Quando si calpesta il diritto alla città. Il caso della ex Manifattura Tabacchi

Abitare una città significa viverla. Il contesto, lo spazio pubblico dove ci muoviamo, in cui viviamo, è parte caratterizzante della nostra personalità e della nostra qualità della vita, ci condiziona giorno dopo giorno. La fruizione dello spazio pubblico è però un’opportunità che sempre più, nel corso degli anni, si va esaurendo. Speculazione edilizia, cementificazione selvaggia, privatizzazione degli spazi pubblici, gentrificazione dei centri urbani ed espulsione dei loro abitanti verso le zone periferiche, turistificazione incontrollata, sono tutti aspetti di un’aggressione di pochi grandi e medi profittatori a un bene collettivo come il diritto alla città. Se non fosse in conflitto con quella particolare e redditizia industria che è la movida, si potrebbe dire che quanto avvenuto durante il lockdown – uscire di casa solo per lavorare e consumare, e poi farvi rapidamente ritorno, senza indugiare in attività “inutili” – rappresenta il sogno realizzato del capitale, il definitivo divenire consumatore del cittadino.

Parliamo di una dinamica ampia e globale già ampiamente studiata e messa a critica in diversi studi (per chi volesse approfondire, segnaliamo giusto un paio di riferimenti: Gentrification. Tutte le città come Disneyland?di Giovanni Semi e Airbnb città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale di Sarah Gainsforth) e avversata da numerosi e variegati movimenti di resistenza urbana, purtroppo non ancora vincenti. Ma è di Lucca che vogliamo parlare in questo articolo. Lo facciamo partendo da un caso annoso che è tornato a tenere banco nel dibattito cittadino nel corso delle ultime settimane, quello dell’ex Manifattura Tabacchi: un gigantesco spazio industriale dismesso in pieno centro storico, i cui spazi fanno gola a molti.

La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca (vero e proprio potere reale cittadino, tale da far concorrenza alle istituzioni comunali, se pensiamo al numero e alla mole di investimenti e progetti di intervento sociale e urbanistico che sono passati dal suo portafoglio) decide infatti di presentare un progetto di riqualificazione di una porzione consistente dell’ex Manifattura, quasi 30.000 mq. Uffici, appartamenti, negozi, parcheggi è quanto viene proposto di realizzarvi, secondo un copione ormai collaudato. Così collaudato da prevedere ancora una volta quella subdola modalità di investimento che è il project financing. I cittadini lucchesi dovrebbero conoscerlo bene ormai, perché è il sistema che è stato impiegato per la realizzazione del nuovo ospedale San Luca. In cambio di una piccola quota di investimento nel progetto complessivo, il privato ottiene la concessione per diversi decenni di una serie di servizi come i parcheggi a pagamento, la ristorazione, la pulizia degli spazi verdi ecc., a loro volta vendibili ad altri soggetti interessati a prenderne la gestione. In breve, è di privatizzazione di servizi e beni pubblici che ancora una volta stiamo parlando.

Un simile progetto non poteva che suscitare l’approvazione delle varie Confindustria e Confcommercio e di parallelo una forte opposizione dei Comitati ambientali (segnaliamo qui in particolare quello di Italia Nostra), dal momento che uno degli aspetti più controversi del piano proposto è un collegamento diretto, a uso privato, tra gli appartamenti realizzati e il Baluardo San Paolino, oltre alla messa a disposizione di quest’ultimo per realizzarvi attività ed eventi commerciali. Prevedibili e per nulla appassionanti dal nostro punto di vista le schermaglie del dibattito tra le forze politiche presenti in Consiglio comunale, con un’opposizione che opportunisticamente e ipocritamente prova a cavalcare qualunque battaglia contro la maggioranza per calcolo elettorale, e un centro-sinistra locale che, in buona linea con quello nazionale, ha conseguito nei suoi 8 anni di governo cittadino una notevole sfilza di privatizzazioni.

