Quale futuro per i festival delle autoproduzioni ai tempi del Covid-19?
Ripubblichiamo a distanza di alcuni giorni un comunicato congiunto firmato da diversi festival delle autoproduzioni, tra cui il concittadino Borda!Fest, pubblicato lo scorso 1 maggio. Su spunto di questo testo, ci sembra utile ragionare attorno a un interrogativo che, curiosamente, è stato finora in gran parte eluso nel mondo a noi vicino. C’è un che di buffo nel porlo, ma tant’è: i centri sociali, saranno fatti riaprire? Parliamo di spazi in gran parte occupati fuori dalla cornice della legalità (non tutti naturalmente), spazi produttori di culture grafiche e musicali oltre che di conflitto politico (in alcuni casi nemmeno più quest’ultimo). Fintanto che non sarà trovato un vaccino contro il Covid-19, non è difficile sospettare come la presunta impossibilità di garantire le norme di distanziamento fisico dentro uno spazio autogestito verrà usata come clava per stroncare sul nascere ogni tentativo di riaprire e riattivare luoghi ed esperienze che della socialità vivono appunto, come i festival delle autoproduzioni.
Non occorre certo essere complottisti per dire che se le crisi sono pur sempre delle occasioni di innovazione per il capitale, allo stesso modo esse rappresentano per i governi delle occasioni per regolare i conti con movimenti sociali sgraditi. Il “certificato di inagibilità sanitaria” rischia così di essere la pietra tombale per tutto un insieme di mondi culturalmente ricchi e preziosi. Come affrontare questo problema? C’è un modo per non finire stritolati in questa stretta? Oppure ancora, come cogliere l’occasione per ripensare, rendere più diffusa e capillare nello spazio e nel tempo la creatività che si esprime in questi festival? Sono interrogativi che riguardano anche progetti e luoghi più direttamente politici, e proprio per questo è importante cominciare a porli a voce alta.
è sempre più evidente che, in assenza di un’azione collettiva organizzata, capace di imporre l’esigenza di un altro sistema sociale ed economico, da questa crisi ne usciremo ancora più poveri, sottomessi e disgregati. Di sicuro spazi di discussione e di elaborazione comune come quello rappresentato dalla rete dei festival delle autoproduzioni possono essere un elemento di stimolo importante per questa ricerca. Che dovrà necessariamente (e dolorosamente) però, fare i conti con la realtà del virus. Un eccessivo ricamare sulla bellezza del contagio, come leggiamo in questo testo, rischia di risultare una metafora disturbante e indelicata, nel bel mezzo di un’epidemia. Ci attendono tempi difficili, in cui dovremo essere capaci di fare uso di tutta la nostra intelligenza per non rimanere prigionieri di un’ipocrita ragion di stato sanitaria, ma dovremo essere comunque responsabili di fronte alla salute collettiva. è pericoloso e costituisce un rischio politico non da poco essere superficiali (o anche solo rischiare di apparire tali) su questo. Anche in buona fede, anche nell’intento condivisibile di porre l’esigenza di difendere e tutelare quelle esperienze che ci fanno vivere, e non solo sopravvivere. Criticare la gestione politica dell’emergenza è cosa diversa dal negare la realtà del virus, naturalmente, ed è anzi estremamente necessario farlo. Ma non tutti i divieti e le restrizioni sono insensate e opprimenti, alcune di queste (e in alcuni casi persino di più nette) le avrebbe prese anche un governo rivoluzionario in cui potremmo riconoscerci. Autonomia dopotutto, come dovremmo ricordare, non significa assenza di regole, ma capacità di darsi da soli, e per il reale interesse comune, la propria legge.
“Nei giorni scorsi ci siamo riuniti con gli altri festival di autoproduzione italiani: abbiamo un piano!
Usciamo dal silenzio di questi mesi il primo maggio perché questa data è per noi densa di un valore simbolico che vogliamo sia anche una riflessione in questo momento particolare della nostra storia.
I nostri immaginari hanno già visto tutto questo che viviamo: dalla grande epica dell’Eternauta in poi, dove la metafora dell’invasione invisibile era una previsione del fascismo che stava per impossessarsi di quel mondo. Noi abbiamo già vissuto leggendo e disegnando storie di società chiuse, di caste totalitarie e sacche di resistenza che disperate non smettono di lottare. Abbiamo visto deserti e montagne e città multilivello. Ribelli in biciclette riciclate e astronavi scassate ai margini della galassia. E abbiamo visto e conosciamo con chiarezza che la distruzione di questo mondo umano prende il via da quella dell’ambiente, uno sterminio che il capitale determina con freddezza calcolo e brutalità. Il virus è un effetto collaterale di uno stato di cose che sviluppa, e continuerà a sviluppare se non troveremo il modo di fermare questo processo, altre forme di distruzione di massa.
