifascisti, a cui esprimiamo la nostra piena solidarietà.

È necessario affermare con forza un punto sempre più urgente. Non è pensabile, né tollerabile, abituarsi all’idea per cui l’attraversamento dello spazio pubblico per iniziative politiche debba rientrare tra quelle attività da sottoporre a lockdown permanente. In forme nuove, e compatibili con le doverose precauzioni anticontagio da prendere, tornare a manifestare nelle piazze e nelle strade, non è semplicemente una cara abitudine da riprendere, o un rito a cui eravamo affezionati. È e sarà sempre più, per milioni di persone, una necessità vitale, una questione di sopravvivenza, a fronte di una crisi economica devastante che ci accompagnerà a lungo, di centinaia di migliaia di piccole attività ed esercizi commerciali che non riapriranno più, ai milioni di disoccupati e lavoratori impoveriti lasciati senza reddito e ammortizzatori sociali che saranno il grande scarto di questo emergenza.

Gestire una crisi sociale ed economica con un’opposizione sociale sospesa (o autosospesa) a tempo indefinito è chiaramente nell’interesse di chi governa: l’abuso quotidiano delle forze di polizia contro chiunque a vario titolo sia tacciabile di andare contro lo spirito di responsabilità nazionale, è solo un’anticipazione della normalità che ci aspetta (e che, su una serie di soggetti più mirati, esisteva già da prima). Catastrofico, invece, è il radicarsi di una cultura della delazione che scarica ancora una volta verso il basso le responsabilità della crisi sanitaria Covid-19, additando contro falsi bersagli quella rabbia che invece dovrebbe riversarsi contro chi per decenni ha tagliato i posti letto e le terapie intensive negli ospedali, contro chi ha mantenuto medici e infermieri precari e sottopagati, contro chi ha mandato milioni di persone ad ammassarsi nei luoghi di lavoro e nei mezzi di trasporto nella fase più acuta dell’epidemia.

A tutto questo, non dobbiamo abituarci. Mai. Piena solidarietà da parte nostra ai tre antifascisti multati!

 

“Vogliamo qui condividere quello che è successo in Piazza San Michele a Lucca lo scorso 25 aprile con alcune riflessioni. Il 25 aprile è per noi un appuntamento di grande importanza per il suo significato civile e politico, che quest’anno abbiamo sentito quanto mai attuale. Per questo abbiamo deciso di non rinunciare al nostro diritto a commemorare, facendolo peraltro interamente nel rispetto delle norme vigenti in materia di Coronavirus. Tutti e tre abitiamo in centro a Lucca a molto meno di 200 metri da Piazza San Michele, dove ogni anno culminano le manifestazioni di commemorazione del 25 aprile; anche per questo abbiamo ritenuto la nostra presenza un dovere, anche per chi non poteva. Siamo andati in piazza in tre, a debita distanza gli uni dagli altri, muniti di mascherina, con cartelli e un testo da leggere, a cantare “Bella Ciao” e a rivendicare il suo messaggio di libertà. In pochi minuti sono arrivate diverse unità di forze dell’ordine, in tutto 10 persone, e ci hanno contestato di essere usciti di casa senza giustificazione di necessità, multandoci, per questo, di 400 Euro a testa. Abbiamo contestato il loro verbale da subito, e continueremo a insistere a tutti i livelli per affermare il nostro diritto a non pagare questa multa ingiusta e repressiva. Rileviamo che multe così pesanti gravano particolarmente in questo momento di grande difficoltà economica per tanti.

La nostra notizia della commemorazione è stata poi pubblicata da un quotidiano on line locale, seguendo esclusivamente l’interpretazione della questura. Il sottotitolo riporta: “La polizia: si erano allontanati da casa e si trovavano in quel luogo senza motivi di assoluta urgenza”, e nel corpo del testo scrive: “evidentemente non pensano di fare nulla di male e escono di casa nonostante il lockdown”. Tutte espressioni volte a far intendere come vietato, e anzi incosciente e pericoloso per la comunità, un comportamento del tutto lecito. L’articolo, postato sul canale facebook della testata, viene inondato dai commenti oltraggiosi e derisori di tanti cittadini che inneggiano alla repressione della nostra azione. Insomma, un piccolo concentrato di come in questi tempi comunicazione mainstream e istinti repressivi della gente si alimentano a vicenda. Ci sembra che la vera rabbia di queste persone sia in buona parte verso il contenuto politico di quello che abbiamo fatto e verso la libertà che ci siamo presi.

Vorremmo qui fare alcune brevi riflessioni sul significato della nostra azione e sul perché per noi ha costituito un bisogno urgente. Siamo assolutamente convinti dell’importanza di misure sanitarie adeguate all’emergenza attuale e del senso di responsabilità di ognuno. Al contempo siamo allarmati dalle loro modalità di attuazione e dall’azzeramento di libertà e diritti essenziali, che non sono in contrasto con l’esigenza di sicurezza, e che devono avere un peso centrale nelle scelte di governo e regioni. Pensiamo al divieto di movimento all’aria aperta da soli o in compagnia delle persone con cui si vive (quando anche l’OMS consiglia tale attività in relazione al Coronavirus); la situazione di estremo disagio di tante categorie più deboli, a partire dai bambini, che non sono state minimamente considerate dalle norme emanate dal governo e che sono state quasi del tutto ignorate dal dibattito pubblico; il divieto persino di dare un estremo saluto ai morti, e la totale soppressione del diritto politico di manifestazione, tutte cose che erano concepibili (e così è stato fatto in altri Paesi) con modalità tali da garantire la sicurezza. Il tutto attraverso norme e comunicazioni spesso fumose, imprecise, per le quali è anche difficile stabilire cosa è lecito e cosa no, e che in ultima analisi lasciano alle forze dell’ordine libertà di interpretazione.

Soprattutto siamo sgomenti di fronte alla retorica pubblica che è stata costruita dai tanti attori in gioco: la colpevolizzazione del cittadino e della sua attività individuale, l’invito all’autorepressione e al sacrificio necessario del proprio benessere fisico, psichico, sociale, hanno preso il sopravvento, a fronte invece del fatto che la realtà del contagio è avvenuta non nelle piazze cittadine o all’aria aperta, ma in massima parte nelle strutture sanitarie, nelle case di riposo per anziani, nei luoghi di lavoro, tutte realtà che implicano invece grandi responsabilità politiche e collettive di gestione (i dati diffusi il 24 aprile scorso dall’Istituto Superiore della Sanità sui luoghi del contagio confermano puntualmente questo fatto). E siamo preoccupati dalla gestione futura di una emergenza con cui con molta probabilità avremo purtroppo ancora a che fare a lungo: non è pensabile che siano ancora sospesi diritti, servizi e forme essenziali di relazione. È fondamentale pensare insieme, attraverso il dibattito pubblico, forme che rendano possibile tutto ciò, e far pesare il bisogno e diritto di vivere, crescere, essere liberi nel rispetto degli altri. Per questo, oggi e sempre, viva il 25 aprile.”

Lucca, 26 aprile 2020
Annamaria Uras
Tommaso Fratino
Laila Cappellini

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