In una città senza spazi collettivi a disposizione, la valorizzazione degli spazi esistenti per finalità realmente sociali, gratuite o a prezzi popolari, diventa una questione politica urgente. L’emergenza causata da Covid-19 ha mostrato la realtà: che per la nostra società è più importante aprire aziende e discoteche di scuole e biblioteche, che lo sviluppo non si può arrestare anche a scapito della salute, e che i consumi sono alla base della vita di questo sistema. L’importanza di uno spazio collettivo a disposizione della città e dei suoi abitanti, che non sia sottomesso alle logiche di consumo, non solo è quindi necessario per opporsi al paradigma di sviluppo vigente, ma anche per costruire un altro modello di città, che favorisca il benessere e l’accrescimento culturale dei suoi abitanti e specie dei più giovani, che favorisca un incontro trasversale e intergenerazionale da vivere tutti i giorni, che vada oltre la mediocrità e la noia routinaria di un fine settimana speso tra droghe e alcol.

Perché già, nel mentre si continua a criminalizzare i comportamenti e i consumi giovanili indesiderati con articoli in serie sulla stampa e continue campagne anti-degrado e “anti-movida” condotte dai soliti politicanti (ne avevamo già scritto qui alcuni anni fa), le esperienze di autogestione di spazi collettivi e i percorsi popolari di autorganizzazione che si sono dati in città nel corso degli anni sono stati o ignorati e repressi (è il caso della polisportiva Madonne Bianche) o posti sotto stretto controllo e sorveglianza (è il caso della Biblioteca Agorà) dall’amministrazione Tambellini.

Ma l’elenco sarebbe ancora lungo. Basti citare da ultimo l’ostentato disprezzo con cui la Giunta comunale si ostina a procedere con l’ulteriore cementificazione del quartiere di San Concordio, nonostante la dura opposizione del comitato di quartiere. Oppure ancora prendiamo come esempio il caso del Mercato del Carmine, ridotto allo stato brado da tempo immemore, tirato puntualmente fuori dai candidati sindaci solo durante le loro campagne elettorali. E poi ancora il Real Collegio, utilizzato una volta l’anno per qualche cena di gala o per fiere del cibo con prezzi da capogiro, la Casa del Boia ristrutturata per un inutile centro multimediale di bassa qualità, il Complesso di San Micheletto; e ancora l’ex Cavallerizza, l’ex Caserma Lorenzini e molti altri.

Tutti questi luoghi che avrebbero potenzialità infinite nelle mani dei cittadini e che quindi andrebbero messi a loro disposizione e conservati nel novero dei beni pubblici, a causa dell’immobilismo della politica e alla più totale sordità alle richieste e alle esigenze cittadine (abitative, sociali, culturali) rimangono spesso inutilizzati e vuoti, e infine svenduti al miglior offerente privato affinché ne faccia ciò che vuole. Questa tendenza purtroppo consolidata ha ridotto la città a un parco giochi sempre più a misura di turista (dunque vuoto e deserto in mancanza di tale figura, cosa che tutti stanno facilmente constatando in queste ultime settimane), ignorando e scacciandone via sempre più il cittadino che vi vive(va).

Ne abbiamo abbastanza di tutto questo, e dovremmo cominciare tutti quanti a dirlo e a gridarlo forte. Quanto visto negli ultimi anni non ci ha già istruito a sufficienza? Non siamo stufi dei soliti spot e progetti calati dall’alto che sviliscono e svendono gli spazi pubblici, calpestando il diritto alla città ?

Oggi è in ballo il futuro di una grande zona urbana, l’ex Manifattura Tabacchi, il cui destino sta diventando sempre più grigio. Grigio come le abitazioni di lusso, come i parcheggi, come le solite attività commerciali (ormai sempre più simili le une alle altre) che vorrebbero collocare in una parte di questo enorme edificio. Crediamo che Lucca abbia bisogno d’altro, qualcosa che scaturisca dal desiderio di tornare protagonisti della propria città da parte dei suoi abitanti e soprattutto dei più giovani, senza deleghe istituzionali e falsi percorsi partecipativi.

Sarebbero molte le proposte e le idee che si potrebbero avanzare circa un bene così grande, ma ci limitiamo a proporne con forza una sola, la cui necessità e reale utilità collettiva non potrebbe essere più evidente e urgente: mettiamo gli spazi della Manifattura a disposizione delle scuole per far fronte alla riapertura e alla necessità di luoghi idonei a studiare e apprendere nel contesto del Covid. Riportiamo i giovani in un luogo simbolo e carico della storia operaia della nostra città, invece di continuare a scaricarli nei soliti anonimi container ed edifici prefabbricati.

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