Abbiamo visto che questo virus non ci lascia tutti e tutte sulla stessa barca: la quarantena romantica se la possono permettere dalle loro tenute sempre lo stesso un per cento la cui ricchezza ci impone la nostra quarantena 3×3 metri in una stanza in affitto. Non possiamo aver paura di uscire di toccarci, conoscerci scambiarci: siamo sudore e notti in bianco a lavorare, creare e stampare. La stanchezza non fa per noi siamo sempre pronti a ballare fino al mattino seguente. Non ha molto senso sopravvivere in un mondo in cui libertà e arte sono relegate ai ricordi e all’etere. Sopravvivere non fa per noi. I festival che realizziamo sono ultraluoghi di contaminazione dove le situazioni e le collettività mettono in moto le idee e i processi creativi.
Siamo un’orda di costruttori di immaginari. Non esiste nessun supporto alla sopravvivenza ora per chi lavora in ambiti creativi, siano inventori di opere d’arte o di zine fotocopiate o dalle tecniche di stampa più raffinate. Non esiste supporto perché, mentre noi vediamo e disegniamo tutto, semplicemente siamo fuori dalle orbite del capitale che non vuole e non può vederci. Siamo fuori da ogni obbiettivo. Non siamo una categoria, siamo un mondo che non ha assorbito in silenzio i modelli di vita proposti. Ne abbiamo scavati altri, tra mille difficoltà, fra lavori parrucca e lavoretti, fra lavori sommersi e neri. Ma soprattutto abbiamo deciso di non lavorare se ci era possibile, di progettare autoproduzioni senza editor né editore.
E abbiamo per questo formato un network, una rete che non è virtuale ma concreta tangibile, fatta di vite che si incontrano e condividono. La rete dei festival dell’autoproduzione, questo circo di nani, freak e mutanti intersezionali, che decidono dei propri corpi e dei propri sessi come del proprio modo di creare le cose. Radicali che vengono da molti margini diversi. Una rete orizzontale, autoconvocata, autogestita, autofinanziata, solidale e internazionalista. E ora che il reale ci rigetta ancora di più, costringendoci in separazioni, chiudendoci gli occhi, sentiamo che è il momento di uscire in campo aperto, fare rete per una volta senza nessuna rete di protezione.
I nostri festival quest’anno non sono in grado di essere svolti. Il movimento non è permesso, o sarà molto difficile, il contatto che ci permette di condividere e reinventare non è permesso, lo spazio è contingentato: la medicina che ci indicano per curare i nostri mali continua a produrre altri mali più grandi. E senza questi spazi non esistono le relazioni, né possono nascere le contaminazioni che sono il compost su cui mettere in moto comunità e processi creativi. Esiste solo il controllo su spazi desertificati su cui restano accesi solo i fari dei social media e delle app di controllo. Ovvero del capitale delle piattaforme, unico vincente globale di questa segregazione. Alcuni dei i nostri festival sono parte integrante dei centri sociali, luogo reale per questa rete, ma non solo.
Il Forte Prenestino CSOA, Lo Scugnizzo Liberato, Xm 24, ex-Casema Liberata, Macao, sono spazi liberi, unici e indispensabili, sono quei posti in cui molti di noi hanno trovato un gruppo, una casa, vissuto esperienze inimmaginabili, gioito e lottato, sono spazi insostituibili e l’unico futuro che ci immaginiamo è un futuro in cui RESISTONO E SI MOLTIPLICANO.
E allora?
Allora dobbiamo trovare altri modi altre forme per riprenderci quello che abbiamo costruito in autonomia, con pazienza e senza chiedere permesso a nessuno. Pensiamo che questa rete possa essere un sostegno concreto a tutti questi progetti politici, autonomi e fatti di figure imprendibili.
Ogni città un presidio per l’autoproduzione, per la nostra storta bellezza. Ogni festival promuove autoeditoria molecolare. Ma questo è il momento di una apertura ancora più ampia, contaminazione, commistione con altre realtà. Realtà singole e collettive, festival, eventi, librai, etichette musicali, schegge vaganti, pazzi solitari. Unire cellule di rivolta immaginaria.
È il momento che questo circo, questo sideshow mutante, proponga un patto per mettere in giro le nostre mangiatrici di spade e matite, i nostri fachiri di puntine da disegno, i nostri contorsionisti dei fogli di carta.
Questo comunicato oggi, apre una finestra e una prospettiva. Vera però. Una pratica. Abbiamo un piano, o almeno l’inizio di un piano. Torniamo presto a raccontarlo, per capire come possiamo farcela e come le nostre invisibili affascinanti merci disegnate torneranno nelle città, nelle strade, sui muri.
Abbiamo bisogno di tutti e tutte.
Battete un colpo sapete come trovarci.
A prestissimo.
LA RETE
AFA Autoproduzioni Fichissime Anderground
BORDA Fest – Produzioni Sotterranee
Ca.Co.FEST
CRACK fumetti dirompenti – Rome Festival of Drawn and Printed Art
Fortepressa
OLÉ – oltre l’editoria
Ratatà
Sputnik Festival
UE’ Fest
ZAPP – Zona AutoProduzioni Pescara”